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CINA

Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un emendamento...

Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un emendamento...

30 MIN DI LETTURA
Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un emendamento al Codice Penale che riduce di 13 il numero dei reati punibili con la pena di morte, portandoli a 55. I 13 reati non più punibili con la pena capitale sono per lo più di natura economica e non violenta e comprendono: contrabbando di antichità, di oro, argento e altri metalli preziosi, di animali rari e loro pelli, di materie prime e beni di prima necessità; frode attraverso ricevute, documenti finanziari e note di credito; emissione di fatture false per ottenere rimborsi fiscali; smercio di fatture false; furto; insegnamento di metodi per commettere attività illegali; furto di reperti culturali antichi e di reperti fossili. L’emendamento stabilisce inoltre che la condanna a morte non possa essere imposta a persone che al momento del processo abbiano 75 anni e oltre, fatta eccezione per i casi di omicidio commesso con eccezionale crudeltà. In precedenza, solo i minori di 18 anni al momento del crimine e donne incinte al momento del processo non erano passibili di morte.
Secondo la legge penale cinese, un trafficante di droga può essere condannato a morte per la produzione, il trasporto o il traffico di un quantitativo pari o superiore a 50 grammi di eroina o a un chilo di oppio. Anche i trafficanti catturati con 150 chili di marijuana rischiano la pena di morte. La condanna più mite per un tale reato è di 15 anni. Condanne a morte ed esecuzioni per droga aumentano sensibilmente in prossimità di feste nazionali o di date simboliche internazionali come il 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga.
Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali condanne a morte ed esecuzioni sarebbero via via diminuite rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema. Da allora, la Corte Suprema ha annullato “in media” il 10 per cento delle condanne a morte pronunciate ogni anno nel Paese.
Secondo William A. Schabas, Professore di diritto internazionale presso la Middlesex University di Londra, nel 2012 “la Cina ha probabilmente giustiziato circa 3.000 persone”. “Ciò rappresenta un calo di oltre il 50% rispetto a solo cinque anni fa”, ha osservato sul suo blog il 18 dicembre 2012, forte della partecipazione per più di un decennio a numerose conferenze sulla pena di morte in Cina e dei molti incontri con esperti del sistema cinese di giustizia penale. Secondo Schabas, “la maggior parte di queste esecuzioni è avvenuta per omicidio”.
Secondo quanto ha riportato il 28 febbraio 2013 la Fondazione statunitense Dui Hua, “il numero delle esecuzioni è stato drasticamente ridotto, anche se nel 2012 è rimasto a un livello elevato pari a circa 3.000 esecuzioni”. Secondo la Fondazione, la riduzione è stata probabilmente determinata da un maggiore utilizzo della pena di morte con due anni di sospensione (che è quasi sempre commutata nel carcere a vita o a una pena detentiva a termine), dai miglioramenti in materia di diritti al giusto processo recentemente codificati nelle revisioni al codice di procedura penale, dalla Corte Suprema del Popolo che ha continuato a riesaminare le sentenze capitali e dalla decisione di abbandonare l’uso di prigionieri giustiziati come fonte primaria in Cina per la donazione di organi.
La Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d’affari che si è votato alla difesa dei diritti umani e che continua a mantenere buoni rapporti con funzionari governativi cinesi, aveva stimato che nel 2011 erano state effettuate “circa” 4.000 esecuzioni, mentre nel 2010 ne erano state effettuate “circa” 5.000, come nel 2009 e in lieve calo rispetto al 2008 quando, secondo la Fondazione, il numero delle esecuzioni “ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000”. Nel 2007, secondo la Fondazione Dui Hua, le esecuzioni sarebbero state circa 6.000, una riduzione pari a un 25-30% rispetto al 2006, anno per il quale ne aveva stimate almeno 7.500.
Secondo le stime di un esperto cinese, Liu Renwen, direttore del dipartimento di diritto penale della Facoltà di Legge dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali, da quando la Corte Suprema del Popolo ha riacquistato il potere di condurre la revisione finale delle condanne a morte, il numero delle esecuzioni è diminuito di oltre il 50 per cento. Nel 2006, media statali avevano riportato le stime del professor Liu secondo cui il numero di circa 8.000 esecuzioni l’anno era allora un dato ‘realistico’.
