USA - Oklahoma. Secondo un giudice federale la costituzione non assegna particolari diritti ai mass media all'interno della camera della morte.
USA - Oklahoma. Secondo un giudice federale la costituzione non assegna particolari diritti ai mass media all'interno della camera della morte.
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Secondo il giudice federale Joe Heaton la costituzione non assegna particolari diritti ai mass media all’interno delle carceri, e quindi anche nella camera della morte. Lo scorso 25 agosto (vedi) la ACLU (American Civil Liberties Union, una storica associazione per i diritti civili), per conto di alcuni mass media tra cui i quotidiani locali Oklahoma Observer e The Guardian, ha avviato un’azione legale davanti alla corte federale del “Western District of Oklahoma” sostenendo che il Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti garantisce “il diritto dei mass media a seguire l’intera procedura delle esecuzioni e a riportarne i dettagli al pubblico. Come è noto, il 29 aprile 2014 lo stato dell’Oklahoma ha giustiziato Clayton Lockett, con una procedura durata oltre 40 minuti durante la quale per almeno 20 minuti Lockett ha dato segni di sofferenza. Quando fu evidente che l’esecuzione non stava funzionando in maniera “regolare”, lo staff della camera della morte chiuse le tende delle due stanze attigue dove erano ospitati i parenti delle vittime e i testimoni dei mass media. nel loro ricorso , i mass media sostenevano che il loro ruolo è verificare l’adeguato funzionamento del sistema della pena di morte, perché il pubblico possa aumentare la propria fiducia verso l’integrità del sistema giudiziario”. Katie Fretland, una della giornaliste che stava assistendo all'esecuzione di Lockett, nella sua testimonianza acclusa all'atto giudiziario, ha detto: “Durante una esecuzione, la stampa funge da occhio e orecchio per conto della collettività. Il governo non dovrebbe avere l’autorizzazione a chiuderci gli occhi quando le cose vanno nel verso sbagliato. Il pubblico ha diritto a conoscere l’intera storia, non una versione “aggiustata” da funzionari pubblici”. L’azione, per come è formulata, non chiedeva la punizione dei responsabili dei misfatti legati all'esecuzione di Lockett, ma è mirata ad evitare che la limitazione dei diritti/doveri dei testimoni non possa più avvenire. Il 19 dicembre 2014 il giudice Heaton aveva già emesso una prima opinione in merito. Quel giorno aveva deciso che i ricorrenti non avevano dimostrato di avere un diritto garantito dal Primo Emendamento di assistere ad una esecuzione in tutti i suoi passaggi. Oggi, nel rigettare formalmente il ricorso, il giudice ha ricordato che è giurisprudenza consolidata il fatto che il carcere non è un luogo come gli altri, e che da sempre esistono delle limitazioni riguardo all'accesso e alle comunicazioni. Il giudice ha citato decisioni precedenti della Corte Suprema degli Stati Uniti che non mettono sullo stesso piano il momento processuale e il momento di esecuzione della pena. La fase processuale, all'interno di aule di giustizia, deve garantire la massima trasparenza. La fase di esecuzione della pena invece, affidata all'amministrazione penitenziaria, è cosa diversa, e diversamente regolamentata, e un minor livello di trasparenza è giustificato. Il giudice Heaton ha in buona parte dato ragione all'amministrazione penitenziaria, che dopo le polemiche suscitate dall'esecuzione di Lockett aveva diminuito il numero di giornalisti ammessi alle esecuzioni sostenendo che spettasse a loro regolamentare questo aspetto delle esecuzioni. Oggi il giudice federale ha riconosciuto che allo stato attuale tocca effettivamente all'amministrazione penitenziaria regolamentare gli accessi dei media alle prigioni, e se qualcosa deve essere cambiato non è una questione di “costituzionalità” bensì di normali leggi, la modifica delle quali spetta al Parlamento.
— FONTI
- (Fonti: Nessuno tocchi Caino e Courthouse News, 09/01/2015)
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