Nessuno tocchi Caino
ITALIA·MORTE PER PENA·20 OTTOBRE 2026·10 MIN DI LETTURA

Il Carcere di Rovigo e la Casa di Abraham, l’architetto spaziale e l’abolizione del carcerato

Il Carcere di Rovigo e la Casa di Abraham, l’architetto spaziale e l’abolizione del carcerato

 

Sergio D’Elia

Segretario di Nessuno tocchi Caino

Huffington Post del 20 ottobre 2026

 

Il carcere di Rovigo ha dieci anni di vita, sorge nella periferia Est della città, vicino alla Cittadella Sanitaria. Carcere e ospedale sono vicini, materialmente e simbolicamente, accomunati dall’essere luoghi di pena e, forse, di riabilitazione. L’istituto è già sovraffollato oltre la media nazionale, il trattamento è già pregiudicato dalle carenze strutturali e di personale. Eppure, il ministero sta facendo di tutto per complicare la vita ai detenuti e ai detenenti. Tra i vecchi edifici e il muro di cinta, sono visibili le prime tracce delle fondamenta di un nuovo padiglione da 80 posti. Un secondo padiglione da 120 posti è nelle intenzioni. In carcere non esiste il vuoto: appena apri una cella la riempi subito, e non ne svuoti un’altra. I detenuti aumentano e i detenenti sono sempre gli stessi, anzi sempre di meno. A Rovigo, dei 185 agenti previsti solo 139 sono operativi. Dei 4 educatori previsti, uno è assente per malattia grave e un altro sta per andare in pensione. Il trattamento dei detenuti è solo in parte compensato dalla buona volontà e dal “genio civile” di operatori impegnati, anche contro le leggi fondamentali della fisica, a trovare spazi per le attività intramurarie. Il direttore è giovane, si chiama Mattia Arba, è un amante dell’ordine e della sicurezza, ma anche del fare. Dalla mattina alla sera vive in carcere tra i carcerati a tentare di ridurre i danni di un luogo strutturalmente portato a generarli, intento a fare di tutto per recuperare i carcerati tendenzialmente portati, se abbandonati a se stessi, a rifare danni e tornare in galera.

 

Una mano nell’opera di recupero e contro l’abbandono gliela dà la “Casa di Abraham”, che si trova nel cuore del Polesine e anche in quello dei suoi fondatori, Susanna Carlesso e Dino Previato. La Casa di Abraham è proprio una casa e anche una famiglia: con la cucina, gli animali, l’orto, i campi intorno. Cristianamente, non giudica nessuno, accoglie tutti: giovani e anziani, immigrati ed emarginati, malati di droga e malati di mente, persone senza fissa dimora o di casa nel carcere di Rovigo, da dove arrivano per la messa alla prova, lavori di pubblica utilità, permessi premio o misure alternative alla detenzione. 

 

La Casa di Abraham ha ospitato anche noi di Nessuno tocchi Caino dopo la visita al carcere di Rovigo in una conferenza dal titolo “La pena che si trasforma: percorsi di inclusione e responsabilità”. C’era anche Monsignor Pierantonio Pavanello, vescovo di Rovigo, che ho incrociato qualche mese fa durante un incontro bellissimo nell’ambito del festival biblico. Siamo andati nella Casa di Abraham con la nostra bandiera e la scritta “spes contra spem”, che richiama il passo su Abramo e Isacco della Lettera di San Paolo ai Romani: la fede incrollabile di Abramo nel Signore, la sua obbedienza che arriva al punto del sacrificio dell’unico figlio, Isacco, e che alla fine viene premiata. Quando è la fede a essere agita, la speranza a incarnarsi, può accadere il miracolo. All’ultimo momento, l’angelo inviato dal Signore ferma la mano armata. E così, «sperando contro ogni speranza», Abramo divenne genitore di nuove discendenze. È l’essere speranza che crea il nuovo, il possibile, anche contro ciò che appare scontato, il probabile.