Il 10 marzo 2013, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Wang Shengjun, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni. A conclusione dei cinque anni del suo mandato, Wang ha esposto un bilancio complessivo del lavoro svolto dai tribunali cinesi e dalla Corte Suprema, senza quindi specificare i dati relativi ai casi trattati e conclusi nel 2012.
I tribunali cinesi hanno condannato e punito 5.240.000 persone dal 2008 al 2012, in crescita del 25,5 per cento rispetto al periodo dal 2003 al 2007, ha detto il giudice supremo del Paese. Tra questi, 1.860.000 sono stati condannati per reati penali, tra cui omicidio, sequestro di persona, rapina, attentati dinamitardi, criminalità organizzata e traffico di esseri umani. Ma ancora una volta Wang non ha rivelato quante persone sono state “condannate a morte, all’ergastolo o a oltre cinque anni di carcere”, che era la formula onnicomprensiva nella quale in passato la Corte Suprema racchiudeva le “pene severe” comminate nei processi.
Tuttavia, i giudici sono stati cauti nel comminare la pena di morte e la Corte Suprema ha riesaminato molto attentamente le loro sentenze, ha detto il Presidente Wang. “Ci siamo premurati che la pena di morte venisse inflitta a un numero molto ristretto di persone condannate per reati di estrema gravità.”
Nel corso del quinquennio 2008-2012, la Corte Suprema del Popolo ha chiuso in totale 49.863 casi di vario tipo, ha detto il Presidente Wang, senza specificare il numero dei casi chiusi nel 2012, che si può comunque facilmente ricavare sottraendo al dato complessivo i dati noti dei quattro anni precedenti. Il risultato è di 9.248 casi chiusi nel 2012, che equivale a 1.267 di meno rispetto al 2011.
Considerato che almeno il 90 per cento dei casi trattati dalla Corte è composto da casi capitali, una stima approssimativa ma realistica sarebbe quella che fissa il numero delle condanne a morte del 2012, tra quelle definitive e quelle sospese per due anni, intorno alle 8.300, in netto calo rispetto alle circa 9.400 stimate nel 2011.
Considerato inoltre che, sin dal febbraio 2010, la Corte Suprema ha raccomandato di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”, suggerendo ai tribunali che i criminali non meritevoli di immediata esecuzione debbano essere condannati a morte con due anni di sospensione, è realistico ritenere che le esecuzioni nel 2012, come stimato dal Professor William Schabas e dalla Fondazione Dui Hua, siano state circa 3.000, in netto calo rispetto alle 4.000 circa del 2011.
Nella stessa sessione dell’Assemblea Nazionale, il Presidente Wang Shengjun ha detto che la Suprema Corte ha anche lavorato per migliorare la trasparenza dei processi giurisdizionali. Relazioni annuali sul lavoro dei tribunali sono state pubblicate e documenti giudiziari sono stati messi online e le parti hanno potuto seguire il procedere dei loro casi giudiziari attraverso i siti web. Nonostante i progressi nel corso del quinquennio in esame, ha detto Wang, vanno aumentati gli forzi per garantire l’indipendenza dei giudici e dei tribunali e migliorare la trasparenza del loro operato. Il giudice supremo cinese ha anche accusato un certo numero di giudici per lo stile di lavoro scorretto o addirittura per la loro corruzione e negligenza, che hanno “seriamente offuscato l’immagine dei tribunali del popolo e la fiducia pubblica nel sistema giudiziario”.
La riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007 è ritenuta una delle più importanti sulla pena di morte in Cina e segna un’inversione rispetto alle campagne del “colpire duro” avviate negli anni 80 e che avevano portato nel 1983 a consentire alla Corte Suprema di delegare alle corti provinciali la definizione in ultima istanza dei casi capitali.
In base alla riforma del 2007, la revisione di ogni caso giudiziario è effettuata da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che devono riesaminare tutte le prove, la legge applicata, la commisurazione della pena, il dibattimento nel precedente processo e devono sentire l’imputato di persona o per lettera prima di giungere alla decisione finale. Se i giudici reputano insufficienti le prove, non commisurata la pena o illegale il dibattimento, devono sottoporre il caso al comitato giuridico della Corte Suprema, il quale è tenuto a esaminare il caso con un magistrato della Procura Suprema del Popolo. I casi capitali che non abbiano avuto un processo d’appello pubblico non sono rivisti dalla Corte Suprema ma sono rinviati alla corte di seconda istanza per lo svolgimento di un pubblico processo.
