28 Febbraio 2026 :
Domenico Letizia su l’Unità del 28 febbraio 2026
In Afghanistan, il regime talebano ha varato un nuovo codice penale che rappresenta una drammatica regressione in materia di diritti umani e giustizia. Fortemente voluto dal leader supremo Hibatullah Akhundzada, il codice autorizza l’uccisione di undici categorie di persone, attribuendo al leader stesso il potere esclusivo di approvare ogni esecuzione ritenuta necessaria per l’“interesse pubblico”. Il cuore del provvedimento è l’articolo 16, che introduce la cosiddetta “ta’zir con la morte”, ovvero l’esecuzione discrezionale. Il codice consente la pena capitale per oppositori armati, promotori di dottrine religiose considerate eretiche, stregoni, rapinatori, individui accusati di sodomia e di comportamenti ritenuti causa di “corruzione” o “danno generale”, termini estremamente vaghi che ampliano pericolosamente la discrezionalità delle autorità.
Una seconda sezione dell’articolo 16 estende l’esecuzione ad altri gruppi: chi ha ripetuti rapporti sessuali fuori dal matrimonio, recidivi in atti di sodomia, autori seriali di strangolamenti e ladri recidivi.
Le disposizioni sono classificate come pene discrezionali e non rientrano tra le hudud, cioè le punizioni obbligatorie previste dalla sharia, lasciando alla leadership un margine decisionale amplissimo e arbitrario.
Il codice legittima anche l’esecuzione di chi difende pubblicamente credenze considerate contrarie all’Islam. Una norma particolarmente grave consente la pena di morte per leader e insegnanti di scuole religiose diverse dall’Islam sunnita, indicati come “innovatori”.
Pur non citando esplicitamente l’Islam sciita, la seconda confessione religiosa in Afghanistan, il testo esclude tutele per le minoranze religiose, aprendo a una loro potenziale persecuzione sistematica. Particolarmente allarmante è anche l’articolo che autorizza l’esecuzione di individui accusati di stregoneria o definiti “zindiq”: persone che esteriormente si dichiarano musulmane ma che, secondo i Talebani, avrebbero segretamente rifiutato l’Islam. Una formula ambigua, che rischia di colpire indiscriminatamente chiunque venga percepito come non conforme al dogma religioso imposto dalle autorità politiche.
Ogni condanna capitale, secondo il nuovo codice, richiede comunque l’approvazione diretta del leader supremo Akhundzada, elevato a giudice ultimo e insindacabile.
È una personalizzazione estrema della giustizia, che svuota ogni spazio di legalità e garanzie processuali. Il nuovo impianto normativo ha suscitato dure reazioni da parte di attivisti, giuristi ed esponenti religiosi afghani, che denunciano il rischio concreto di una strumentalizzazione del diritto per reprimere oppositori politici, minoranze e categorie vulnerabili. A queste voci critiche il regime ha risposto con ostilità durante una cerimonia religiosa nella provincia di Paktia, il Ministro dell’Istruzione Superiore talebano, Neda Mohammad Nadim, ha liquidato gli oppositori del codice definendoli “infedeli”.
Il nuovo codice penale dei Talebani non è solo un ritorno al fondamentalismo più radicale, ma rappresenta un sistema repressivo costruito su vaghezze giuridiche, discrezionalità assolute e una concezione della giustizia incompatibile con ogni principio di diritto internazionale. È un documento che sancisce la trasformazione della legge in uno strumento ideologico, confermando come l’Afghanistan sia oggi teatro di una sistematica negazione dei diritti umani fondamentali.
Organizzazioni come Rawadari hanno definito il codice “profondamente allarmante e in chiaro conflitto con gli standard internazionali dei diritti umani e con i principi basilari di un giusto processo”, evidenziando come il linguaggio stesso del testo riproponga concetti antiquati e pericolosi, ad esempio legando categorie sociali alla possibilità di punizioni diverse e creando gerarchie di trattamento giudiziario. Il quadro delineato non è isolato ma si inserisce in un contesto più ampio di sistematica erosione dei diritti nel Paese da quando i Talebani hanno ripreso il potere nel 2021. Rapporti di organizzazioni internazionali avevano già denunciato, negli anni successivi al ritorno del regime, sentenze arbitrarie, detenzioni senza trasparenza, torture e persino esecuzioni pubbliche, segnalando e rimarcando che tali pratiche rischiano di diventare la norma in un sistema giuridico privo di controlli esterni e protezioni costituzionali.










