TANZANIA - Progetto europeo sul tema LGBTIQ+

TANZANIA - Map (Courtesy of Tubs)

02 Gennaio 2026 :

Riceviamo da Elisabetta Grassia, un’amica di Caino, ed una vera esperta di cose africane avendo lavorato per un quarto di secolo come manager nei progetti di cooperazione, un interessante articolo sull’evanescenza di alcuni interventi europei in Africa.

Grassia racconta della sua più recente esperienza in una nazione che Caino sta seguendo con attenzione, la Tanzania.

Come abbiamo scritto nei diversi aggiornamenti degli ultimi mesi, la Tanzania è la nazione dove il leader dell’opposizione Tundu Lissu viene apoditticamente accusato di alto tradimento e rinchiuso nel braccio della morte;
dove, subito prima delle elezioni del 29 ottobre 2025, per i due principali schieramenti dell’opposizione, utilizzando improvvisati ordini della magistratura, è stato disposto il cancellamento dalle liste elettorali;
dove, subito dopo le elezioni del 29 ottobre molti cittadini sono scesi nelle strade per protestare contro le evidenti irregolarità, e la protesta è stata soppressa uccidendo centinaia di persone disarmate;
dove, attualmente, la Cina sta investendo 1,4 miliardi di dollari in infrastrutture, e la Russia 1,2 miliardi di dollari per l’estrazione dell’Uranio.

A fronte di tutto questo, l’Unione Europea sembra voler dare la precedenza ai diritti delle persone LGBTIQ+. Quella che segua è una disamina dello scarso impatto che queste iniziative europee sembrano destinate ad avere.

 

Ideologia (trans) gender e difesa dei diritti umani: geo-politica europea in Africa Orientale