Dopo la riforma del 2007, la Cina ha continuato ad adottare nuove misure per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate.
Nel maggio 2008, la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia cinesi hanno emanato congiuntamente un regolamento sul ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali, al fine di garantire il rispetto dei diritti degli imputati. Il regolamento dispone che le istituzioni di sostegno legale debbano designare avvocati esperti di casi capitali e che questi ultimi non possano trasferire il caso ai propri assistenti. Il tribunale ha obbligo di informare la difesa e l’accusa su cambiamenti di data delle udienze almeno tre giorni prima, e sempre il tribunale deve informare gli avvocati se l’accusa presenta nuove prove o chiede la riapertura del caso.
Nel febbraio 2010, la più alta corte cinese ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l’applicazione a un numero ristretto di casi “estremamente gravi”.
Nell’agosto 2010, in base a un’interpretazione pubblicata dalla Corte Suprema del Popolo e dalla Procura Suprema, una volta accettato da un’Alta Corte, nessun appello potrà più essere ritirato dal condannato a morte che lo ha presentato.
Nel 2011, la Corte Suprema ha raccomandato ai tribunali di “sospendere la condanna a morte per due anni in tutti i casi che non richiedono l’esecuzione immediata”. Nella normale pratica giudiziaria, in questi casi la condanna è commutata in ergastolo dopo due anni. La Corte Suprema ha raccomandato inoltre di “unificare gli standard relativi alla pena di morte, assicurando la sua applicazione solo all’estrema minoranza di criminali responsabili di crimini molto gravi”. La Corte ha raccomandato infine l’uso prudente della pena di morte nei casi gravi di violenza scatenata da dispute private, soprattutto quando gli imputati siano stati perdonati dalle vittime.
Il 14 marzo 2012, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un nuovo emendamento che riforma la legge di procedura penale cinese in senso più garantista. Innanzitutto, la frase “rispettare e proteggere i diritti umani” è scritta nel primo capitolo della nuova legge relativo a obiettivi e principi fondamentali. Nell’emendamento, sono specificate ulteriormente le procedure per la Corte Suprema del Popolo nel riesame dei casi di pena di morte affinché tali casi siano trattati “con sufficiente attenzione” e sia rafforzata la “supervisione legale”. Secondo la riforma approvata, la Corte Suprema emette una sentenza di approvazione o rigetto di una condanna a morte dopo averla esaminata. Se annulla la condanna a morte, la Corte Suprema può commutare la sentenza stessa o rinviare il caso a un nuovo processo. Inoltre, nel corso del procedimento di verifica, la Corte Suprema può interrogare l’imputato e devono essere sentite le argomentazioni dell’avvocato difensore, se ne fa richiesta. Inoltre, per la prima volta, la riforma chiarisce che le confessioni estorte con mezzi illegali, come la tortura, le deposizioni dei testimoni e le testimonianze delle vittime ottenute illegalmente, ad esempio mediante violenza o minacce, devono essere escluse dai processi. Per evitare le confessioni estorte con la tortura, la nuova legge stabilisce che gli indagati, dopo essere stati fermati o arrestati, siano condotti in un centro di detenzione per la custodia cautelare e lì interrogati. Il processo di interrogatorio deve essere audio o video-registrato.
In base alla Legge di Procedura Penale cinese, dopo aver ricevuto dalla Corte Suprema un ordine di esecuzione di una sentenza capitale, il Tribunale del Popolo di livello inferiore provvederà entro sette giorni. Il che può avvenire nel campo destinato alle esecuzioni oppure nel luogo di custodia designato. L’ufficiale giudiziario preposto all’esecuzione verifica l’identità del condannato, gli chiede se ha le ultime parole da dire o lettere da lasciare e poi lo consegna al boia. Le esecuzioni possono essere annunciate ma non effettuate pubblicamente. Il tribunale che ha provveduto all’esecuzione della sentenza sottoporrà un rapporto scritto alla Corte Suprema e provvederà a notificare l’avvenuta esecuzione ai familiari del condannato.
In Cina, una condanna a morte può essere eseguita sia tramite plotone sia tramite iniezione letale.
