La civiltà di un paese è nell’abolizione del carcere inumano
Sergio D’Elia su Il Dubbio del 13 ottobre 2026


Sergio D’Elia su Il Dubbio del 13 ottobre 2026
Nello stato di abbandono e di degrado in cui versa il carcere, come Nessuno tocchi Caino, continuiamo l’opera di Marco Pannella, forse la più bella della sua vita: visitare i carcerati. È un modo di fare di una mancanza, quella dello Stato, una presenza, la nostra. Accanto, non solo ai detenuti, ma anche ai “detenenti”: direttori, poliziotti penitenziari, educatori, medici. Che fanno con amore il loro mestiere: “Despondere spem” tra i disperati, educare gli analfabeti, medicare gli infermi. Che riducono il danno di un luogo che tale rimane: dannoso, oltre che inutile. Dove la pena non è solo la privazione della libertà, ma è corporale, di privazione di bisogni fondamentali: la luce, i suoni, gli odori, i sapori, i contatti umani.
L’opera laica e cristiana di misericordia corporale del “visitare i carcerati” potrà dirsi davvero compiuta solo quando arriverà finalmente a “liberare i carcerati”. Come nel 2007 l’Onu dichiarò una moratoria universale delle esecuzioni dei condannati alla pena di morte, così oggi, nel 2026, occorre dichiarare una moratoria universale dell’esecuzione dei condannati alla pena corporale. Dopo 33 anni di moratorie e abolizioni conquistate nel mondo, Nessuno tocchi Caino mantiene la visione universale dell’infinito, del possibile nuovo orizzonte che non vedono i contemplatori della “realtà concreta” del luogo – di pena e di merda – in cui sono immersi. Se vuoi davvero testare la civiltà di un Paese, non devi entrare nelle sue carceri, devi uscire dal sistema carcerario. È ora di superare questo paradigma mentale patibolare che si dà per scontato.
Il carcere è irredimibile. Più lo visito e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da fare: l’abolizione del carcere penale. Hic et nunc! È il ruolo dei visionari: rendere attuale l’inattuale, giocare il possibile contro il probabile. Penso agli abolizionisti americani, che avevano la visione della fine della schiavitù, senza la quale avremmo ancora gli schiavi nelle piantagioni di cotone. Senza la visione abolizionista della pena di morte, avremmo ancora ghigliottine, sedie elettriche, forche e altri patiboli in tutti gli angoli del mondo. Avremmo ancora la tortura come mezzo di prova e prevenzione dei reati. Senza la visione di Franco Basaglia, ci sarebbero ancora i manicomi coi “matti” legati ai letti di contenzione, costretti nelle camicie di forza, curati con l’elettroshock.
È il momento della fine del carcere, un luogo in cui non può esservi “stato di diritto”, ma solo “stato di torto”: un torto che volge inesorabilmente alla tortura. Non perché in carcere vi siano torturatori, ma perché esistono condizioni strutturali di tortura. Dove il mezzo di esecuzione della pena distrugge il fine della pena. Riconosciamo il fallimento dell’illusione della rieducazione per via carceraria. Non chiudiamo i carcerati in cella, chiudiamo le celle del carcere e buttiamo via la chiave.
Come Nessuno tocchi Caino, facciamo oltre cento visite all’anno negli istituti di pena. Parliamo coi “detenenti” e parliamo coi detenuti stipati nelle cosiddette “stanze di pernottamento”. È giusto chiamarle così, perché lì, su letti a castello fino a tre piani, mangiano e dormono. A un carcerato non chiedo mai che reato ha commesso; qualche volta chiedo “quanti anni hai fatto, quanti te ne mancano”. E lo prendo in giro quando risponde: mi sono fatto otto, dieci anni, venti “anni di branda”; non di carcere o di galera, ma di branda. Mariateresa Di Lascia, in un romanzo straordinario, “Passaggio in ombra”, racconta di Francesco che finisce in carcere e non distingue il giorno dalla notte, non riesce a separarsi da quel luogo di conforto che è il suo letto, un giaciglio che, come in un sudario, conserva l’impronta dei corpi passati prima di lui, e si identifica con la branda fino a sentire il cigolio del proprio corpo simile a quello del letto, come fosse divenuto di ferro. Ecco: quando una persona diventa non un fine ma un mezzo, tal quale la cosa in cui è costretto a vivere, penso sia giunta la fine di quel mezzo e di quella cosa.
Per tornare a essere umani, più civili e anche un po’ cristiani, bisogna uscire dal carcere ed entrare in un’altra dimensione. In Ruanda, dopo il genocidio del 1994, furono ricostituite le corti Gacaca, i tribunali sull’erba (questo vuol dire “gacaca”) della giustizia tradizionale. Al centro del villaggio, radunata la comunità, vittima e carnefice, l’una accanto all’altro, dialogano, ricordano il passato, il danno agito e subito. Si riforma una convivenza civile. In Sudafrica, per giudicare i crimini dell’apartheid, Nelson Mandela e Desmond Tutu istituiscono, non un tribunale penale, ma una Commissione Verità e Riconciliazione. Su un piatto della bilancia la verità, la memoria delle vittime; sull’altro la riconciliazione, il futuro di una comunità. È la giustizia che non punisce ma rigenera, che non separa ma ripara, che tiene insieme una storia, quella di Caino e Abele, che sono fratelli, tragicamente separati, ma pur sempre fratelli.
- (Fonte: Il Dubbio, 13/10/2026)
