Intervento di F. Radicioni al V° Congresso di NtC

08 Gennaio 2014 :


INTERVENTO AL V CONGRESSO DI NESSUNO TOCCHI CAINO – PADOVA, 19-20 DICEMBRE 2013: “MITIGARE LA SEVERITA’ CON LA CLEMENZA: PENA DI MORTE E RIFORMA DEL SISTEMA LEGALE IN CINA”.
 
 
 
 
Quando Sergio ed Elisabetta mi hanno chiesto di pensare a un titolo che potesse meglio sintetizzare e descrivere lo stato dell’arte nel complesso di riforme del sistema legale, della giustizia, delle carceri e della pena di morte in Cina, mi è subito venuta in mente la formula del ‘mitigare la severità con la clemenza’.
 
Perché? Da un lato perché – per chi vive in Cina e a queste tematiche si appassiona – questa dicitura e questi caratteri rappresentano una sorta di mantra (ripetuto fino alla noia dalle autorità di Pechino e rilanciato dai mezzi d’informazione cinesi) e utilizzato come sistema di riferimento del dibattito in corso per allargare le garanzie giuridiche e gli spazi di stato di diritto nella Repubblica Popolare.
 
Un tema, questo, che le autorità centrali cinesi stanno caricando di enorme retorica: e ne è stata sintomatica manifestazione il modo in cui gli editoriali della stampa di Pechino hanno descritto il caso Bo Xilai. Una vicenda essenzialmente politica – ma che qui non svilupperò – che però è stata descritta come la dimostrazione che anche i personaggi più potenti non possono porsi al di sopra della legge. Insomma, Pechino ha avuto bisogno di ricorrere ai concetti di stato di diritto, di rule of law per giustificare - anche agli occhi dei suoi cittadini - quella che non poteva essere semplicemente definita come un’epurazione…
 
Dico - anche agli occhi dei propri cittadini - perché oggi il Partito Comunista Cinese trova sempre più, proprio nella capacità di fare rispettare la legge scritta, la legittimità del suo monopolio del potere.
 
E tuttavia, l’espressione ‘bilanciare la severità con la clemenza’ ha un’origine per molti versi opposta rispetto ai principi dello stato di diritto. Nasce, infatti, dalla completa subordinazione del sistema giuridico alla politica (o per la precisione: la subordinazione del diritto al Partito Comunista Cinese…) e trova la sua prima fase applicativa nelle basi rosse, dove si prevedeva - appunto – di bilanciare severità e clemenza attraverso punizioni più severe per coloro che ledevano gli interessi del PCC e pene invece più miti (a volte anche attraverso la depenalizzazione dei reati) per quanti al Partito-unico erano fedeli.
 
Ed è stata quindi solo la peculiare logica del mondo cinese – molto più sensibile al principio della complementarietà degli opposti che a quello della non-contraddizione – che è riuscita a trovare in questa formula un modo per sintetizzare ciò che Pechino chiedeva al proprio sistema legale.
 
Anche perché, nel momento in cui – ed è il 1978 – Deng Xiaoping si apprestava a lanciare la stagione delle riforme e dell’apertura economica, nella Repubblica Popolare ci si trovava con istituzioni giuridiche travolte dalla Rivoluzione Culturale e gravate dalla forte ipoteca del periodo maoista, in cui le (poche) leggi risalenti al periodo imperiale o alla Cina repubblicana erano state dichiarate inutili, quando non dannose.
 
Ed è stato così che dalle quattro modernizzazioni in poi, le autorità cinesi sono state impegnate in una lenta opera di ricostruzione dell’intero impianto normativo e legale, reso tanto più urgente dalla necessità di sostenere la crescita economica che non può prescindere da salde istituzione giuridiche. Dove, però, il Partito Comunista Cinese è rimasto – di fatto – la fonte delle leggi e il vero arbitro della loro applicazione.
 
Ed è quindi necessario proprio seguire questo paradigma – come detto dalle molte sfaccettature – per leggere i numerosi progetti di riforma che sono stati approvati in Cina negli ultimi anni in materia di processo penale, diritti della difesa, svolgimento delle indagini e ‘contenimento’ del numero delle esecuzioni capitali.
 
Come ci ricordano i rapporti annuali di Nessuno tocchi Caino, Pechino rimane primatista mondiale per il numero di esecuzioni. E anche se la cifra complessiva rimane un segreto di Stato – tema su cui poi vorrei tornare – negli ultimi anni ci sono stati numerosi interventi delle autorità centrali cinesi volti a ridurne fortemente il numero. La principale riforma in materia è stata certamente la decisione, del 2007, di riportare al vaglio della Corte Suprema del Popolo di Pechino tutte le sentenze capitali decise dai Tribunali Intermedi sparsi per il Paese. Che significa andare a riesaminare tutte le prove, interrogare nuovamente l’imputato, etc. Una decisione, questa, che ha permesso di passare dalle stime del 2004 che parlavano di circa 10.000 esecuzioni l’anno alle circa 3.000 di oggi.
 