Nel 1996, con un emendamento al Codice di procedura penale, la Cina ha infatti autorizzato esecuzioni tramite iniezione letale, per la quale sarebbe stato usato lo stesso cocktail di tre farmaci introdotto per la prima volta negli Stati Uniti. “L’iniezione è più umana, riduce la paura e la sofferenza”, hanno dichiarato le autorità cinesi. “E’ preferita sia dai condannati sia dai loro familiari.” Il nuovo sistema è “più pulito, più sicuro e più conveniente” rispetto all’uso di armi da fuoco, secondo il direttore del dipartimento ricerca della Corte Suprema del Popolo, Hu Yunteng.
L’iniezione letale è stata applicata per la prima volta il 28 marzo 1997 a Kunming, capoluogo della Provincia dello Yunnan. Sono poi seguite le città di Changsha, Pechino, Shanghai, Guangzhou, Nanjing, Chongqing, Hangzhou e Shenyang.
Nel giugno del 2006, la Provincia dello Zhejiang ha annunciato che a partire da settembre dello stesso anno avrebbe effettuato tutte le esecuzioni tramite iniezione letale.
Nel marzo 2008, dopo una sperimentazione durata 10 anni, la città di Chengdu, capoluogo della Provincia del Sichuan, ha adottato formalmente il metodo dell’iniezione letale al posto del colpo di arma da fuoco alla nuca.
Nel dicembre 2009, tutte e 14 le città della Provincia di Liaoning hanno adottato l’iniezione letale come metodo esclusivo di esecuzione.
Il 26 gennaio 2010, il Beijing Youth Daily ha annunciato che gli addetti alle esecuzioni del Tribunale Intermedio del Popolo di Pechino avevano terminato la loro formazione e, quindi, erano pronti a partire con l’iniezione letale come principale metodo d’esecuzione a Pechino. Finora, il governo ha concesso il ‘privilegio’ dell’iniezione letale invece del colpo di pistola solo agli alti funzionari reclusi nel carcere di Qincheng a Pechino, dove il 10 luglio 2007 l’iniezione letale fu riservata a Zheng Xiaoyu, ex responsabile dell’Agenzia Statale per i controlli di qualità su cibo e medicine, riconosciuto colpevole di aver accettato tangenti in cambio dell’approvazione di farmaci non testati, provocando la morte di decine di persone.
E’ impossibile sapere quante persone sono state giustiziate con l’iniezione letale, dal momento che in Cina i dati sulla pena di morte sono coperti dal segreto di Stato.
In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni da 24 posti, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo. Questo evita il trasferimento dei condannati nei posti previsti per le esecuzioni, una procedura che implica notevoli misure di sicurezza. Il detenuto è assicurato con delle cinghie a un lettino di metallo posto sul retro del furgone. Una volta inserito l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata nella vena. Il mezzo è dotato anche di una telecamera che filma l’esecuzione, in modo che rimanga una registrazione audio-video da visionare in caso di eventuali contestazioni procedurali.
Le camere della morte mobili sono divenute necessarie anche a causa del progressivo abbandono del metodo del colpo di pistola sparato dai militari alla testa del condannato. A quanto sembra, il cambiamento è stato introdotto su insistenza proprio degli ambienti militari, considerato che molti dei condannati in Cina sono spacciatori di droga sieropositivi all’HIV, che con il loro sangue rischiano di infettare il boia. Secondo le autorità cinesi, il metodo dell’iniezione letale, portato grazie ai ‘bus’ fin nelle località più sperdute, è più pulito, sicuro, meno traumatico per il condannato e più efficace come deterrente.
I “bus della morte” finora utilizzati sono stati costruiti da una ditta di Chongqing, la Jinguan Auto, specializzata nella fabbricazione di auto blindate, ambulanze e automezzi per la polizia. La camera della morte mobile è un riadattamento di un minibus di 17 posti lungo sette metri. I produttori dei “bus della morte” sostengono che i veicoli e le iniezioni letali sono un’alternativa civile al plotone di esecuzione, perché pongono fine alla vita del condannato più rapidamente, scientificamente e senza correre rischi. Il cambio dal colpo alla nuca alle iniezioni è la riprova che “la Cina ora promuove i diritti umani”, ha detto Kang Zhongwen, che ha disegnato la camera della morte della Jinguan, nella quale un delinquente noto come “il diavolo con nove dita”, Zhang Shiqiang, è stato giustiziato nel 2004. E’ stato uno dei primi a morire per iniezione letale in uno dei “bus della morte” made in China. Nel febbraio 2009, c’erano almeno 40 di questi bus in giro per il Paese.
