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USA - Studio del Death Penalty Information Center: “Essere condannati a morte è casuale, come essere colpiti da un fulmine”.

USA - Studio del Death Penalty Information Center: “Essere condannati a morte è casuale, come essere colpiti da un fulmine”.

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Studio del Death Penalty Information Center: “Essere condannati a morte è casuale, come essere colpiti da un fulmine”. A 35 anni di distanza dalla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che reintroduceva la pena di morte negli Usa, e fissava nuovi criteri che avrebbero dovuto renderla meno “casuale”, il DPIC ha pubblicato un nuovo studio che sostiene che essere condannati a morte oggi è ancora arbitrario e ingiusto “come essere colpiti da un fulmine”. Un numero di fattori non relativi al reato, come la razza, la geografia e il denaro, influenzano le condanne a morte quanto, se non di più, della gravità del reato. Imputati che sono accusato di aver ucciso persone di razza bianca hanno ancora oggi probabilità più alte di essere condannate a morte rispetto a chi è accusato di aver ucciso persone di razza nera. Inoltre, la qualità dell’assistenza legale che un imputato si può permettere influenza fortemente l’esito del processo, e quindi per tutti quegli imputati che si fanno difendere da un avvocato d’ufficio molto del proprio destino dipende da quanti fondi in quel momento in quello stato sono disponibili per i difensori d’ufficio. I bilanci statali influenzano anche la propensione della pubblica accusa a tentare un processo capitale piuttosto che un processo “normale”. “Il problema di fondo con la pena di morte è che viene applicata in maniera disomogenea, e non equa”, ha detto Richard Dieter, direttore del DPIC. “Non è sempre che il reato peggiore prende la peggiore sentenza. Coloro che hanno poche risorse, o che non hanno bravi avvocati, o che non hanno qualcuno che segue i loro casi anche negli anni a venire, finiranno per prendere una condanna a morte, mentre i peggiori criminali a volte hanno buoni avvocati, e ottengono condanne minori”.Come esempio DPIC porta il caso di Gary Ridgway, un serial killer che nel 2003 nello stato di Washington si è dichiarato colpevole di 48 omicidi, ed ha patteggiato una condanna all’ergastolo in cambio di informazioni sulle vittime. In contrasto, Teresa Lewis, una donna con ritardo mentale, è stata condannata a morte per aver organizzato l’omicidio di marito e figlio, mentre i due assassini materiali sono stati condannati all’ergastolo. Un sondaggio condotto nel 2010 da Lake Research Partners (vedi 26 novembre 2010) ha mostrato che la non equità della pena di morte è uno degli argomenti principali di chi è contrario alla pena di morte. 2/3 degli interpellati hanno detto di preferire l’ergastolo senza condizionale piuttosto che la pena di morte, e il 69% ha detto di essere contrario alla pena di morte proprio per il modo non equo con cui viene applicata. DPIC ha poi calcolato che viene emessa una condanna a morte ogni 326 omicidi commessi, il che dimostrerebbe che viene applicata in maniera talmente saltuaria da ritenere nulli gli effetti deterrenti.
FONTI
  • (fonti: DPIC, Huffington Post, 22/06/2011)