Nessuno tocchi Caino
ITALIA·MORTE PER PENA·24 OTTOBRE 2026·6 MIN DI LETTURA

Il carcere ha fallito per gli adulti, assurdo pensare che funzioni per i minori

di Sergio D'Elia

Il carcere ha fallito per gli adulti, assurdo pensare che funzioni per i minori

 

 

di Sergio D’Elia

 

Il riflesso condizionato è sempre lo stesso. È condizionato sempre dalla cronaca e riflette sempre l’idea che alla violenza si risponde con una violenza uguale e contraria. A brigante, con brigante e mezzo. A piccoli briganti, istituti per adulti. Il carcere deve essere la risposta e nell’istituto di pena l’aumento della pena. Il fine costituzionale delle pene che devono tendere alla rieducazione è fallito nelle carceri per grandi, pregiudicato dal mezzo che si usa per conseguirlo: dal carcere stesso. È da analfabeti costituzionali e minorati mentali ritenere che possa valere e funzionare per i nostri piccoli, e nelle carceri minorili.

Come Nessuno tocchi Caino, ne abbiamo visitate tante negli ultimi anni. Siamo stati in visita al carcere minorile di Treviso e abbiamo visto ragazzini dormire sui materassi stesi sul pavimento per mancanza di una branda. Con quali celle e con quale personale si pensa di aumentare la capienza che già oggi non è quella rispettosa di leggi e regolamenti? Siamo stati in visita al carcere minorile di Casal del Marmo a Roma che è lo specchio esatto del fuori da cui i ragazzi provengono. I padiglioni sono due, uno di fronte all’altro a 50 metri di distanza, rivali, in guerra permanente. Rispecchiano le bande rivali e la guerra nei quartieri periferici della città. 

Poi, nel dicembre scorso, abbiamo tenuto il nostro congresso nel teatro del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. C’era Antonio Sangermano, il Capo della Giustizia minorile e di comunità (così si chiama, “di comunità”, e così dovrebbe essere) che ha ripetuto quello che pensa da sempre. Che la soluzione per un ragazzino non è un luogo di privazione della libertà ma la via alternativa della comunità. La comunità che ti “contiene”, nel doppio senso di contenere il pericolo e di tenere con sé. È intervenuto anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere Beccaria da dodici anni, per dire che occorre dare ai ragazzi detenuti in attesa di uscire poche semplici cose: una carta di identità, una casa di accoglienza, un posto di lavoro. Quello che non hanno mai avuto. Neanche misure alternative al carcere, ma misure alternative alla strada e al quartiere di periferia in cui hanno vissuto.

Una volta, siamo stati a visitare l’Istituto penale per minorenni di Bologna. Abbiamo trovato spazi comuni, aree all’aperto, verde, un campo sportivo, luoghi nei quali, almeno per qualche momento, sembra di non trovarsi all’interno di un istituto penale. Nelle sezioni abbiamo visto ambienti luminosi, alti, puliti, complessivamente decorosi. Soprattutto, mi ha colpito la presenza discreta, quasi amorevole, del direttore e degli altri responsabili della Giustizia minorile, degli appartenenti alla Polizia penitenziaria e del comandante che ci ha accompagnato nei reparti. Una presenza che testimonia come, in luoghi così difficili, ci siano persone che svolgono più che un ruolo, quasi una missione, perché credono nella possibilità che da quel luogo si possa uscire più responsabili rispetto a quando si è entrati.

E a proposito di “rieducazione” e finalità delle pene, proprio la visita a un carcere minorile pone una questione preliminare: possiamo davvero parlare di “rieducazione” quando abbiamo davanti ragazzi di quattordici o quindici anni? La parola stessa presuppone che qualcuno sia stato educato male e debba quindi essere rieducato. Ma molti dei ragazzi che abbiamo incontrato avrebbero avuto bisogno, prima di tutto, della fortuna di incontrare un educatore. Qualcuno che si prendesse cura di loro. Una famiglia, una scuola, un maestro, un adulto capace di stabilire una relazione. Per loro, dunque, dovremmo parlare di educazione, prima ancora che di rieducazione.

