30 Agosto 2025 :
Cesare Burdese su l’Unità del 30 agosto 2025
I primi di agosto, con Nessuno tocchi Caino, ho visitato la Casa di Reclusione di Vigevano. Normalmente alle visite partecipano iscritti all’associazione, membri delle Camere Penali e amministratori e rappresentanti locali. Quel giorno con me c’erano solo Elisabetta Zamparutti, Sergio D’Elia e Marco Federico, un iscritto locale all’associazione. Assente giustificata la presidente Rita Bernardini, impegnata a Roma per promuovere l’approvazione di una legge che riduca il sovraffollamento nelle carceri, attraverso la riduzione della pena.
Chi lo aveva visitato, ancora di recente, ne aveva evidenziato le “condizioni igienico-sanitarie assolutamente allarmanti”, per i consistenti e diffusi problemi di infiltrazioni di acque meteoriche anche nelle zone comuni e all’interno delle celle, piccole e buie con bagno senza doccia, oltre la carenza di aree destinate alle attività trattamentali, scolastiche e lavorative. Con tali presupposti è stata affrontata la visita, limitatamente all’area sanitaria, alla sezione isolamento e alla sezione femminile AS3, a partire dall’area colloqui.
Come di consueto, prima di entrare nell’area detentiva, si è tenuta una riunione informativa con il governo del carcere. Presenti il Commissario Capo Melania Manini, in rappresentanza della direzione, operatori della Polizia Penitenziaria e dell’area educativa, la riunione ha segnato un momento di dialogo appassionato ed empatico. Anche la presenza continuata, durante la visita, del Comandante di Reparto e dei funzionari giuridico pedagogici lo testimonia. Nel corso della riunione è stato illustrato il progetto innovativo del padiglione da 80 posti in costruzione, concepito con zone giorno e notte separate, lavanderie e spazi per attività, ma con perplessità sulla sua reale destinazione (alleviamento del sovraffollamento o incremento capacità detentive) e rischio di snaturamento.
La visita ha consentito di appurare che il sovraffollamento è diminuito: a fronte di una capienza regolamentare di 226 persone, nella struttura sono oggi ospitati 266 uomini e 32 donne; erano 376 fino a pochi mesi fa. Anche le criticità igienico/strutturali più volte denunciate, almeno in apparenza, sono state da poco superate grazie a consistenti interventi manutentivi, con l’impiego anche di detenuti (quasi la metà dei presenti lavora) e con grande impegno da parte degli operatori e crediamo anche dei volontari.
Un fiore all’occhiello è il call center interno che impiega 28 detenuti con contratti esterni, affiancato da una sartoria femminile e un gruppo di volontariato maschile che cuce pannolini e assorbenti per l’Africa.
Pur constatando tutti i limiti architettonici delle carceri degli “anni di piombo”, alle quali l’istituto di Vigevano appartiene, i suoi muri risanati e le attività lavorative e formative in essere palesano l’impegno e la dedizione costanti, lì profusi, per dare corso alla pena costituzionale e alla norma penitenziaria primaria. Ci sono stati episodi di aggressione e tensione tra i detenuti, ma è stata notata una diminuzione degli eventi critici negli ultimi tempi, collegata a un miglioramento generale del clima all’interno della struttura.
Una conferma che si è rafforzata con l’appello disperato e drammatico delle trenta detenute, per lo più per reati legati alla criminalità organizzata, incontrate il giorno della visita che, alcune in lacrime, hanno chiesto chiarezza sulle loro sorti, preoccupate per la ventilata prossima chiusura della sezione femminile che le ospita, per fare posto a detenuti al 41-bis provenienti da altre carceri. Il loro timore è quello di una regressione trattamentale per loro, in termini di occupazione lavorativa e studio, anche con ricadute negative sui benefici penitenziari, se destinate a essere rinchiuse inattive in altre carceri che non presentano le stesse opportunità rieducative presenti al carcere di Vigevano. Lacrime che hanno solcato le guance di una educatrice presente, angosciata per il rischio di non poter svolgere in futuro il lavoro che ama nei termini attuali e di gettare alle ortiche i frutti dell’impegno da tutti profuso.
A costo di essere retorico ed edulcorare la drammatica generalizzata situazione delle nostre carceri, ho voluto testimoniare aspetti di umanità che, nonostante tutto, in quel carcere, come in altri, accomunano detenuti e detenenti. Una realtà da sempre trascurata, a torto o a ragione, da quanti, come governanti e amministratori, hanno in carico il carcere. Per finire in dolcezza: il miele prodotto dalle persone detenute nella Casa di Reclusione di Vigevano è ottimo!