La California, terra di Alcatraz e San Quintino, svuota il braccio della morte e non solo
di Sergio D'Elia


Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, su Huffington Post del 6 novembre 2026
Ha sempre avuto la faccia da bravo ragazzo. Che col passare del tempo, un po’ di capelli bianchi e qualche ruga in più, è diventata quella di un personaggio del cinema. Hollywood è dalle sue parti, ma non ha voluto fare l’attore, voleva essere solo – come si dice dalle mie parti – un “bravo cristiano”: un uomo di buoni principi, attento al prossimo e alla vita umana. Il governatore della California, Gavin Newsom, è anche religioso ma alla storia terribile dell’Antico Testamento, ha preferito quella del Nuovo. All’aritmetico conteggio dell’occhio per occhio e della condanna a morte ha opposto l’evangelico monito del “non giudicare” e la condanna a vivere. Magari fino alla morte, ma anche per un tempo che può essere creativo, foriero di un’altra buona novella: dopo la fine della pena di morte, la fine della pena fino alla morte e della morte per pena.
Una cosa è certa. Fra qualche anno, un eventuale nuovo capo della California col potere di vita e di morte, ispirato dall’antico “chi ha ucciso dev’essere ucciso”, non troverebbe nessuno nel braccio della morte da mandare all’altro mondo. Perché Gavin Newsom lo ha svuotato, il braccio della morte. In un colpo solo, ha deciso di commutare 548 condanne capitali, quasi un terzo dei condannati a morte negli Stati Uniti. Fine della storia dello “Stato Caino” nella terra della corsa all’oro, della nuova frontiera, della libertà, del progresso e dell’innovazione.
Una volta in California c’era il carcere di Alcatraz, “La Roccia”, che emergeva all’improvviso dall’acqua al centro della Baia di San Francisco. Incuteva timore solo a vederla o a sentirne parlare. Uno spauracchio per centinaia di migliaia di detenuti irredimibili nelle carceri americane, una fonte di ispirazione inesauribile per il cinema americano. Da Alcatraz potevi uscire, si diceva, solo “coi piedi davanti”, morto di vecchiaia o con la camicia di forza, impazzito per la terribilità della pena alla quale venivi sottoposto. Dopo trent’anni di vita, il luogo-simbolo della deterrenza e della certezza della pena in America è stato chiuso per gli alti costi di mantenimento. L’anno scorso, dopo quasi un secolo dalla sua apertura e oltre mezzo secolo dalla sua chiusura, il Presidente degli Stati Uniti d’America, un po’ ispirato dal cinema, un po’ dall’occhio per occhio, ha annunciato di volerlo riaprire. Dopo le elezioni di midterm, credo, spero si sia infranto anche questo sogno di gloria del Presidente Trump. Gli rimane il luccichio degli specchi e dell’oro della sua nuova sala da ballo alla Casa Bianca. Ridicola ma non mortifera, comunque, molto meglio della Roccia al centro della Baia di San Francisco, oggi definitivamente affondata col suo carico di paure, di sofferenze e di morti.
Con Gavin Newsom è tramontato ora anche il mito del carcere di San Quintino, dei seicento condannati nel braccio della morte e della stessa pena di morte. Non è stato un fulmine a ciel sereno. La California ha compiuto solo tredici esecuzioni dalla loro ripresa nel 1992, l’ultima delle quali vent’anni fa. Nel 2019, poco dopo il suo insediamento, Newsom aveva già imposto una moratoria sulle esecuzioni. Un referendum sull’abolizione della pena di morte in California è stato bocciato due volte, nel 2012 e nel 2016, con maggioranze contrarie relativamente contenute.
