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NELLA NEBBIA DELLA GUERRA, IL REGIME DI TEHERAN PREPARA UN NUOVO MASSACRO

11 aprile 2026:

Virginia Pishbin su l’Unità dell’11 aprile 2026

La campagna “No to Executions Tuesdays” va avanti da 2 anni in oltre 60 prigioni in tutto l’Iran: ogni martedì i prigionieri fanno uno sciopero della fame contro l’escalation di esecuzioni capitali. Far parte della diaspora iraniana non significa guardare inerti le atrocità commesse contro il popolo in patria, ma dar voce a coloro a cui è stata rubata. Non sarà né l’annosa politica di accondiscendenza a salvare il regime, né la guerra dall’esterno a finirlo, ma solo il coraggio e l’intelligenza di chi rischia la vita ogni giorno nelle strade e nelle carceri iraniane.
Nella nebbia della guerra e scosso dalle recenti rivolte, il regime dei mullah si prepara a un nuovo massacro nelle sue prigioni: è uno stillicidio continuo e silenzioso, ogni giorno esecuzioni su esecuzioni, spostamenti in luoghi di detenzione segreti di prigionieri politici, anticamera della morte di stato. L’Iran nel 1988 ha già conosciuto un’estate di sangue con l’esecuzione di più di 30.000 prigionieri politici, tra cui donne gravide, minori e prigionieri che avevano già concluso di scontare la pena. Il 90% di questi erano membri o simpatizzanti dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI). Ma allora come adesso la fiamma della resistenza non è stata spenta e nonostante il fortissimo dolore, le impiccagioni rendono ancora più sicuri e forti coloro che sono già coinvolti nella lotta e spingono gli altri a non piegarsi e agire.
Perché, nonostante la guerra, il regime non perde tempo e cerca di colpire all’interno, nel cuore pulsante della rivoluzione, i prigionieri politici? Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, il regime è preoccupato del PMOI, lo considera una minaccia, confermando di fatto le attività delle unità di resistenza. In una sola settimana, 6 prigionieri politici sono stati giustiziati insieme a 4 giovanissimi manifestanti delle rivolte di gennaio.
Il 30 marzo, all’alba, sono stati impiccati due prigionieri politici: Mohammad Taghavi, 59 anni, e Akbar Daneshvarkar, 58 anni. Il giorno dopo, 31 marzo, è toccato a Babak Alipour, 34 anni e Pouya Ghobadi, 33 anni. Giovedì 2 aprile è stato impiccato Amirhossein Khatami, un diciottenne arrestato durante le rivolte di gennaio per aver “mosso guerra a Dio” e “portato corruzione sulla terra”, i soliti capi di imputazione mossi dal fascismo religioso al potere. Il 4 aprile, è toccato ad altri due prigionieri politici: Vahid Bani-Amerian e Abolhassan Montazer. Il 5 aprile, sono stati giustiziati Mohammad Amin Biglari e Shahin Vahedparast Kolor, altri due giovani arrestati a gennaio durante una manifestazione a Teheran. Mentre scrivo, la mattina del 6 aprile, nel carcere di Ghezelhesar è stato impiccato un ragazzo di 23 anni, Ali Fahim, anche lui arrestato durante le proteste di gennaio a Teheran. Erano stati condannati a morte dal giudice Salavati, tristemente noto come il giudice della morte”.
I giovani manifestanti non fanno parte della Resistenza Iraniana ma il loro sacrificio continua a lastricare la strada della lotta per la libertà.
Mai Sato, la relatrice ONU sulla situazione dei diritti umani in Iran, aveva già espresso seria preoccupazione per il fatto che i prigionieri politici uccisi “hanno ricevuto condanne a morte sulla base dei loro presunti legami coi Mojahedin del Popolo”. Ha evidenziato che tutti sono stati sottoposti a tortura e condannati a morte dopo un processo iniquo, alla stessa stregua delle “commissioni della morte” che inviarono al patibolo nel 1988 migliaia di innocenti. Ogni Mojahed caduto allora ha dato vita a migliaia di altri combattenti per la libertà oggi, con i quali il regime dovrà fare i conti.
La Presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, Maryam Rajavi, ha descritto la criminale esecuzione del coraggioso Amirhossein Hatami come un chiaro segno della disperazione del regime teocratico. Essa riflette la profonda paura di un’escalation della rabbia popolare e dell’inevitabile rivolta per il suo rovesciamento.
Maryam Rajavi esorta la comunità internazionale a condannare la marea montante di esecuzioni e chiede al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire immediatamente.
Il mondo deve scegliere se schierarsi dalla parte del popolo o no. Il silenzio e l’indifferenza confermerebbero la codarda politica di accondiscendenza nei confronti degli oppressori che va avanti da innumerevoli anni. L’inerzia di questa politica alimenta il regime e tiene in vita l’appetitoso banchetto degli speculatori occidentali. Hanno promesso che non passerà giorno senza uccidere prigionieri politici e noi non possiamo stare in silenzio. Dobbiamo richiamare l’attenzione della comunità internazionale su questi crimini contro l’umanità, in ogni sede istituzionale far sentire la nostra voce, che è la voce dei senza voce, dei resistenti nelle città e nelle prigioni iraniane.

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