Questo articolo vuole essere un invito alla riflessione su come concetti estremizzati di democrazia stiano sconfinando in una visione dissociata e disfunzionale della realtà. Dissociazione che in Africa Orientale è visibile in una strategia geo-politica europea mirata a persuadere gli africani su argomenti di scarsissima sostenibilità: da un lato convincerli a diffidare sia della Russia sia della Cina, dall’altro spingerli ad accettare l’ideologia transgender. Questa, vista da alcuni come l’evoluzione naturale della teoria gender e sulla quale si persevera con sorprendente vigore rispetto alla invece fievole denuncia di violazioni di diritti umani fondamentali. Sulla difesa di questi ultimi si nota infatti una certa prudenza da parte dell’UE, in quanto insistere comporta il pericolo di neutralizzare gli sforzi diplomatici in ambito geo-politico. Infatti, non essendo i diritti umani una priorità delle politiche russe e cinesi, la difesa degli stessi da parte europea denota una tattica di prudenza particolare nell’affrontare certi temi. Una cautela riscontrabile nel modo in cui si biasimano gravi violazioni in Stati in cui l’opposizione politica viene sistematicamente perseguitata e silenziata così come l’informazione. Questo è il caso di tutti i paesi dell’Africa Orientale dove il multipartitismo di fatto non esiste. Tuttavia, alcuni sistemi monopartitici sono meglio tollerati in quanto “amici dell’Occidente”, si veda il caso del Rwanda dove Kagame, in carica dal 2000, è stato rieletto per il suo quarto mandato presidenziale nel luglio del 2024. In altri, come la Tanzania, diplomatici di alto grado denunciano esterefatti la democrazia mono-partitica come se fosse una novità o un’eccezione. Una “palese doppia morale” non certo nuova nella politica estera europea, come recentemente denunciato dai circa duemila funzionari del gruppo “EU staff for Peace” a riguardo della manifesta inequità di approccio nella gestione della crisi umanitaria a Gaza rispetto al sostegno all’Ucraina. A quanto pare, per gli strateghi d’Europa non è già abbastanza grave sacrificare un’altrimenti doverosa denuncia di diritti umani calpestati in nome dell’improbabile prospettiva di poter “convertire” i governanti africani all’idea della pericolosità di Putin e Xi Jinping. Come se la coalizione BRICS non avesse il supporto della gran parte del continente, come se l’ex URSS non fosse stata un’alleata cruciale nelle lotte di liberazione anti-coloniali. Senza parlare in questa sede del tentativo francese in corso di propaganda anti-Traorè. In questo contesto, di assordanti silenzi su gravi violazioni di diritti fondamentali per ragioni di convenienza politico-economica, spicca per la sua singolarità la difesa contro la discriminazione LGBT. E’ qui che la disfunzionalità della strategia europea si mostra a pieno in contesti in cui la narrativa anti-omosessuale è utilizzata come una doverosa posizione anti-colonialista, con la falsa pretesa che la libertà di orientamento sessuale sia un argomento occidentale o neo-coloniale. Al contrario, numerosi studi e ricerche attestano come proprio il colonialismo, primo tra tutti quello Vittoriano, abbia introdotto la condanna morale di pratiche omosessuali insieme all’attacco della poligamia e dei rapporti fuori dal matrimonio o pre-matrimoniali. Pratiche “native” e in quanto tali tacciate di "selvaggità" e perversione. Dopo l’indipendenza, il populismo politico dei neo-eletti ha avuto gioco facile nel condannare l’omosessualità  come un fenomeno d’influenza coloniale, posizione irriggiditasi negli anni anche come risultato di una crescente presenza islamica di matrice conservatrice e non tollerante. Mai come prima degli anni 2000 in parecchi stati africani è stata intensificata l’adozione di leggi discriminatorie nei confronti dell’omosessualità. In questi stessi anni è comparso l’acronimo LGBTI, al quale di recente sono state aggiunte una Q (Queer) ed il segno “+” per indicare altre varie identità di genere. Se stabilire il legame di causa ed effetto tra il diffondersi dell’acronimo e l’inasprirsi dell’avversione alle categorie che include rimane un tentativo speculativo, è invece lecito chiedersi quanto questo stesso acronimo rinforzi lo stigma piuttosto che la protezione per gli stessi gruppi che vuole salvaguardare. L’insistente difesa del gruppo e dell’acronimo specifico LGBTIQ+ sacrifica posizioni più nette in difesa del diritto inalienabile della libertà di scelta ed espressione di ogni persona basato sulla non discriminazione e tolleranza come valori universali dell’umanità tutta. Insistere caparbiamente su una sigla sebbene questa susciti una chiusura automatica al dialogo rende lecita la domanda: grande ingenuità o inopportuna ostinazione? In entrambe i casi, il punto critico riguarda la possibilità di sopravvivenza di un sistema – quello europeo - afflitto da palesi contraddizioni e, in quanto tale, sempre meno credibile. La risposta non si basa su un bigotto conservatorismo nel rifiutare tanta emancipazione (considerando gli ultimi sviluppi della cultura transgender in Occidente, dove alcuni Stati hanno adottato una legislazione che difende i figli minorenni da genitori “despota” in casi in cui si volesse cambiare sesso senza il consenso parentale) bensì su un approccio interdisciplinare, come quello espresso dalla Teoria dei Sistemi. Questa ci dice che la sussistenza di un sistema dipende da un numero imprecisato di elementi indipendenti l’uno dall’altro ma interconnessi e dalla cui interazione più o meno equilibrata dipende l’esistenza stessa.  Questo equilibrio dinamico si modifica in continuazione sulla base di cambiamenti che possono essere funzionali o disfunzionali al sistema. I cambiamenti disfunzionali sono quelli che prendono una direzione opposta a quella dell’equilibrio e che, estremizzati, possono portare l’intero sistema al decadimento e, progressivamente, alla fine. Quando si verifica un caso di degenerazione in cui l’alterazione o modifica degli elementi porta il processo verso un’irreversibile fine, tentativi di ripristinare l’equilibrio possono richiedere una gran quantità di energie (alias di risorse finanziate dai contribuenti europei) fino alla così detta “soglia limite” al di sotto della quale lo sforzo non ha più senso perché ogni tentativo è vano. Ebbene, “quando si raggiunge questa soglia minima, la scelta migliore è lasciare che il sistema collassi. In questo modo, si evitano ulteriori sprechi eccessivi di energia e si lascia spazio alla nascita di un nuovo sistema, più armonico con la vita e le sue necessità.”[1] 

Ecco, con l’ossessione della difesa del transgender, questa soglia si è oltrepassata. L’Europa dell’Illuminismo, delle più alte forme di pensiero filosofico, scientifico, artistico e spirituale, ha scelto di lanciarsi in una strenua difesa dell’estremo. Non dell’essenziale, con l’affermazione decisa di valori universali come la tolleranza, la non discriminazione, libertà di scelta e di espressione. Non l’assicurazione ad ogni costo della difesa di principi fondamentali conquista dell’umanità tutta, bensì una sorta di arroccamento a protezione di un gruppo minoritario che, in Africa, equivale al 3,57% della popolazione di quasi un miliardo e mezzo.

Difendere la libertà di orientamento sessuale è un dovere al pari della difesa di diritti universalmente riconosciuti; tuttavia,  in considerazione di un’ostilità manifesta e l’intolleranza della gran parte dei governi e opinione pubblica africani (dei 76 paesi al mondo che criminalizzano relazioni tra lo stesso sesso, ben 38 sono in Africa) ostinarsi nell’utilizzo di un acronimo, oltre ad essere obiettivamente disfunzionale, è contro ogni logica di un partenariato euro-africano basato su credibilità e sostenibilità.

Elisabetta Grassia

 

[1] L’Ottimismo del pessimismo, di Piero Priorini, Libero Pensare, Luglio 2025
 

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