CARO ALEMANNO, SPIEGA A VANNACCI COS’È IL CARCERE: NEL NOME DI ABELE PUÒ DIVENTARE CAINO

Roberto Vannacci (dx) e Gianni Alemanno – Photo by Roberto Monaldo / LaPresse

25 Giugno 2026 :

Sergio D’Elia su l’Unità del 25 giugno 2026

Caro Gianni, appena uscito da Rebibbia, ti affido subito un compito: spiega a Vannacci cos’è il carcere. Parlagli delle gabbie e delle chiavi, che ingoiano e serrano esseri umani. Fagli capire che il carcere è un luogo di privazione non solo della libertà ma anche di quelli che sono i sensi umani fondamentali, della salute e della stessa vita.
Raccontagli le malattie “professionali” dei carcerati: quelle dei polmoni, del cuore e della mente. Digli della perdita dell’aria e della luce, della vista e del respiro, dell’udito e dei denti. Digli, invece, dell’enorme guadagno che i carcerati incassano in termini di infezioni intestinali, di scabbia, di cimici. Parlagli degli infarti e dei tumori, delle ferite da taglio e dei suicidi. Fagli sentire il fetore di urina e di feci e del cibo mai consumato che avvolge tutto e tutti, detenuti e “detenenti”, colpevoli e innocenti, condannati e in attesa di giudizio.
Digli che se vuole conoscere la vera feccia deve andare lì, in carcere, a Rebibbia. Però, digli anche che lì, dove hanno scaricato il letame della società, la feccia della feccia, tu hai conosciuto Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, avvocato legale e difensore civico, ancora di salvezza di tanti disperati.
Parlagli di te, del “legislatore di Rebibbia” che sei stato, raccontagli come nel luogo dei fuorilegge e della pena hai concepito riforme della legge penale. Digli dei Laboratori Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino che hanno riunito a Rebibbia le commissioni Giustizia congiunte di Camera e Senato, il CSM, Presidenti e vicepresidenti delle Camere, Magistrati di sorveglianza. Digli come il luogo della pena ha supplito alle mancanze del Parlamento.
Raccontagli anche la vera storia di Caino e Abele. Che sono sempre fratelli, vittima e carnefice, indissolubilmente legati nel male e nel lutto. Ricordagli che il Signore pose su Caino un segno perché non lo toccasse chiunque l’avesse incontrato, e perciò divenne costruttore di città e genitore di nuove discendenze. Digli che sei iscritto a Nessuno tocchi Caino da almeno venticinque anni, ininterrottamente, e che non sei diventato garantista solo entrando a Rebibbia.
Digli che le vittime meritano ascolto, rispetto, verità e riparazione. Ma che meritano anche uno Stato di Diritto capace di difenderle innanzitutto prevenendo i delitti e non semplicemente e ferocemente punendo i delinquenti. Che la forza di uno Stato di Diritto si misura nella capacità di difendere Abele senza essere disumano con Caino. Che il rischio mortale per lo Stato è diventare, in nome di Abele, esso stesso Caino.

 

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