Perché questa decisione? Mi sembra che sia stata favorita fondamentalmente da due fattori. Il primo, l’urgenza di stabilire degli standard legali e norme giuridiche valide per l’intero Paese: limitando così la possibilità che le autorità locali – anche attraverso un’eccessiva arbitrarietà delle decisioni – potessero rendersi protagoniste di abusi di potere, quando non di vere e proprie forme di ricatto. Infine, per evitare nuovi, gravi casi di errori giudiziari: che in passato hanno conquistato ampia visibilità sulla stampa cinese dando così il via a dibattiti pubblici - spesso sull’onda dell’emotività – sulla ‘sostenibilità’ di un sistema che conserva la pena capitale…
 
Ma sempre negli ultimi anni, numerosi e ripetuti nel tempo, sono stati anche gli interventi di alti esponenti della Corte Suprema del Popolo che hanno richiamato i tribunali locali a un uso più cauto nell’applicazione della pena capitale. E solo per i reati più gravi. Mentre all’inizio del 2011 – con una revisione del Codice Penale – è stato cancellato la possibilità di ricorrere alla pena di morte per 13 reati di natura economica. Un emendamento, questo, che non ha alterato le statistiche – visto che nessuno andava al patibolo per frode fiscale o per contrabbando di animali esotici – ma che in qualche modo ha tracciato la direzione di marcia. Direzione di marcia che è stata confermata anche nel documento conclusivo del Terzo Plenum del Comitato Centrale – di circa un mese fa – in cui si è ribadita la volontà politica di ulteriormente ridurre i reati punibili con la pena capitale…
 
E sempre nella direzione di una maggiore omogeneità della legge in tutte le province cinesi, mi sembra andare l’annuncio fatto dalla Corte Suprema di voler procedere a una progressiva digitalizzazione di tutte le sentenze e una successiva pubblicazione on-line. Questa decisione permetterà anche ad avvocati cinesi e a studiosi del diritto di poter conoscere una fetta importante della giurisprudenza cinese. Molto più complesso è invece oggi capire se questa decisione potrà - in qualche modo - incidere sulla conoscenza del numero complessivo delle condanne a morte. Infatti, il Presidente della Corte Suprema, Zhou Qiang, ha subito precisato che la pubblicazione on-line non riguarderà le sentenze coperte da segreto di Stato. Quindi, sebbene alcune delle sentenze già pubblicate siano inerenti a casi di pena capitale, è tuttavia abbastanza improbabile che Pechino possa scegliere di pubblicarle effettivamente tutte, proprio per evitare di compromettere – di fatto – il segreto di Stato posto sul numero complessivo delle condanne.
 
Anche se – soprattutto dopo alcuni clamorosi errori giudiziari – sono sempre di più gli accademici e gli avvocati cinesi che mettono in discussione il veto alla conoscenza del numero complessivo delle esecuzioni, dicendo fondamentalmente che solo partendo dalla conoscenza dei numeri reali – tragicamente reali – delle condanne a morte possa nascere nell’opinione pubblica cinese - descritta sempre come tendenzialmente mantenitrice - un dibattito vero e informato su questa realtà...
 
Mi avvio rapidamente alla conclusione tratteggiando anche le riforme che negli ultimissimi anni per quanto riguarda la situazione delle carceri: com’è facile immaginare nei centri di detenzione cinesi non mancano casi eclatanti di abusi di potere, pestaggi e decessi. Uno degli elementi interessanti è che però alcuni di questi casi – grazie alla determinazione di famigliari, avvocati, blogger – sono riusciti a conquistare l’attenzione mediatica nazionale.
 
Pechino ha scelto di investire soprattutto nella professionalizzazione degli agenti di custodia (ma anche di procuratori, avvocati e magistrati): circa in sei milioni tra queste figure professionali hanno seguito nell’ultimo decennio training e corsi di aggiornamento sulla tutela dei diritti umani dei detenuti (un concetto, questo, abbastanza nuovo per la realtà cinese…).
 
Così come sono stati avviati – sia in via sperimentale che all’interno dei codici – una serie di programmi che prevedono pene alternative alla detenzione: che vanno dalla libertà condizionale al rinserimento dei detenuti in società anche attraverso la cosiddetta correzione comunitaria.
 
Ma le autorità cinesi hanno introdotto anche importanti riforme nei regolamenti della pubblica sicurezza. Il Codice Penale, emendato nel 2012, ha infatti fortemente limitato i poteri della polizia che, fino a quel momento, ha di fatto potuto gestire in modo totalmente autonomo la fase delle indagini. Così come – attraverso una serie di regolamenti, linee-guida e direttive – si è tentato limitare gli episodi di tortura – ancora piuttosto frequenti – attraverso la registrazione audio-video degli interrogatori e rendendo nulla la validità delle prove o delle confessioni estorte attraverso le cosiddette tecniche avanzate: cioè vere e proprie forme di tortura fisica e psicologica.
 
Quindi la Cina marcia spedita verso lo stato di diritto? Ovviamente no.
 
Infatti, il Partito-unico continua a porre un pesantissima ipoteca sull’indipendenza del sistema giuridico-legale, continuano ad esistere – sebbene in fase di riforma – forme di detenzione amministrativa ed extra-legale, la corruzione è permeata a ogni livello della vita giuridica del Paese, le violenze e gli abusi di potere continuano ad essere all’ordine del giorno sia nelle carceri che nei commissariati…
 
Si può però dire che le riforme, gli emendamenti di cui ho provato a parlarvi possono offrire a noi, la stessa ambizione e determinazione che hanno un gruppo attivisti e di avvocati cinesi capitanati da Teng Biao, da Jiang Tianyong, da Tang Jitian che hanno scelto di dotarsi di una nuova arma per sfidare Pechino e di farlo proprio sulla sua stessa retorica: e cioè sul costituzionalismo, sulla rule of law, sullo stato di diritto e - fondamentalmente - sul rispetto da parte del potere di quelle leggi che lo stesso potere si è dato. Suona familiare? Ecco, vi confesso che da certo calore sentire – a 8000 chilometri da casa – le stesse parole e le stesse speranze che da tanti anni animano questa nostra famiglia politica radicale. Grazie.