E’ facile immaginare che il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale nelle unità mobili possa favorire il traffico illegale di organi dei condannati. Le iniezioni lasciano intatto il corpo e richiedono la presenza di medici. Gli organi possono essere espiantati in un modo più veloce ed efficace che nel caso in cui i detenuti siano fucilati. Il rifiuto della Cina a consentire che estranei possano esaminare i cadaveri dei giustiziati ha aumentato i sospetti su quello che accade dopo l’esecuzione: normalmente i corpi senza vita sono portati a un crematorio e bruciati prima che parenti o osservatori indipendenti possano esaminarli.
In passato, le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il collegamento tra l’alto numero di esecuzioni in Cina e la crescente domanda di trapianti, accusando le autorità di costringere i condannati a morte a firmare autorizzazioni all’espianto. Il regime cinese viene anche accusato di non usare detenuti comuni. Prigionieri di coscienza, soprattutto seguaci della pratica spirituale Falun Gong, sarebbero stati uccisi per i loro organi, così come musulmani uiguri e cristiani delle chiese domestiche.
Il regime di Pechino ha ammesso nel 2005 di prelevare organi di prigionieri nel braccio della morte, una pratica iniziata a metà degli anni 80. E nel luglio 2006 la Cina ha approvato una legge che proibisce la vendita di organi senza il consenso del donatore. Ciò nonostante, gli espianti illegali di organi in Cina pare siano continuati.
Nell’agosto 2009, la stampa ufficiale cinese ha riportato che in due casi su tre gli organi trapiantati in Cina vengono prelevati da condannati a morte giustiziati. Secondo il quotidiano China Daily, il Vice-Ministro della sanità cinese, Huang Jiefu, ha dichiarato che “i detenuti non sono certo la risorsa giusta per i trapianti di organi”, anche se per l’espianto è richiesto un loro consenso scritto. Per questo, le autorità sanitarie hanno lanciato un nuovo programma nazionale per le donazioni.
In base a una revisione del codice penale adottata nel febbraio 2011, il “prelievo forzato di organi, la donazione forzata di organi e il prelievo di organi da minorenni” sono diventati reati penali, paragonati all’omicidio.
Il 6 marzo 2012, il Vice-Ministro della Salute Huang Jiefu ha ribadito che i prigionieri giustiziati continuano a essere in Cina la principale fonte di organi per i trapianti, a causa della carenza di donatori volontari. Per il reperimento degli organi, la Cina ha da tempo promesso di voler ridurre la propria dipendenza dai condannati a morte, ma per l’alta domanda e la cronica carenza di donazioni essi restano la fonte primaria, ha detto l’alto funzionario della sanità cinese al giornale Legal Daily. Huang ha reso queste dichiarazioni a margine della sessione parlamentare annuale a Pechino, che vede circa 3.000 delegati provenienti da tutto il Paese partecipare a 10 giorni di incontri.
Il 21 novembre 2012, il Vice-Ministro Huang Jiefu ha detto che il progetto pilota di donazione di organi – lanciato dalla Croce Rossa cinese nel 2010 e operativo in solo un decimo degli ospedali qualificati del Paese – sarebbe stato in pieno svolgimento nei prossimi uno o due anni al termine dei quali la Cina sarà in grado di eliminare la sua dipendenza da organi espiantati ai prigionieri giustiziati.
Il 6 dicembre 2012, un avvocato di Pechino, Han Bing, ha rivelato che un ospedale cinese è stato trasformato in sito per l’esecuzione di un condannato a morte. Il detenuto sarebbe stato portato di corsa la mattina stessa nell’ospedale, dove è stato costretto a firmare un modulo per la donazione di organi. La sua famiglia non è stata contattata in relazione alla “esecuzione”. E’ stato ucciso in un ospedale dove la “qualità” dei suoi organi sarebbe stata preservata. “Questi giudici e medici senza coscienza hanno trasformato l’ospedale in un campo di esecuzione e in un mercato per il commercio di organi!”, ha scritto Han. “Nelle direttive della Corte Suprema è scritto che i prigionieri debbano incontrare la propria famiglia prima dell’esecuzione. Tuttavia, il giudice in questo caso non ha consentito l’incontro.” La rivelazione di Han conferma il sospetto diffuso secondo cui i prigionieri, a differenza di quanto dicono le autorità, non sono donatori volontari.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli USA, il Governo cinese ha usato la lotta al terrorismo come pretesto per aumentare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. Sospetti separatisti o estremisti religiosi da anni rischiano detenzioni arbitrarie, l’isolamento, la tortura e, al termine di processi iniqui, il carcere o l’esecuzione. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni.
