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IL CARCERE È UN ‘FERRO VECCHIO’, È ORA DI LIBERARCENE

25 aprile 2026:

Cesare Burdese su l’Unità del 25 aprile 2026

Una composita brigata del “Viaggio della Speranza”, promosso da Nessuno tocchi Caino, tra il 25 e il 27 marzo ha visitato la Casa Circondariale di Cuneo, la Casa di Reclusione di Saluzzo e la Casa Circondariale di Brissogne, presso Aosta. I sopralluoghi hanno confermato un sistema penitenziario lontano dai principi costituzionali. Le criticità più evidenti sono la carenza di organico e supporto psicologico, la scarsa offerta formativa e lavorativa, i deficit nell’assistenza sanitaria, l’ozio forzato, lo spaccio e il consumo di droga, la fatiscenza delle strutture. A queste si aggiungono la mancanza di informazione sui diritti dei detenuti e del regolamento interno, particolarmente grave a Brissogne, con conseguenze che comprimono le garanzie e ostacolano percorsi rieducativi concreti.
Come in ogni visita in carcere, ho osservato gli aspetti architettonici. I tre istituti, di piccole dimensioni e costruiti negli anni ’70-’80, come gli altri coevi, incarnano un modello spaziale fortemente orientato al controllo e alla custodia, spesso a scapito della funzione rieducativa, dando origine a strutture anguste e inadatte ai percorsi di reinserimento, rimaste sostanzialmente immutate anche dopo la fine della stagione emergenziale. Dopo la riforma dell’Ordinamento penitenziario del ’75, l’edilizia carceraria nel nostro Paese è stata colpevolmente lasciata al palo e, a oggi, non si intravedono segnali di riscatto.
La Casa Circondariale di Cuneo, dove la presenza di detenuti stranieri prevale, collocata lontana dal capoluogo, porta il segno della sezione 41-bis: un presidio che svuota di vitalità e relazioni l’intera struttura. A raccontarlo sono la “corte d’onore”, spoglia e desolata, e l’assenza di una sala teatrale. I pali anti-elicottero che svettano come presenze spettrali, le celle vandalizzate e annerite dal fumo, gli ancoraggi improvvisati dei termosifoni alle pareti: dettagli che restituiscono un clima di forte tensione. Emblematica la sezione di isolamento, seminterrata e fatiscente, dotata di un sistema antincendio di fortuna – mai previsto in origine –, che rende plastico lo scarto rispetto ai principi costituzionali. Il ventilato trasferimento della sezione 41-bis in altra sede alimenta inoltre il timore di un ulteriore aggravamento del sovraffollamento: le celle singole potrebbero arrivare a ospitare più persone, con un inevitabile peggioramento delle condizioni detentive e lavorative, in un istituto già oggi al collasso e segnato da carenze di mezzi e personale.
La Casa di Reclusione di Saluzzo, a diversi chilometri dal centro abitato, all’imbocco della Valle Po, sconta ancora oggi i limiti originari di una struttura concepita per custodire i detenuti ritenuti altamente pericolosi in condizioni di controllo totale. Un’impostazione che, nel contesto attuale, si rivela inadeguata rispetto a un’esecuzione penale moderna, ricca di contenuti trattamentali e fondata su relazioni significative, tanto all’interno quanto tra l’interno e l’esterno. I muri dei cortili di passeggio, sormontati da griglie e concertine, continuano a segnare la struttura e a mortificare visuali sul paesaggio alpino circostante. Tuttavia, la scelta di abbandonare i cortili cubicolari per l’ora d’aria, rappresenta un segnale di maggiore attenzione alle condizioni dei detenuti.
La Casa Circondariale di Brissogne, illuminata dal sole solo per pochi mesi all’anno e con l’unico conforto della vista delle montagne oltre il muro di cinta, unica fuga visiva consentita, offre positivamente ai detenuti la possibilità di alloggiare in celle singole, in assenza totale di sovraffollamento. Peraltro i bagni delle celle sono sprovvisti di doccia, come invece la norma prevede sin dal 2000. Il ritorno alla permanenza prolungata in cella, imposto dalle recenti disposizioni dipartimentali, grava non solo sui detenuti, ma anche sugli agenti penitenziari stessi, particolarmente quelli che, come ci hanno confidato, privilegiano un modello basato sulla relazione piuttosto che sulla chiusura e sull’isolamento.
La visita all’istituto valdostano si è conclusa con una conferenza nel Salone Ducale
del Municipio di Aosta, durante la quale sono stati evidenziati l’anacronismo delle nostre strutture carcerarie e i paradossi che le caratterizzano, ribadendo l’urgenza di garantire un’esecuzione penale pienamente conforme allo Stato di diritto e la necessità di ripensarne profondamente l’impostazione, con l’auspicio di superare un giorno definitivamente il ricorso al carcere: oggi un “ferro vecchio”.

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