30 Maggio 2026 :
Patrizia Patrizi su l’Unità del 30 maggio 2026
Il danno è un costrutto fondamentale nella giustizia riparativa, che non coincide con il reato, non coincide con l’etichetta giuridica di un comportamento. Il danno corrisponde alle conseguenze: a ciò che noi viviamo rispetto a quello che ci è stato fatto o a ciò che abbiamo fatto. È qui il cuore della giustizia riparativa: ascoltare e comprendere le ragioni del vissuto. La giustizia riparativa compie un passaggio fondamentale che è poi ciò che tutti noi cerchiamo ogni giorno della nostra vita: avere voce rispetto a ciò che ci riguarda.
Il danno di chi ha subito e il danno di chi ha agito. In entrambi i casi esiste un danno aggiuntivo: il danno da giustizia. Chi ha subito vive anche il danno prodotto dalla giustizia: testimonia, è “importante”, deve raccontare tutto, ma poi non è veramente rilevante, non ha voce. Se ha dei bisogni, la giustizia non è interessata, perché il suo obiettivo è un altro. Poi, c’è anche il danno di chi ha agito, al quale si pensa ancora meno. Chi ha agito vive un danno da processo e un danno da detenzione. C’è il sovraffollamento, ma c’è anche il danno di non avere una parola libera. E questo è un danno anche per la giustizia stessa, perché la persona deve dire quello che ha fatto, deve assumere responsabilità, dovrebbe poter pensare anche alla persona che ha danneggiato. Ma come può farlo, se è totalmente concentrata sui danni che la giustizia sta producendo sulla sua stessa esistenza, sul suo corpo, sulle sue relazioni, sui suoi affetti più importanti, in nome di una giustizia che dichiara di voler rieducare?
È paradossale. La nostra Costituzione afferma un orientamento rieducativo. Ma come si realizza, se la persona detenuta o comunque sottoposta a un regime di controllo non può esercitare le competenze fondamentali, le più importanti, come, per esempio, quelle di relazione con i figli, l’essere presente quando c’è un bisogno? Il bisogno è secondario alla regola. Questo è danno da detenzione: danni che si spargono, che si diffondono, che contaminano. Il danno del figlio o della figlia stigmatizzati. Lo sappiamo come funziona tra bambine e bambini: “Ha il padre in galera…”, “Quello è il figlio di quello lì…”. Lo stigma si propaga e rende sempre più problematico quel cambiamento che pure è dichiarato come obiettivo.
La violenza inizia già nell’atto stesso del giudizio. E qual è questa violenza, letta con le parole della giustizia riparativa? Uno dei valori imprescindibili della giustizia riparativa è il non dominio, insieme all’empowerment, al potenziamento delle persone. Nel sistema penale, però, domina la legge, dominano i suoi rappresentanti: gli esperti, quelli che “capiscono”. Giudici, avvocati, psicologi… tutti. Siamo tutti noi, non solo gli “altri”, che ci appropriamo delle storie delle persone. Eloquente il concetto di “ladri professionisti” del criminologo Niels Christie, ladri di professione perché si appropriano dei conflitti, ingabbiando persone e fatti in categorie giuridiche, psicologiche, psichiatriche, ecc. Eppure, a nessuno di noi piace, nella vita quotidiana, quando la nostra storia viene interpretata da altri.
La narrazione di noi è di grande rilevanza. La giustizia riparativa ci parla di verità dialogica: una verità che si costruisce attraverso l’ascolto di ciò che l’altro dice. È lì che si costruisce una verità che può consentire di andare avanti, diversa dalla verità processuale, che si ferma ai fatti, agli atti, ai verbali. Cito Michael White, il fondatore insieme a David Epston della psicoterapia narrativa. Un punto sostanziale del suo pensiero, e di particolare utilità e applicabilità nella giustizia riparativa, è che non esistono persone problematiche; esistono problemi e ci sono persone che vivono quei problemi.
Allora, quando c’è un danno da reato, quando c’è un danno da detenzione, quello è il problema. È quel problema che chi ha subito si porta dentro, con le sue paure. È quel problema che chi ha agito si porta dentro, con la prospettiva di un futuro spezzato. Per ambedue, un presente doloroso, un futuro difficile da immaginare. Noi siamo esseri narrativi: la nostra vita è una narrazione. La nostra identità si costruisce attraverso scambi dialogici.
E qual è il potere della narrazione nella giustizia riparativa, la potenza di questa giustizia dell’umano? Che queste verità si raccontino e si interroghino reciprocamente, affinché ciascuno possa uscire dal dominio del passato e costruire una nuova narrazione di sé oltre il problema, cioè il danno. Una nuova narrazione per l’autore e per la vittima, e anche per le comunità coinvolte. Una narrazione che sia potenziante e orientata alla prospettiva.








