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ASCOLTIAMO LA VOCE DI CHI LAVORA IN CARCERE

31 gennaio 2026:

Stefano Anastasia sull’Unità del 31 gennaio 2026


In questi anni, come Garante per le Regioni Lazio e Umbria (fino al 2021), ho toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani. Ma la situazione attuale è molto più grave. Allora la popolazione detenuta stava diminuendo, grazie alle misure adottate dopo la condanna nel caso Sulejmanovic, alla dichiarazione di emergenza nel sistema penitenziario e al decreto Alfano, che istituiva una forma di detenzione speciale per i detenuti con condanne inferiori ai diciotto mesi. Oggi invece la tendenza è inversa: i detenuti aumentano.
Questo dato si riflette nella vita quotidiana degli istituti. Dopo dieci anni di incarico, sto tornando a visitare uno per uno tutti i penitenziari del Lazio: sezione per sezione, cella per cella, bagno per bagno. Segnalo nuovamente tutto ciò che non funziona. Molti problemi sono noti, ma è importante ribadirli e farli conoscere.
A Rebibbia penale, ad esempio – che anni fa era una delle strutture più avanzate del nostro sistema – un terzo dell’istituto è chiuso: due sezioni su sei. In molte celle destinate a detenuti con pene lunghe c’è ancora il bagno a vista, nonostante sia vietato dal regolamento penitenziario da venticinque anni.
A Latina ho incontrato un detenuto che ha frequentato un corso sulla sicurezza sul lavoro e mi ha detto ironicamente di aver scoperto che, per salire sul letto a castello a tre, gli servirebbe il casco protettivo, come previsto dalla normativa: «Ma in carcere – mi ha detto – chi se ne importa».
A Cassino, dove metà dell’istituto è chiuso da sei anni per un cedimento strutturale, ho scoperto invece la quadriglia della socialità: poiché le stanze dedicate a momenti comuni sono ormai usate per alloggiare altri detenuti, nelle cosiddette “sezioni ordinarie”, da cui si può uscire solo per andare a fare attività (che non ci sono) o nelle stanze di socialità (che non ci sono), gli ospiti di una cella possono uscire solo per andare in un’altra, a condizione che ci sia qualcuno che ne esca per andare nella propria.
Sono episodi che mostrano un sistema alla deriva. Un sistema che, nonostante l’impegno di chi ci lavora – dirigenti, agenti, funzionari, educatori – riesce a funzionare soltanto per quello scopo costituzionalmente impronunciabile che qualcuno ha già rilevato: tenere chiusa la gente. Se l’obiettivo è solo segregare, il sistema regge: possiamo arrivare a 64.000, forse anche 70.000 detenuti, violando ogni principio di dignità umana. Ma non possiamo farlo, perché la Costituzione dice un’altra cosa, perché la legge dice un’altra cosa, e perché lo dicono le convenzioni internazionali.
Per questo credo che sia ogni giorno più urgente pensare a strumenti di riduzione del sovraffollamento. Lo dico senza tabù: dobbiamo tornare a parlare di amnistia e indulto, strumenti previsti dalla Costituzione. Non è una provocazione nei confronti del governo, che pure rivendica una linea “garantista nel processo e giustizialista nella pena”. È un richiamo alla responsabilità istituzionale: ognuno può portare avanti la propria politica penale, ma lo deve fare garantendo che le pene siano umane e che le carceri siano vivibili. Se si vuole arrivare ai 70.000 posti detentivi previsti, è necessario nel frattempo creare le condizioni per assicurare una pena civile e rispettosa dei diritti fondamentali della persona.
In tutto questo dibattito, però, abbiamo sentito ancora troppo poco la voce di chi nel sistema penitenziario lavora ogni giorno. Gli operatori – educatori, personale sanitario,
insegnanti, polizia penitenziaria – devono poter raccontare come vivono questa crisi, liberamente, senza timori di sanzioni o ritorsioni.
Per questo abbiamo promosso, insieme a Nessuno tocchi Caino, un’assemblea pubblica per il 6 febbraio. Mi auguro che non sia solo un’occasione per chi parla in nome dei detenuti, ma un momento di confronto vero, dove si ascoltino anche le voci degli operatori, le loro difficoltà, la loro esperienza. È importante che anche quella voce pesi nel dibattito pubblico, perché senza di loro, senza chi ogni giorno tiene in piedi questo sistema con dedizione e sacrificio, nessun cambiamento potrà essere possibile.

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