IMMAGINATE UN MONDO DI SOLO FERRO E CEMENTO, CON SCAMPOLI DI CIELO

17 Gennaio 2026 :

Cesare Burdese su l’Unità del 17 gennaio 2026

Lo stigma che accomuna le carceri del nostro Paese, ancora una volta si è manifestato nelle sezioni di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione Opera di Milano, a seguito della visita di Nessuno tocchi Caino, lo scorso 22 dicembre. Le condizioni materiali di detenzione riscontrate delineano un quadro di isolamento e disumanizzazione incostituzionale, in violazione dei diritti fondamentali degli ergastolani reclusi.
Immaginate un mondo di solo ferro e cemento, con frammenti di cielo. Il ferro è quello delle sbarre alle finestre e delle protezioni dei ristretti cortili per l’ora d’aria: gabbie per animali esotici. Il cemento è quello di edifici assolutamente insensibili, progettati per accogliere esseri umani, ma che sembrano destinati a contenere solo oggetti inanimati. Il cielo è quello sopra il bordo degli alti muri (verde pisello) dei sacrificati “passeggi”, o quello a piccole losanghe oltre le fitte reti sovrapposte a ogni finestra. Quelle reti minano la vista e fanno soffrire la mente: il mondo libero sembra distante, sfocato, irrimediabilmente perduto. In tale ambiente malsano e soffocante, privo di elementi naturali, una pianta di arancio cresce miracolosamente in una chiostrina, segnando il passare delle stagioni con i suoi frutti.
Il movimento quotidiano dei detenuti – quelli privilegiati ai quali è concesso di uscire dalla sezione – è segnato da corridoi interminabili, con pareti adornate da immagini stereotipate e retoriche che rinforzano il senso di prigionia; gli altri rimangono chiusi in cella per 22 ore. Cancelli compartimentano rigidamente gli spazi interni ed esterni e come i blindi delle celle sono apribili solo dai custodi. Le stesse modalità sono realizzate per l’accensione dei neon che illuminano indistintamente tutti gli ambienti, anche di giorno.
Le piccole celle sovraffollate sono ingombre delle masserizie e degli effetti personali dei suoi occupanti che ne limitano ulteriormente i movimenti. Il cibo è conservato e cucinato nel servizio igienico della cella, nonostante le rigide disposizioni del carcere lo vietino; la norma non scritta è dare per poter togliere quando necessario. I materassi sono umidi per la condensa che gronda dalle pareti e le celle, non oscurabili di giorno, costringono i detenuti a sopportare la luce del sole durante il riposo e i suoi raggi feroci nella stagione estiva.
Gli spazi per la socializzazione nelle sezioni sono inadeguati per la mancanza di arredi, luce naturale, ventilazione, privacy e confidenzialità. Tutto è risolto con dozzinali sedie e tavoli di plastica accatastati o casualmente disposti e una TV su di una parete.
I familiari dei detenuti, che si recano nella sala colloqui, sono costretti a passare accanto a relitti dei barconi dei migranti, simboli di tragedie umane che sembrano fuori posto in un contesto carcerario. Quelle sale sono sovraffollate e caotiche, l’intimità è preclusa.
Le restrizioni si estendono anche alle attività lavorative e culturali, che non solo limitano i detenuti nel dimostrare collaborazione nel percorso di risocializzazione, ma impediscono loro di supportare economicamente la famiglia. In questo modo la genitorialità di un padre detenuto diviene un atto puramente simbolico, ridotto alla semplice apposizione di “cuoricini” sulla corrispondenza inviata ai propri figli. Le carenze nella offerta trattamentale primaria – lavoro, corsi scolastici e di formazione professionale – e di altre attività culturali, ricreative, sportive, obbligano i detenuti a rimanere in ozio nelle loro sezioni o, peggio, dopo la circolare del 2022 sulla media sicurezza, chiusi nelle loro celle.
La situazione si fa ancora più drammatica quando si considera la condizione degli ergastolani anziani e malati, i quali non ricevono le cure mediche adeguate, condannati così a morte lenta.
Alla luce di quanto emerso, sorge spontaneo rivolgere un accorato appello al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di avviare azioni per migliorare le condizioni carcerarie, tutelando maggiormente i diritti dei detenuti e dei detenenti, estendendo le opportunità lavorative, ripensando la progettazione degli istituti penitenziaria con al centro della scena architettonica i bisogni materiali e immateriali dell’utenza e risolvendo il sovraffollamento con la liberazione anticipata per buona condotta, come Nessuno tocchi Caino da tempo ha proposto, per una giustizia più umana e concreta e non certamente come “resa dello Stato”.

 

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