18 Aprile 2026 :
“Mantenersi vivo non è solo un diritto, talvolta può essere un dovere”, scrive l’autore alla fine di questo suo straziante racconto. Cesare Battisti scrive per non morire di pena. Ma la sua vita è un diritto e un dovere anche nostri. Di noi Stato, noi Società. Di fronte anche al male più irreparabile della sua prima vita, credo sia ora di cominciare a considerare la differenza di questa sua seconda vita. A riconoscere la diversità dell’uomo della pena da quello del delitto. E porre fine al suo extragiudiziario “fine pena: mai”. S.D.
Cesare Battisti su l’Unità del 18 aprile 2026
Il Nobel Jon Fosse dice che: «scrivere richiede fede profonda nel fatto che ci sia qualcosa dentro di noi, e che possa venire a galla. La scrittura implica abbandono, ed è qualcosa che viene donato. Ma perché arrivi, ci si deve appunto affidare. In questo senso, sì, scrivere assomiglia al credere. Entrambi sono processi in cui non si sa dove si vada a parare: scrivere è un modo per conoscere, per capire di più qualcosa man mano che si procede: ed è quasi logico, direi, che implichi un atto se non di fede, almeno di fiducia».
Diciotto anni fa, quando mi trovavo nella cella di un carcere federale a Brasilia, non conoscevo Jon Fosse, né la sua “fede”, che eppure dovevo avere già frequentato. Se l’avessi lette allora, nel caldo asfissiante di una cella affollata, queste sue parole sarebbero state vapore esalato dal mucchio di carne umana.
Il nostro abbandono aveva poco a che fare con la fiducia e l’ispirazione dell’artista. Nella nostra cella non c’era posto per la fede di Jon Fosse, non c’era posto nemmeno per carta e penna. Di giornali e pubblicazioni nemmeno a parlarne, mangiavamo a terra, accovacciati l’uno sull’altro e per posate avevamo le dita delle mani. Facevamo i turni per dormire perché sul pavimento non c’era posto sufficiente per sdraiarci tutti allo stesso tempo. C’era chi riusciva a sonnecchiare in piedi, legandosi Con strisce di coperta all’inferriata. Qualcuno si lasciava andare, deperiva a vista, finché se lo portavano via e un altro veniva a rimpiazzarlo.
Le prime settimane credevo di morire, sarebbe stata una liberazione. Ma nemmeno la morte è gratis, bisogna meritarsela e io non avevo niente da offrire in cambio. Nemmeno un guizzo di coraggio per l’atto estremo, ma dove trovare un angolo per appendersi? Condannato a resistere, come me lo imploravano da dietro il vetro blindato gli sguardi di visitatori che neppure conoscevo. Uomini e donne che sul palmo della mano avevano scritto il nome della persona che li mandava. Erano nomi che dicevano “ci siamo” e che per qualche minuto, una volta alla settimana, naso e bocca schiacciati contro il vetro divisorio, mi facevano trattenere il fiato e con esso anche il filo di speranza. Giusto il tempo di tornare in cella e vederla evaporare nel carnaio.
“Resistere”, dicevano gli sguardi dietro il vetro divisorio del colloquio. Una parola che i miei compagni di prigionia non pronunciavano mai. Loro lo facevano e basta, respirando aria viziata e divorando, dopo essersi segnati, la ciotola di riso e fagioli. I fagioli, sempre pochi, che due volte al giorno ci passavano dal pertugio rasoterra. Mangiavo anch’io, una capitolazione ogni volta che affondavo le dita nella sbobba.
Ai devoti sembrava una conquista, oppure sapevano fingere bene. Erano sempre stati timorosi di Dio o gli tornava utile esserlo in prigione? Non avevo la Fede, perciò riempivo il vuoto con domande stupide. La fede di cui Jon Fosse mi avrebbe parlato due decenni dopo era un’altra cosa, se l’avessi capito allora, non l’avrei confusa con la pena. Era una fede che non mi dava pace.
La velocità con cui il passato e la realtà presente si intrecciano è tale da non poter talvolta districare l’uno dall’altro. Succede che non sono più sicuro se è o se è stato. La prigionia comprime il tempo, l’emozione lo dilata e il tutto sta in un solo istante.
Oggi sono qui, prigioniero che racconta un’altra prigionia e cerca se stesso nella differenza. È necessario poter dire questo è oggi, le sbarre sembrano le stesse ma in realtà non lo sono. Queste che ho qui adesso fingono di non esserci, rischio di non vederle e ci vado a sbattere contro. A Brasilia avrei fatto chissà che per avere un tavolo dove leggere Jon Fosse e poter dire è vero. A modo mio, lo sapevo anche allora che la scrittura è un atto di fede.
Un disperato deve per forza affidarsi a qualcosa più grande di lui. Magari non ci crede fino in fondo, perché la vita lo ha reso diffidente, ma sa anche di non avere scelta, così si butta e prende quello che viene. Lo faccio ancora oggi e la paura da vincere è la stessa di allora: come accettare la propria vulnerabilità, renderla palese a chi ti può ferire. Non è il coraggio a spingerti nel vuoto, sperando che ti spuntino le ali, è l’incoscienza.
Ce ne sarebbe voluta una buona dose nell’inferno di Brasilia, per dire a diavoli e dannati datemi carta e penna e scordatevi di me. Ma l’incoscienza da sola non basta, ci sarebbe voluto dell’altro, solo un pazzo avrebbe preteso tanto. O un disperato che sa di non avere scelta: scrivi o muori. Ma abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ce lo dica, di una persona amica che venga a ricordarci che mantenersi vivo non è solo un diritto, talvolta può essere un dovere, perché è nelle circostanze avverse che l’umano si rivela, e ricompensa così la mano tesa.










