STATI UNITI. ‘NO’ A NUOVI ALIBI IN FASE DI SENTENZA
un imputato già riconosciuto colpevole di omicidio non ha alcun diritto costituzionale, nella fase processuale in cui viene stabilita la pena, di presentare nuove evidenze nel tentativo di gettare dubbi sulla propria colpevolezza e di evitare così la
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un imputato già riconosciuto colpevole di omicidio non ha alcun diritto costituzionale, nella fase processuale in cui viene stabilita la pena, di presentare nuove evidenze nel tentativo di gettare dubbi sulla propria colpevolezza e di evitare così la condanna a morte.
Lo ha stabilito all’unanimità la Corte Suprema degli Stati Uniti, esaminando il caso di un condannato a morte dell’Oregon.
Il caso in questione riguarda Randy Lee Guzek, riconosciuto colpevole in Oregon di due omicidi e condannato a morte. La Corte Suprema dello Stato aveva ammesso la presentazione, nella fase della sentenza, di un nuovo alibi, fornito dalla madre dell’imputato, secondo cui Guzek non si trovava sul luogo del crimine.
La Corte Suprema dell’Oregon aveva quindi annullato la condanna a morte.
Per i giudici di Washington la Corte Suprema dell’Oregon ha sbagliato nel riconoscere all’imputato il diritto di presentare, nella seconda fase processuale, un nuovo alibi, nel tentativo di evitare il boia.
La Costituzione – ha detto il giudice della Corte Suprema Usa Stephen Breyer – non riconosce all’imputato alcun diritto di questo tipo e lo Stato può limitare le evidenze presentabili in fase di sentenza a quelle già introdotte nel processo originario.
La decisione della Corte Suprema Usa fa sì adesso che il caso Guzek ritorni nei tribunali dell’Oregon, dove potrebbe essere condannato a morte.
L’evidenza che Guzek vorrebbe presentare – ha detto il giudice Breyer – è incongruente rispetto alla sua colpevolezza ed era disponibile al tempo del processo originario. L’evidenza non fa luce sulla maniera in cui Guzek ha commesso il crimine e la sentenza riguarda “come” e non “se” l’imputato ha commesso il crimine, ha detto Breyer.
Mentre Guzek non può quindi chiamare sua madre a testimoniare nella fase della sentenza, le leggi dell’Oregon gli attribuiscono il diritto di presentare dinnanzi alla giuria della fase di sentenza tutte le prove di innocenza introdotte nel processo originario, inclusa la trascrizione della testimonianza della madre, secondo cui la donna si trovava in compagnia del figlio la notte del crimine.
Lo ha stabilito all’unanimità la Corte Suprema degli Stati Uniti, esaminando il caso di un condannato a morte dell’Oregon.
Il caso in questione riguarda Randy Lee Guzek, riconosciuto colpevole in Oregon di due omicidi e condannato a morte. La Corte Suprema dello Stato aveva ammesso la presentazione, nella fase della sentenza, di un nuovo alibi, fornito dalla madre dell’imputato, secondo cui Guzek non si trovava sul luogo del crimine.
La Corte Suprema dell’Oregon aveva quindi annullato la condanna a morte.
Per i giudici di Washington la Corte Suprema dell’Oregon ha sbagliato nel riconoscere all’imputato il diritto di presentare, nella seconda fase processuale, un nuovo alibi, nel tentativo di evitare il boia.
La Costituzione – ha detto il giudice della Corte Suprema Usa Stephen Breyer – non riconosce all’imputato alcun diritto di questo tipo e lo Stato può limitare le evidenze presentabili in fase di sentenza a quelle già introdotte nel processo originario.
La decisione della Corte Suprema Usa fa sì adesso che il caso Guzek ritorni nei tribunali dell’Oregon, dove potrebbe essere condannato a morte.
L’evidenza che Guzek vorrebbe presentare – ha detto il giudice Breyer – è incongruente rispetto alla sua colpevolezza ed era disponibile al tempo del processo originario. L’evidenza non fa luce sulla maniera in cui Guzek ha commesso il crimine e la sentenza riguarda “come” e non “se” l’imputato ha commesso il crimine, ha detto Breyer.
Mentre Guzek non può quindi chiamare sua madre a testimoniare nella fase della sentenza, le leggi dell’Oregon gli attribuiscono il diritto di presentare dinnanzi alla giuria della fase di sentenza tutte le prove di innocenza introdotte nel processo originario, inclusa la trascrizione della testimonianza della madre, secondo cui la donna si trovava in compagnia del figlio la notte del crimine.
— FONTI
- (Fonti: Reuters News, 22/02/2006)
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