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QUALCUNO SI ACCORGERÀ DEGLI AGENTI PENITENZIARI?

11 aprile 2026:

Anna Paola Lacatena su l’Unità dell’11 aprile 2026

Il personale di Polizia penitenziaria non si occupa solo di assicurare il mantenimento dell’ordine e della sicurezza all’interno degli istituti di detenzione, partecipa attivamente anche al trattamento rieducativo dei reclusi. Tra i “detenenti”, i componenti del corpo sono gli unici sempre a contatto con i detenuti nell’arco delle intere 24 ore, acquisendo significativa conoscenza delle dinamiche di gruppo. Il lavoro in contesti dove la tensione è alta, il sovraffollamento sempre più insostenibile, i turni di servizio massacranti, sono fattori che incidono sulla salute psico-fisica degli agenti. Il tasso di suicidi tra di loro è, infatti, notevolmente più alto della media nazionale (1,30 per mille).
Diversi studi hanno evidenziato come la qualità delle relazioni agenti-detenuti incida direttamente sulla qualità del lavoro quotidiano e sul benessere organizzativo. Spiegare alle persone ristrette, con chiarezza e coerenza, le regole e le decisioni che le riguardano, servendosi di un approccio empatico, contribuisce a migliorare la convivenza, ottimizzando la sicurezza e l’ordine interni. Le Indagini sulla Polizia Penitenziaria in Lombardia (PolPen-XXI) e in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta (PolPen-XXII), hanno invece rimarcato tra gli agenti: un alto grado di delegittimazione istituzionale, nei termini, soprattutto, di percezione di mancanza di supporto da parte dell’Amministrazione Penitenziaria; difficoltà relazionali nella loro quotidianità lavorativa, sia con la popolazione detenuta, sia con i superiori; difficoltà nella comprensione dei limiti che distinguono l’uso della forza legittima da quella illegittima.
Ne dovrebbe conseguire una maggiore attenzione ai modelli organizzativi e formativi di quanti si occupano quotidianamente di sicurezza all’interno delle carceri. Dopo una fase di maggiore apertura all’esterno, l’orientamento politico appare ora quello di una maggior chiusura e in una direzione più autoritaria. In tal senso sembrano muoversi le più recenti disposizioni normative, volte quasi esclusivamente al potenziamento del controllo e della repressione. Il Disegno di Legge "Carcere sicuro" del 2024 e il Decreto Sicurezza del 2025 introducono, infatti, nuove fattispecie di reato al fine di reprimere anche le forme non violente di resistenza passiva.
Il tentativo di interpretare le crudeltà e la violenza, riportate dalle cronache giudiziarie, negli ultimi mesi, non può prescindere, pena l’incompletezza dell’analisi, dal contesto, dalle dinamiche di gruppo, ma anche dalle riforme, dalla applicazione in concreto delle norme costituzionali, dalla sensibilità sociale e dalla cultura (più o meno) democratica della società. La violenza è una scelta individuale, nondimeno collettivamente e ideologicamente incoraggiata. La violenza in carcere come risposta punitiva e come conseguenza dell’asimmetria di potere disegnata dai ruoli sociali (agente-detenuto) – dopo un controverso esperimento di psicologia sociale, condotto presso l’Università statunitense di Stanford nel 1971 – ha preso il nome di Effetto Lucifero. Philip Zimbardo e il suo team hanno provato a confutare la tesi secondo la quale comportamenti violenti e antisociali dovrebbero essere attribuiti esclusivamente alla personalità dei singoli, senza riconoscere ai condizionamenti e alle influenze del milieu un peso non di poco conto. La forza dell’ambiente, del gruppo, dell’influenza sociale, per Zimbardo, può spiegare la perdita di consapevolezza e di autocontrollo.
Già prima dello studioso americano, Gustave Le Bon, fondatore della Psicologia delle masse (1895), sosteneva che quando le persone sentono di appartenere a un gruppo, confondono la propria identità, abdicando con più facilità alla propria responsabilità e scelta personale. In più, la cosiddetta massa – generalmente impulsiva, influenzabile, incostante, acritica – diventa ancora più mutevole e inaffidabile in contesti in cui
campeggiano simboli di potere (divise, sbarre e manganelli) ed è offerto anonimato e senso di (insana) appartenenza.
Sarebbe importante, dunque, interrogarsi sulla carenza di personale, sulla qualità della relazione agente-detenuto, su quella tra polizia-penitenziaria e amministrazione carceraria, sul senso di solitudine, di modesta valorizzazione a fronte di un importante carico di lavoro da districare tra custodia e rieducazione. Sarebbe altrettanto utile e pertinente soffermarsi anche sulla rappresentazione sociale del carcere, sulla narrazione comune del detenuto, sulle percezioni e le aspettative modellate dalla società, dalle Leggi e dai decisori politici.
Il motto ufficiale del Corpo di Polizia Penitenziaria è “Despondere spem munus nostrum” (Garantire la speranza è il nostro compito) … con la speranza che qualcuno si accorga anche del bisogno di sostegno degli stessi agenti penitenziari.

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