 

Prima c’era scritto solo “Nessuno tocchi Caino” nel nostro simbolo. Il motto paolino che compare oggi è il frutto di una riforma pannelliana del 2015, quando in un congresso nel carcere di Opera, Pannella ha ritmato “Spes contra spem”: la “speranza contro ogni speranza”. Nella sua vita politica, Marco ha usato spesso il motto di San Paolo: occorre dare corpo alla speranza, diceva, nutrirsi della sua essenza, non possederla come bene materiale. Quanti ne incontriamo di disperati, anche nelle carceri, che dicono: non ho nessuna speranza perché nessuno me la dà, nessuno che mi faccia sperare. 

 

Con Pannella siamo andati in Africa, come i Blues Brothers: “in missione per conto del Signore”. Una volta siamo stati in Niger con lui, Matteo Angioli, Marco Maria Freddi, Stefano Marrella e Marco Perduca, non solo per entrare nei palazzi del potere ma, anche lì, per “visitare i carcerati”. Nel carcere di Niamey e poi in quello di Kollo. I detenuti erano adunati nel cortile, seduti sulla terra rossa o sulle taniche vuote dell’olio, non so di che tipo, non certo d’oliva. Tutti lo guardavano con aria interrogativa, come a chiedersi: chi è questo signore coi capelli bianchi e la coda di cavallo che parla di speranza? Cosa vuole dire? Non capivano il francese, e Marco parlava in francese; poi usava questo latino “spes contra spem”. Tradotto nel dialetto del posto, lui spiegava che bisogna essere speranza per i propri cari. La speranza è amore nei confronti delle persone che ti amano. Non bisogna cedere alla disperazione. Occorre vivere per coloro che vogliono che tu viva. Questa è la speranza, secondo Pannella: amare la vita per l’amore che si nutre nei confronti delle persone che ti amano e vivono per te. E lì, forse, i detenuti capivano che non dovevano cedere alla disperazione o all’idea di farla finita.

 

Cesare Burdese è un “architetto spaziale” che abita a Torino, va spesso in Olanda ma, quando sa che facciamo una visita in carcere, prende e parte, viene con noi, con la matita, il blocco degli appunti e il metro di legno come quello dei muratori. Lui ha il compito di prendere le misure delle celle e fare gli schizzi di quello che vede, ma la sua visione non è quella terra-terra del carcere reale: le pareti, gli angoli, gli ingombri, il pavimento della cella. È un architetto spaziale, nel senso che la sua mente spazia nello spazio immateriale, nell’alto dei cieli del possibile contro il probabile, nell’infinito di un luogo che immagina senza corridoi, senza muri, senza cancelli, senza sbarre. A ben vedere, la sua visione architettonica del carcere è una visione abolizionista. Cesare Burdese vede il carcere un po’ come Franco Basaglia vedeva il manicomio. Manicomi e carceri sono per definizione luoghi di clausura, con celle e sbarre, muri e portoni. Burdese è un architetto, Basaglia era uno psichiatra, però la visione è la stessa, quella di aprire i luoghi chiusi a tal punto da chiuderli per sempre. 

 

Basaglia fece abbattere l’architrave che stava sul portone d’ingresso principale del manicomio di Trieste, perché altrimenti non usciva il “cavallo Marco”, un’opera equestre di cartapesta celeste che i pazienti avevano realizzato per soppiantare un equino vero che doveva andare in pensione dopo una vita passata a tirare la carretta con la biancheria sporca del manicomio. Era talmente bello il cavallo di cartapesta che Basaglia voleva farlo vedere a tutta la città. Ma non usciva, il cavallo, dalla porta carraia e allora Basaglia la fece abbattere. Come un cavallo di Troia al contrario, dalla fortezza chiusa e impenetrabile del manicomio uscirono gli assediati, i matti da legare liberati da Basaglia dai letti di contenzione e dalle camicie di forza. Quell’apertura segnò la fine dei manicomi e della pena mentale.

