PAKISTAN. APPELLO DI LONDRA PER SALVARE BRITANNICO CONDANNATO A MORTE
il neo-ministro degli Esteri del Regno Unito, Margaret Beckett, rivolgerà questa settimana un appello al presidente pakistano Pervez Musharraf, affinché fermi l’esecuzione di un cittadino britannico riconosciuto colpevole di omicidio.
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il neo-ministro degli Esteri del Regno Unito, Margaret Beckett, rivolgerà questa settimana un appello al presidente pakistano Pervez Musharraf, affinché fermi l’esecuzione di un cittadino britannico riconosciuto colpevole di omicidio.
L’impiccagione di Mirza Tahir Hussain, di Leeds, è in programma nella prigione centrale Adiala di Rawalpindi all’alba del 1° giugno, giorno del suo 36° compleanno.
In origine, il giovane è stato riconosciuto colpevole di omicidio e condannato a morte da un tribunale ordinario per aver ucciso nel 1988 l’autista di un taxi, durante una visita in Pakistan.
Tuttavia nei processi d’appello del 1992 e 1996 sono state annullate sia la condanna capitale che il giudizio di colpevolezza, per insufficienza di prove.
Ma pochi giorni dopo il secondo appello, proprio quando si sentiva vicino alla liberazione, Hussain è stato accusato dello stesso crimine davanti ad un tribunale della sharia, in seguito alle pressioni dei familiari della vittima.
Nel 1998 è arrivata la decisione del tribunale islamico, che lo ha riconosciuto colpevole di omicidio a scopo di rapina e condannato a morte.
I tre giudici religiosi si sono tuttavia divisi per 2 a 1, con il giudice Abdul Waheed che ha definito il giudizio di colpevolezza un “errore giudiziario”, perché fondato su accuse non suffragate da prove.
Secondo il giudice, ci sarebbero inoltre pesanti “contraddizioni” tra i racconti dei testimoni oculari, molti dei quali parenti della vittima. Principi basilari dell’attività investigativa e della medicina legale sarebbero stati “ignorati”.
La condanna capitale è stata poi confermata dalla sezione religiosa della Corte Suprema pakistana, che ha esaminato il caso nel 2003 e 2004.
Lo scorso anno Hussain ha presentato domanda di grazia al presidente Musharraf, che l’ha respinta. Per diversi mesi l’esecuzione è rimasta in sospeso, mentre la famiglia di Hussain tentava di negoziare un “prezzo del sangue” con i parenti dell’ucciso. Il mese scorso la trattativa si è chiusa con un nulla di fatto.
La versione dei fatti fornita da Hussain è completamente diversa.
Giunto in Pakistan per incontrare la propria famiglia, la sera del 17 dicembre 1988 Hussain avrebbe preso un taxi. Il conducente, Jamshed Khan, avrebbe estratto una pistola per aggredirlo. Nella colluttazione sarebbe partito il colpo che ha ucciso Khan.
Hussain sostiene che nessun testimone ha assistito ai fatti e di essere stato picchiato dalla polizia e costretto a confessare l’omicidio.
La condanna a morte è stata emessa nonostante la Sharia stabilisca che l’imputato deve ripetere o confermare davanti al tribunale qualsiasi confessione resa in precedenza, cosa che Hussain non ha fatto. Sempre secondo la Sharia, per confermare una condanna a morte devono esserci almeno due testimoni.
L’impiccagione di Mirza Tahir Hussain, di Leeds, è in programma nella prigione centrale Adiala di Rawalpindi all’alba del 1° giugno, giorno del suo 36° compleanno.
In origine, il giovane è stato riconosciuto colpevole di omicidio e condannato a morte da un tribunale ordinario per aver ucciso nel 1988 l’autista di un taxi, durante una visita in Pakistan.
Tuttavia nei processi d’appello del 1992 e 1996 sono state annullate sia la condanna capitale che il giudizio di colpevolezza, per insufficienza di prove.
Ma pochi giorni dopo il secondo appello, proprio quando si sentiva vicino alla liberazione, Hussain è stato accusato dello stesso crimine davanti ad un tribunale della sharia, in seguito alle pressioni dei familiari della vittima.
Nel 1998 è arrivata la decisione del tribunale islamico, che lo ha riconosciuto colpevole di omicidio a scopo di rapina e condannato a morte.
I tre giudici religiosi si sono tuttavia divisi per 2 a 1, con il giudice Abdul Waheed che ha definito il giudizio di colpevolezza un “errore giudiziario”, perché fondato su accuse non suffragate da prove.
Secondo il giudice, ci sarebbero inoltre pesanti “contraddizioni” tra i racconti dei testimoni oculari, molti dei quali parenti della vittima. Principi basilari dell’attività investigativa e della medicina legale sarebbero stati “ignorati”.
La condanna capitale è stata poi confermata dalla sezione religiosa della Corte Suprema pakistana, che ha esaminato il caso nel 2003 e 2004.
Lo scorso anno Hussain ha presentato domanda di grazia al presidente Musharraf, che l’ha respinta. Per diversi mesi l’esecuzione è rimasta in sospeso, mentre la famiglia di Hussain tentava di negoziare un “prezzo del sangue” con i parenti dell’ucciso. Il mese scorso la trattativa si è chiusa con un nulla di fatto.
La versione dei fatti fornita da Hussain è completamente diversa.
Giunto in Pakistan per incontrare la propria famiglia, la sera del 17 dicembre 1988 Hussain avrebbe preso un taxi. Il conducente, Jamshed Khan, avrebbe estratto una pistola per aggredirlo. Nella colluttazione sarebbe partito il colpo che ha ucciso Khan.
Hussain sostiene che nessun testimone ha assistito ai fatti e di essere stato picchiato dalla polizia e costretto a confessare l’omicidio.
La condanna a morte è stata emessa nonostante la Sharia stabilisca che l’imputato deve ripetere o confermare davanti al tribunale qualsiasi confessione resa in precedenza, cosa che Hussain non ha fatto. Sempre secondo la Sharia, per confermare una condanna a morte devono esserci almeno due testimoni.
— FONTI
- (Fonti: The Observer, 14/05/2006)
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