Ragazzi di quattordici anni, quindici anni. Se sono lì, molto spesso è perché nella loro vita è mancata una relazione significativa con qualcuno che si prendesse cura di loro: la famiglia, la scuola, un educatore. E, per queste mancanze, la priorità sarebbe quella di costruire nuove carceri (in quanti anni) o quella di aumentare i posti disponibili (con quale personale)? Pe ragazzi di quell’età.

Certo, nell’immediato, per ridurre il danno servono più agenti di polizia penitenziaria, più educatori, più direttori, più psicologi. Ma quello di cui quei ragazzi hanno davvero bisogno è un altro tipo di esercito, un altro tipo di caserma: un esercito di maestri elementari, un piano edilizio di scuole, teatri, palestre e campi sportivi nelle periferie delle nostre città. Hanno bisogno soprattutto di ciò che spesso è stato loro negato fin da piccoli: contatti umani significativi, relazioni umane, amore, affetto.

Durante la visita all’IPM di Bologna ho assistito a una scena che mi ha profondamente colpito. Un ragazzo teneva la mano del comandante attraverso le sbarre della sua cella, e lo implorava: “Comandante, non andare via.” “Ma poi torno”, gli rispondeva. “Mi prometti che torni? Ti aspetto. Torna. Ti prego, torna.” Quel ragazzo vedeva in quell’uomo qualcosa che forse non aveva mai avuto nella propria vita: una relazione umana stabile, qualcuno del quale potersi fidare, qualcuno che tornasse davvero. È questo che dovrebbe interrogarci.

Quando ero in carcere, Mariateresa Di Lascia, la scrittrice portentosa di Passaggio in ombra, il romanzo che avrebbe vinto il Premio Strega, venne a trovarmi e mi regalò Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Guardando quei ragazzi mi sono chiesto: hanno mai letto Il Piccolo Principe? Hanno mai avuto un educatore, un maestro elementare, un amico più grande, un parente, qualcuno che prendesse un libro e lo leggesse insieme a loro? Perché un libro come Il Piccolo Principe educa. Non insegna soltanto nozioni, geografia o matematica. Educa i sentimenti. È di educazione sentimentale che quei ragazzi hanno bisogno. Non di rieducazione: di educazione. Sentimentale.

Dopo duecento visite nelle carceri negli ultimi due anni, dopo aver conosciuto e frequentato sempre più da vicino questi luoghi, sono diventato sempre più convinto che il carcere sia un'istituzione fuori dal tempo. All’inizio del secolo scorso, nel 1904, Filippo Turati parlò delle carceri come dei “cimiteri dei vivi”. Sono trascorsi più di centoventi anni. Eppure continuiamo a pensare che sia possibile rispondere ai problemi umani, sociali, familiari ed educativi attraverso la segregazione.

È giunto il momento di domandarci se un’istituzione nata per separare, rinchiudere e sottrarre alla vista possa davvero essere il luogo nel quale ricostruire ciò che nella vita di una persona è stato spezzato o non è mai esistito. Se vogliamo essere umani e civili o un po’ più cristiani – nel senso più semplice che mi è stato insegnato da mia madre: essere buone persone – dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre il carcere. Non basta renderlo un po’ migliore. Non basta renderlo più pulito, più efficiente o meno affollato, per quanto tutto questo sia necessario nell’immediato. Dobbiamo cominciare a pensare alla sua fine, anche per gli adulti. 

Per ragazzi di quattordici, quindici, sedici anni, non avremmo mai dovuto a suo tempo concepirlo e, oggi, pensare di estenderlo. Perché quei ragazzi non hanno bisogno di essere sotterrati dalla società. Hanno bisogno di qualcuno che li guardi, che li ascolti, che gli tenda una mano, che li educhi ai sentimenti. Di qualcuno che, quando dice “torno”, poi torni davvero.

(Fonte: Huffington, 24/10/2026)

— FONTI
  • (Fonte: Huffington, 24/10/2026)