 

È la visione del carcere dell’architetto spaziale Cesare Burdese. Si abbattono gli ostacoli, i muri, le porte e i portoni, e tutto ciò che nega l’orizzonte alla vista dei carcerati, i più elementari sensi vitali e significativi contatti umani. E, se non vedi oltre la finestra della cella e il muro di cinta, il carcere non è solo privazione della libertà, diventa un luogo di pena, e di una pena che diventa anche corporale. In quel luogo di clausura perdi la vista, perdi l’udito, perdi i denti, perdi i sentimenti, perdi il senno. Ti ammali di cuore, di cancro, di mente. Eppure, nel terzo millennio, noi continuiamo a dare per scontata la necessità del carcere e, come nel Medioevo, a praticare la pena corporale. 

 

L’opera di misericordia corporale del “visitare i carcerati” che continuiamo a compiere, non sarà mai compiuta davvero finché non sarà l’opera di misericordia che libera i carcerati dalla pena corporale. Dobbiamo, non solo visitare, ma anche liberare i carcerati, se vogliamo essere più civili, se vogliamo continuare a dirci cristiani. È un’opera evangelica, come quella della parabola dell’adultera: «chi è senza peccato scagli la prima pietra». Vuol dire: non giudicare. Perché sta lì, nel giudizio, nella pretesa di giudicare, il peccato originale del punire, il vizio d’origine dei sistemi penali e penitenziari. Il titolo del libro dell’anno scorso di Nessuno tocchi Caino era Non giudicare. Quello di quest’anno è Abolire. Abolire che cosa? Il carcere, il cimitero dei vivi, come lo definì Filippo Turati nel 1904, in un memorabile discorso alla Camera dei Deputati. Perché quello è, il carcere: il cimitero dei vivi. E quello svela il senso originario della parola, che viene dall’aramaico antico “carcar” e significa sotterrare, seppellire. 

Quando il nome di una cosa ne segna il destino o, detto all’inverso, quando una cosa si rivela essere esattamente quella che la parola in origine significava, è giunto il tempo di finirla con l’uso di quella parola e di quella cosa. Liberiamo i carcerati dal destino di essere sepolti vivi in un luogo che gli fa perdere la vista, l’udito, i denti, il cuore, la ragione. Quando accade che un luogo concepito per riabilitare pregiudica la riabilitazione, è giunto il momento di chiudere quel luogo.

 

Tanto vale dire basta all’articolo 27 della Costituzione: è obsoleto, è superato, è fallito. Tradito dai mezzi usati per attuarlo: dal carcere stesso.

 

Questa è la realtà, anche quella del carcere Rovigo che abbiamo visitato. Nonostante ci sia un bravo direttore, una brava educatrice, un bravo ispettore. Nonostante ci sia il panificio “Panatè”, che produce pinza romana e impiega dieci detenuti. A loro va il nostro riconoscimento. A chi ogni giorno vive dentro un sistema che produce danno e si adopera per ridurlo: il direttore che abita il carcere dalla mattina alla sera, gli educatori che sono rimasti in pochi, gli agenti costretti a turni infernali.

Su questo voglio concludere. Ce l’aveva promesso il direttore un anno fa ed è stato di parola: il panificio è stato realizzato e ad aprile è stato aperto. Entri dentro e sei avvolto dal profumo intenso, atavico della farina, vedi i detenuti infarinati con le mani in pasta che fanno le pinze da vendere agli autogrill. Quella farina, quelle mani infarinate, ho detto al direttore, odorano di pulito, sanno di speranza.

Hai fatto un panificio in carcere e hai creato una persona libera. Non hai abolito il carcere, ma hai abolito il carcerato. Una persona che in carcere non tornerà più, finché gli resterà addosso il profumo della farina e in bocca il sapore del pane.