Non essendo riuscita a passare la via dell’abolizione legislativa, e dopo che gli elettori avevano respinto per due volte l’abrogazione della pena capitale, Newsom è intervenuto sul luogo simbolo della pena: il carcere di San Quintino. È il più antico della California, la prima pietra è stata posta nel 1852, due anni dopo ha cominciato a “ospitare” detenuti, celebrità del crimine come Charles Manson, Richard Ramirez e Sirhan Sirhan. Ospitava anche il braccio della morte della California e la camera a gas. Dove il 2 maggio 1960 venne giustiziato Caryl Chessman, all’età di 38 anni e dopo aver trascorso dodici anni nel braccio e scritto diversi libri. Quando nella camera a gas arrivò la telefonata che annunciava l’ennesimo rinvio della sua esecuzione, il gas era già stato liberato e non fu possibile fermarla. Divenne un simbolo internazionale della lotta contro la pena capitale.
L’ultima esecuzione capitale in California è avvenuta il 17 gennaio 2006. Nel carcere di San Quentin la camera a gas era ormai diventata un ferrovecchio. Clarence Ray Allen, il condannato, fu giustiziato mediante iniezione letale su una lettiga con le braccia aperte a forma di croce, il giorno dopo aver compiuto settantasei anni, duemila anni dopo l’uso del simbolo universale di pace e fratellanza, la croce, come mezzo violento di un supplizio capitale. Da allora la California non ha più eseguito condanne a morte. «Ho preso questa decisione perché credo fermamente che l’uccisione autorizzata dallo Stato sia incompatibile con i valori della California, mini le fondamenta del nostro sistema giuridico e sminuisca ciascuno di noi», ha detto Newsom dopo la più grande commutazione di pene capitali nella storia americana. Il Governatore del Golden State, bello come il sole e buono come il pane, ha considerato che il fine più nobile può essere pregiudicato dal mezzo usato per conseguirlo e che nel nome di Abele anche uno stato democratico può diventare esso stesso Caino.
La California mantiene ancora la pena capitale nel proprio ordinamento, ma Gavin Newsom ha tolto dalle mani della legge il luogo del supplizio. Non solo il braccio della pena di morte, ma l’istituto della pena. Nel 2023, uno dei penitenziari più famigerati d’America ha cambiato nome: da Carcere è diventato Centro di Riabilitazione di San Quintino. Il passaggio non è stato solo nominalistico, ma anche simbolico e culturale. E neppure soltanto simbolico. Nel febbraio di quest’anno Newsom ha inaugurato a San Quintino il Learning Center, un grande centro per l’istruzione e la formazione professionale dei detenuti. Dove prima c’erano solo muri e sbarre, ora si aprono scuole. Dal senso originario della parola “carcere”, che deriva dall’aramaico carcar e che vuol dire sotterrare, si è passati a centro di riabilitazione e istruzione. Ecco, quando i “cimiteri dei vivi” cambieranno nome e da carcere, casa circondariale, casa di reclusione, istituto di pena o di rieducazione passeranno a chiamarsi, che ne so, casa di accoglienza, istituto di prevenzione, scuola di formazione e di nonviolenza, centro di educazione sentimentale, officina meccanica di riparazione o, meglio ancora, campo quantico di elevazione della coscienza, la “rivoluzione culturale” sarà compiuta, e l’abolizione del carcere sarà solo una questione di tempo, poco.
Col nome è cambiata anche la destinazione d’uso di San Quintino. Da luogo di massima sicurezza punitiva è diventato centro fondato sul recupero, sull’istruzione e sul reinserimento sociale. I detenuti del suo braccio della morte sono stati in gran parte già trasferiti in altri istituti dove sono trattati come tutti gli altri detenuti. Newsom ha ora deciso di cancellare anche le condanne capitali che continuavano a gravare su di loro.
A San Quintino, la natura e l’umanità hanno preso il sopravvento. È il destino che immagino per tutte le carceri, una volta chiuse e i loro detenuti dissotterrati. L’erba crescerà nei cortili, i fiori fioriranno tra le sbarre, gli alberi cresceranno nei corridoi e financo nelle celle, tutto diventerà verde, in un trionfo di ecologia e di umanità, di vita del Diritto e della nonviolenza. È il lieto fine della storia del carcere, ormai divenuto campo di concentramento dell’inumano, un ferrovecchio della nostra civiltà.
