Una corte d'appello sudanese ha ribaltato la condanna...
Una corte d'appello sudanese ha ribaltato la condanna a morte per lapidazione inflitta a una donna di religione cristiana accusata di adulterio, e ha rimandato il caso alla corte di merito per una nuova sentenza, lo si apprende da fonti giudiziarie
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Una corte d'appello sudanese ha ribaltato la condanna a morte per lapidazione inflitta a una donna di religione cristiana accusata di adulterio, e ha rimandato il caso alla corte di merito per una nuova sentenza, lo si apprende da fonti giudiziarie.
La Corte d'appello dello stato di Darfur, nel Sudan meridionale ai confini con la Repubblica Centroafricana, ha stabilito, alla fine dello scorso gennaio, che la Corte inferiore avrebbe dovuto infliggere una reprimenda e non la condanna a morte, secondo i documenti ricevuti dalla Reuters.
La Corte penale di Nyala, 800 km a sud di Khartoum, aveva condannato a morte per lapidazione Abuk al-Daw Akok lo scorso 8 dicembre, per l'accusa di adulterio. Akok appartiene alla tribù Dinka, il gruppo etnico maggioritario nel sud del paese.
La decisione era stata presa in accordo con la legge islamica della Sharia, sebbene Akok fosse cristiana. Akok aveva presentato appello il 3 gennaio; attualmente è ancora incarcerata a Nyala.
Human Rights Watch, gruppo per la difesa dei diritti umani, che ha reso noto che Akok aveva, al momento della sentenza, 18 anni, ha qualificato la sentenza come "barbara".
Le carte del processo d'appello mostrano che un secondo accusato, un sudanese del nord accusato dell'adulterio con Akok, era stato prosciolto dalla Corte.
L'avvocato della difesa ha reso noto che Akok, sposata con un altro uomo, era incinta del marito.
Il caso di Akok è il primo di questo genere in Sudan. Molti sudanesi del sud, di religione cristiana o animista, sono stati condannati secondo la legge islamica, sebbene solo alcune di queste sentenze siano state effettivamente eseguite.
La legge della Sharia prevede pene come l'amputazione per i ladri e la condanna a morte per omicidio.
La Corte d'appello dello stato di Darfur, nel Sudan meridionale ai confini con la Repubblica Centroafricana, ha stabilito, alla fine dello scorso gennaio, che la Corte inferiore avrebbe dovuto infliggere una reprimenda e non la condanna a morte, secondo i documenti ricevuti dalla Reuters.
La Corte penale di Nyala, 800 km a sud di Khartoum, aveva condannato a morte per lapidazione Abuk al-Daw Akok lo scorso 8 dicembre, per l'accusa di adulterio. Akok appartiene alla tribù Dinka, il gruppo etnico maggioritario nel sud del paese.
La decisione era stata presa in accordo con la legge islamica della Sharia, sebbene Akok fosse cristiana. Akok aveva presentato appello il 3 gennaio; attualmente è ancora incarcerata a Nyala.
Human Rights Watch, gruppo per la difesa dei diritti umani, che ha reso noto che Akok aveva, al momento della sentenza, 18 anni, ha qualificato la sentenza come "barbara".
Le carte del processo d'appello mostrano che un secondo accusato, un sudanese del nord accusato dell'adulterio con Akok, era stato prosciolto dalla Corte.
L'avvocato della difesa ha reso noto che Akok, sposata con un altro uomo, era incinta del marito.
Il caso di Akok è il primo di questo genere in Sudan. Molti sudanesi del sud, di religione cristiana o animista, sono stati condannati secondo la legge islamica, sebbene solo alcune di queste sentenze siano state effettivamente eseguite.
La legge della Sharia prevede pene come l'amputazione per i ladri e la condanna a morte per omicidio.
— FONTI
- (Fonti: Reuters, 10/02/2002)
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