USA: LE CONDANNE A MORTE DEI VETERANI VANNO RIVISTE
Tre generali in pensione chiedono di rivedere i processi dei 300 condannati a morte che in passato avevano prestato servizio nelle forze armate in zone di combattimento.
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Tre generali in pensione chiedono di rivedere i processi dei 300 condannati a morte che in passato avevano prestato servizio nelle forze armate in zone di combattimento.
Dopo che ieri uno studio del Death Penalty Information Center aveva calcolato in circa 300 i “veterani” nei bracci della morte nei confronti dei quali sarebbe opportuna una rivalutazione sistematica dei processi alla luce dei disturbi mentali che potrebbero essere derivati dall’aver prestato servizio in Iraq e Afghanistan, oggi, in un editoriale di prima pagina su “Usa Today” i generali in pensione James P. Cullen, David R. Irvine, e Stephen N. Xenakis riconoscono l’importanza della questione, e soprattutto riconoscono che giudici e avvocati raramente hanno reale competenza della pervadenza e profondità dei danni mentali che derivano dallo stress post traumatico (PTSD) di chi ha prestato servizio in aree di combattimento.
I generali, citando lo studio "Battle Scars: Military Veterans and the Death Penalty" (Cicatrici di battaglia, i reduci militari e la pena di morte), hanno chiesto sia per i “veterani” sia per tutte le persone con gravi problemi mentali un diverso modo di valutare l’intera storia personale, che sappia tener conto di quanto, anche nella commissione di reati, non sia e non possa essere sotto il completo controllo dell’imputato. I generali hanno citato uno dei casi esaminati dal rapporto, quelli di Andrew Brannan, James Davis, e John Thuesen, tutti chiaramente affetti da PTSD ma condannati a morte senza che le loro condizioni fossero considerate meritevoli di attenuanti. Il rapporto prima, e i generali oggi, ricordano che esistono terapie per il PTSD, ma che solo circa la metà delle persone che avrebbero bisogno di cure le ricevono.
I generali propongono di “individuare tra i condannati a morte quanti hanno prestato servizio in zone di guerra, domandarsi come la loro esperienza militare possa aver influenzato il crimine commesso, con quanta accuratezza le loro condizioni mentali siano state valutate prima e durante il processo, e cosa dovrebbe essere fatto nei casi in cui il sistema giudiziario ha chiaramente fallito nel valutare le attenuati”. I generali concludono il loro editoriale con: “I veterani che rischiano la pena di morte meritano questa assistenza”.
Dopo che ieri uno studio del Death Penalty Information Center aveva calcolato in circa 300 i “veterani” nei bracci della morte nei confronti dei quali sarebbe opportuna una rivalutazione sistematica dei processi alla luce dei disturbi mentali che potrebbero essere derivati dall’aver prestato servizio in Iraq e Afghanistan, oggi, in un editoriale di prima pagina su “Usa Today” i generali in pensione James P. Cullen, David R. Irvine, e Stephen N. Xenakis riconoscono l’importanza della questione, e soprattutto riconoscono che giudici e avvocati raramente hanno reale competenza della pervadenza e profondità dei danni mentali che derivano dallo stress post traumatico (PTSD) di chi ha prestato servizio in aree di combattimento.
I generali, citando lo studio "Battle Scars: Military Veterans and the Death Penalty" (Cicatrici di battaglia, i reduci militari e la pena di morte), hanno chiesto sia per i “veterani” sia per tutte le persone con gravi problemi mentali un diverso modo di valutare l’intera storia personale, che sappia tener conto di quanto, anche nella commissione di reati, non sia e non possa essere sotto il completo controllo dell’imputato. I generali hanno citato uno dei casi esaminati dal rapporto, quelli di Andrew Brannan, James Davis, e John Thuesen, tutti chiaramente affetti da PTSD ma condannati a morte senza che le loro condizioni fossero considerate meritevoli di attenuanti. Il rapporto prima, e i generali oggi, ricordano che esistono terapie per il PTSD, ma che solo circa la metà delle persone che avrebbero bisogno di cure le ricevono.
I generali propongono di “individuare tra i condannati a morte quanti hanno prestato servizio in zone di guerra, domandarsi come la loro esperienza militare possa aver influenzato il crimine commesso, con quanta accuratezza le loro condizioni mentali siano state valutate prima e durante il processo, e cosa dovrebbe essere fatto nei casi in cui il sistema giudiziario ha chiaramente fallito nel valutare le attenuati”. I generali concludono il loro editoriale con: “I veterani che rischiano la pena di morte meritano questa assistenza”.
— FONTI
- (Fonti: DPIC, Usa Today, 11/11/2015)
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