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USA - Il governatore del Texas Rick Perry ha reso noto che non intende rispettare l’invito della Corte Internazione di Giustizia a sospendere le esecuzioni dei cittadini messicani

USA - Il governatore del Texas Rick Perry ha reso noto che non intende rispettare l’invito della Corte Internazione di Giustizia a sospendere le esecuzioni dei cittadini messicani

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Il governatore del Texas Rick Perry ha reso noto che non intende rispettare l’invito della Corte Internazione di Giustizia (ICJ) dell’Aja a sospendere le esecuzioni dei cittadini messicani condannati a morte in Texas, il primo dei quali, Medellín, dovrebbe essere giustiziato il 5 agosto. Solo ieri (vedi) il Tribunale Penale Internazionale aveva ordinato agli Stati Uniti di sospendere l'esecuzione dei cinque messicani la cui esecuzione è prevista nei prossimi mesi, ma le argomentazione del tribunale internazionale, come del resto le pressioni della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato hanno poca presa in Texas, uno stato che ha una forte tradizione di utilizzo della pena di morte, e che ha sempre mal tollerato le ingerenze del governo centrale o di altri governi in quelli che lui considera “affari interni”. Il portavoce del governatore Perry, Robert Black, ha detto: “La Corte Internazionale non ha giurisdizione in Texas, e il Texas non ha l’obbligo di rispettare una sentenza o un editto emesso da una corte straniera”. Un’altra portavoce del governatore, Allison Castle, ha detto: “La sentenza non cambia niente. Questo è un individuo che ha brutalmente violentato e ucciso due giovani donne. Non ci interessa da dove viene: non può fare questo a dei nostri cittadini”. Il 25 marzo 2008 (vedi) la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva deciso che il presidente Bush era andato oltre le sue prerogative nell’ordinare allo stato del Texas di rivedere i processi ai cittadini messicani come richiesto dalla Corte Internazionale, e che un cosa del genere poteva essere fatta solo dal Congresso, nel caso avesse emanato una apposita legge. Il 14 luglio a Washington il deputato Howard L. Berman (democratico, California) ha presentato un disegno di legge che va in direzione di quanto stabilito dalla Corte Suprema, ma non è verosimile che il disegno di legge possa avere un percorso rapido, soprattutto in questi mesi, con le elezioni di novembre alle porte, che porteranno ad un rinnovo parziale del Congresso, e al nuovo Presidente degli Stati Uniti. Anche alcuni funzionari del Dipartimento di Stato (l’equivalente del Ministero degli Esteri) hanno segnalato il rischio che se gli Stati Uniti non rispetteranno le norme del Trattato di Vienna, ritorsioni potrebbero abbattersi su cittadini statunitensi detenuti all’estero. Perry, repubblicano, ha mantenuto il punto, sostenendo che la sentenza di marzo ha dato il via libera al Texas per effettuare le esecuzioni, a partire proprio da quella di Medellin, che al momento di commettere il reato aveva 18 anni, ed aveva passato la maggior parte della sua vita in Texas, e aveva firmato una confessione in inglese. Un portavoce dell’ambasciata messicana a Washington ha detto che il Texas commetterebbe “una violazione irreparabile degli obblighi internazionali se non rinviassero le esecuzioni dando tempo al progetto di legge presentato dal deputato Berman di completare il suo corso”. Per i parenti delle due ragazze violentate e assassinate da Medellin, le questioni relative al Tribunale Internazionale appaiono irrilevanti. “Questo non ha niente a che vedere con il Tribunale Mondiale, non ha niente a che vedere con le Nazioni Unite”, ha detto Randy Ertman, il padre di Jennifer Ertman. “Questo ha solo a che vedere con ciò che desidera il Messico, non con quello che desidera il Texas. La gente del Texas vuole la pena di morte”.
FONTI
  • (fonti: New York Times, Houston Chronicle, 17/07/2008)