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PAKISTAN

Sono reati capitali l’omicidio premeditato, la rapina

Sono reati capitali l’omicidio premeditato, la rapina

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Sono reati capitali l’omicidio premeditato, la rapina, il dirottamento aereo, il traffico di armi, il traffico di droga e lo stupro di gruppo.
La pena capitale è stata estesa anche ad alcune circostanze previste dalla Sharia, come rapporti sessuali extraconiugali e blasfemia.
La legge contro la blasfemia è stata introdotta in Pakistan dal generale Mohammad Zia-ul-Haq nel 1985 e prevede la pena di morte per chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. Benché molte condanne vengano poi respinte in appello dalle alte corti, molti cristiani e musulmani accusati di blasfemia sono stati uccisi da fanatici religiosi in carcere o nelle stazioni di polizia.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del paese, comprendono la lapidazione o la pena di 100 frustate per fornicazione, l’amputazione per furto e rapina a mano armata e la fustigazione per consumo di alcolici o droga. La disposizione più controversa prevede che una donna debba presentare quattro testimoni per provare lo stupro subito; in caso contrario rischia l’incriminazione per adulterio.
Le leggi hudud si applicano a tutte le Regioni e hanno il sopravvento anche sulla legislazione riguardante i minorenni.
Il traffico di bambini può comportare la pena di morte. La morte è l’unica punizione per le persone ritenute colpevoli di stupri di gruppo che coinvolgono minimo 2 o più autori. Il contrabbando di più di 1 chilo di eroina prevede la condanna a morte.
In molte parti del Pakistan, in remote aree rurali dove sistemi tribali e feudali sono ancora dominanti, continua a operare la jirga (giuria) tribale, alla quale la gente ricorre – invece che alla polizia – per la soluzione di dispute inter-tribali e di materie relative all’“onore”. Secondo le regole tribali, le donne sono considerate proprietà degli uomini e un’accusa di “infedeltà” è punita con la morte. Una donna sospetta di relazioni extraconiugali è dichiarata kari (peccatrice) e l’onore richiede che un membro della famiglia la uccida. Fino a tempi recenti, per un omicidio d’onore non sarebbe stata emessa la pena capitale.
Il 26 ottobre 2004, l’Assemblea Nazionale ha approvato una legge che prevede la pena di morte nei casi estremi di delitto d’onore e pene detentive da sette anni all’ergastolo. La legge attende l’approvazione del Senato per entrare in vigore.
La legge è cambiata dopo una lunga protesta da parte di gruppi per i diritti delle donne e i diritti umani. Ma questo non ha aiutato a cambiare la situazione. Secondo la Commissione Diritti Umani del Pakistan, sono centinaia le donne uccise ogni anno in Pakistan nel nome dell’“onore”.
La maggior parte delle condanne a morte dal 1997 sono state emesse da speciali tribunali antiterrorismo istituiti dal Governo dell’allora Primo Ministro Nawaz Sharif per fronteggiare l’aumento di atti terroristici nel paese. Ma questi tribunali sono stati investiti nel tempo del compito di processare anche persone accusate di reati politici o di crimini come stupro di gruppo e violenza sui bambini. Questi tribunali devono terminare il processo entro 7 giorni e 7 giorni è il termine concesso ai condannati per presentare appello, che a sua volta dovrà essere fissato e discusso entro 7 giorni. Queste disposizioni contrastano con l’art. 14(3)(b) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che prescrive che ogni imputato debba avere tempi e risorse adeguati per preparare la propria difesa.
I detenuti pakistani, in particolare quelli del braccio della morte, vivono in celle strette e sovraffollate e sono vittime di abusi. Le 812 celle dei 30 bracci della morte del Punjab sono di solito stanze di 2,7 per 3,6 metri con annesso un gabinetto circondato da un muretto alto un metro circa. A volte, in queste celle sono ristrette fino a dodici persone. Da tre a sei persone sono normalmente detenute in una cella singola.
Il Pakistan è uno dei pochi paesi ad aver giustiziato minorenni negli anni ’90.
Il 1° luglio 2000, l’allora Presidente Rafiq Tarar aveva promulgato l’Ordinanza sul Sistema della Giustizia Minorile (2000) che abolisce la pena di morte nei confronti dei minori di 18 anni, stabilisce processi ad hoc per i minorenni e autorizza la difesa legale a spese dello stato. Nel dicembre 2001, il Presidente Pervez Musharraf ha emesso un nuovo decreto che commutava in ergastolo tutte le sentenze capitali nei confronti dei minorenni. Il decreto è entrato in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 13 dicembre 2001.
Questi cambiamenti non hanno comunque posto fine alla pena di morte nei confronti dei minori.
La legge del 2000 non era retroattiva; inoltre, poteva essere applicata in tutto il paese eccetto nelle Aree Tribali Provincialmente Amministrate (PATA), perchè all’Ordinanza non è mai seguita come prevede la Costituzione una disposizione in tal senso. Così, mentre nel resto del paese i ragazzi continuano a essere processati da tribunali minorili, nelle aree tribali sono processati come adulti, sono a volte condannati a morte e spesso detenuti in carcere insieme a maggiorenni condannati.
Il 3 novembre 2001, Ali Sher, 21 anni e una famiglia che lo aveva completamente abbandonato dal giorno dell’arresto nel 1993, è stato impiccato per un omicidio commesso quando aveva solo 13 anni.
Il 30 novembre 2004, un ragazzo di nove anni, Rehmat Ali alias Raja, residente a Lodhran, nel Punjab, è stato giustiziato al mattino nella prigione di Bahawalpur dove era detenuto con l’accusa di omicidio.
Il 6 dicembre 2004, l’Alta Corte di Lahore nel Punjab ha abrogato l’Ordinanza del 2000 sulla giustizia minorile. Secondo il codice penale reintrodotto nel Punjab, i bambini sopra i sette anni possono essere giustiziati per omicidio, stupro di gruppo e traffico di droga sebbene i giudici possano fare un’eccezione fino ai 12 anni. La decisione della corte di Lahore è stata impugnata di fronte alla Corte Suprema la quale, l’11 febbraio 2005, ha sospeso la sentenza in attesa di una sua decisione sulla questione.
Secondo la Commissione Diritti Umani del Pakistan, nel 2003 sono state effettuate 18 esecuzioni.
Secondo la stessa fonte, nel 2004 sono state condannate a morte 456 persone, tra cui 5 donne. Sono stati giustiziati 21 uomini. Altri 8 sono stati fucilati a seguito di un processo sommario celebrato da una giuria tribale.
Il Pakistan ha votato contro la risoluzione per l’abolizione della pena di morte approvata dalla Commissione Onu per i Diritti Umani il 21 aprile 2004.