09 Maggio 2026 :
Igor Boni e Silvja Manzi su l’Unità del 9 maggio 2026
«Le funambule, cheveux au vent, danse sur son fil…» (“Il funambolo, i capelli al vento, danza sul suo filo…”). Così la moglie Aude ha comunicato lunedì pomeriggio a centinaia di amici, che si erano idealmente raccolti da tutto il mondo attorno al suo capezzale, che Olivier Dupuis era morto. Malato da alcuni mesi, quando la situazione si è aggravata e le sofferenze si sono fatte insopportabili, ha fissato la data dell’eutanasia e fatto in modo che lo sapessero tutti quelli con cui aveva condiviso pezzi di vita e di impegno politico, perché si preparassero al commiato, inviando un ultimo messaggio: «È certo che ci ritroveremo sul nuovo cammino, il cammino dell’amore e della speranza».
Dupuis è stato segretario del Partito Radicale dal 1995 al 2003 e deputato europeo (eletto in Italia) dal 1996 al 2004. Nel decennio precedente era stato a capo di quel manipolo di militanti transnazionali (Paolo Pietrosanti, Andrea Tamburi, Marino Busdachin, Massimo Lensi, Sandro Ottoni, Marina Szikora, Antonio Stango, Michele Boselli, Mihai Romanciuc, Nikolay Khramov…) che Pannella aveva prima sguinzagliato nei Paesi dell’Est europeo sovietizzato e poi, dopo la caduta del Muro, impegnato nella battaglia per la democratizzazione dello spazio post-sovietico.
Nella perenne transizione incompiuta che, secondo la formula pannelliana, avrebbe dovuto portare “dall’Europa delle patrie alla patria europea”, Dupuis si è sempre mosso con la consapevolezza che la libertà e la sicurezza del Continente andavano difese, in primo luogo, in partibus infidelium, danzando, per così dire, sul filo tra l’Europa e il mondo.
Come nel 1985, con una clamorosa affermazione di coscienza, si fece arrestare rifiutando sia il servizio militare sia quello civile in Belgio e dichiarando che la vera difesa europea passava dalla fine dell’appeasement con l’URSS e della “guerra per fame” nel Sud del mondo, così all’inizio degli anni 2000 denunciò l’illusione di un ordine globale pacifico fondato su un negoziato puramente affaristico con gli imperialismi russo e cinese. E ha continuato – con gli arresti, con i lunghissimi scioperi della fame – a dare corpo a una politica nonviolenta unica e straordinaria, di una attualità accecante.
Anche quando parlava di ceceni e tibetani, di ucraini e uiguri, di tunisini e cambogiani, di israeliani e vietnamiti, Dupuis parlava d’Europa, e viceversa, vedendo nella loro libertà l’altra faccia della medaglia della libertà europea. L’Europa non era per lui uno spazio geografico ma un’ideale universalistico di civilizzazione politica, la cui prospettiva di sopravvivenza dipendeva da una proiezione globale, cioè dalla forza di “contagio” della libertà, della democrazia e dello Stato di diritto.
Anche la cerimonia laica di amore e di amicizia che si è celebrata nei giorni precedenti alla sua morte è stata, come la sua vita, transnazionale. Sono arrivati messaggi dai quattro angoli della Terra, soprattutto a nome di quegli oppressi di cui la politica europea ufficiale aveva addirittura paura di pronunciare il nome ma che Dupuis frequentava e difendeva spesso in totale solitudine.
Gli ha scritto il Dalai Lama per «esprimere la profonda gratitudine per il costante sostegno che hai dato alla pacifica lotta del popolo tibetano» e il primo ministro in esilio della repubblica cecena di Ichkeria, Akhmed Zakayev: «il tuo nome è già scritto a lettere d’oro nella storia del popolo ceceno. Sei parte integrante del nostro destino». Con i loro sono arrivati i messaggi di attivisti, politici, diplomatici, militari, accademici che, anche dopo avere lasciato l’impegno istituzionale, Dupuis aveva continuato a coinvolgere in iniziative, che culminavano in genere in appelli sottoscritti da centinaia di personalità di fama internazionale e pubblicati sulle testate di diversi Paesi e che negli ultimi anni avevano ovviamente al centro la questione dell’aggressione russa all’Ucraina.
Dopo la sua morte è stato ricordato alla Camera dei Deputati italiani e tra qualche giorno sarà ricordato anche al Parlamento europeo, tra i cui scranni si è sempre mosso onorando e celebrando “verità nella vita e vita nella verità”, come recitava il famoso manifesto-appello contro lo sterminio per fame scritto da Marco Pannella, sottoscritto da oltre 140 premi Nobel e lanciato il 24 giugno 1981, proprio nell’anno in cui il giovane Olivier Dupuis si iscrisse al Partito Radicale, iniziando la sua straordinaria carriera di funambolo politico. Cher Olivier, continuons le combat ensemble!