La lotta al terrorismo si è concentrata in particolare nel Turkestan Orientale (o Xinjiang occidentale), la regione autonoma nord-occidentale in cui vivono otto milioni di Uiguri (46 per cento della popolazione dello Xinjiang) e che confina con Afghanistan, Pakistan, India e le repubbliche dell’Asia centrale.
Il 21 gennaio 2013, l’Alta Corte del Popolo dello Xinjiang ha pubblicato online il suo rapporto annuale, rivelando – con un livello di trasparenza non assicurato da altre giurisdizioni – il numero di processi di primo e secondo grado conclusi nella regione autonoma nel 2012 per reati contro la sicurezza dello Stato, una categoria che comprende sovversione, separatismo, incitamento alla sovversione e incitamento al separatismo. Il dato di 314 processi nel 2012 rappresenta un calo del 24% rispetto all’anno precedente e il secondo livello più basso degli ultimi cinque anni. I processi per reati contro la sicurezza dello Stato avevano raggiunto il picco nel 2009, in corrispondenza dei disordini scoppiati a Urumqi.
I disordini del luglio 2009 a Urumqi, capoluogo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, hanno coinvolto sia gli Han e gli Uiguri sia le due etnie e la polizia cinese. Per le violenze, che provocarono almeno 197 morti e 1.721 feriti, sono state condannate oltre 200 persone. In base alla stampa ufficiale sono 26 le persone finora condannate a morte e almeno nove quelle già giustiziate, per la maggior parte di etnia uigura, a giudicare dai loro nomi.
Il capo del governo locale, Nur Berkri, ha addebitato la responsabilità degli scontri a terroristi, separatisti ed estremisti religiosi, negando che le violenze siano legate alle politiche di sviluppo imposte dalle autorità cinesi nella regione. “Ci sono dei secessionisti – ha detto – che non accettano di vedere persone di tutti i gruppi etnici vivere felicemente sotto la guida del Partito Comunista cinese.”
Gli Uiguri in esilio hanno condannato duramente le sentenze capitali relative ai fatti di luglio 2009, bollandole come “la prima serie di esecuzioni di massa promesse dal governo cinese”. “Gli Uiguri non possono fare altro che confidare che la comunità internazionale impedisca alla Cina di continuare nella repressione violenta del popolo uiguro”, ha affermato in un comunicato il Congresso Mondiale Uiguro, mentre la sua presidente Rebiya Kadeer ha dichiarato che le condanne capitali sarebbero servite solo a far “arrabbiare ancora di più” la sua gente.
Anche la libertà religiosa è fortemente ridotta in Cina. Le minoranze religiose ed etniche sono state un obiettivo chiave della repressione nel 2012, con diversi morti in carcere segnalati.
Le autorità cinesi ammettono a parole che la libertà di religione rappresenta un fondamentale diritto umano riconosciuto dalla Costituzione e dai principali trattati internazionali. Nel 2005 è entrata in vigore una legge che il Governo cinese ha presentato come la prima normativa organica in materia di religione adottata a livello nazionale quale “significativo passo avanti nella protezione della libertà di religione dei cittadini cinesi”.
Tuttavia è continuata la repressione nei confronti di movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato: protestanti e cattolici, musulmani uiguri e buddisti tibetani. Il Governo ha continuato anche la repressione dei movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong.
Il grado di libertà di culto è diverso a seconda delle regioni. Per esempio, nello Xinjiang vi è un controllo ferreo sui musulmani che nel resto del Paese godono invece di una maggior libertà. Lo stesso vale per i buddisti della Mongolia Interna e del Tibet rispetto a quelli di altre zone. Nell’Henan sono stati perseguitati in particolare i protestanti, mentre nell’Hebei i cattolici legati al Vaticano.
Secondo le norme sulle attività religiose, i luoghi in cui si esercita il culto devono essere autorizzati dal Governo e le forze dell’ordine sono spesso intervenute in abitazioni private dove si radunavano dei credenti per interrompere le funzioni con la scusa che disturbavano i vicini o provocavano disordini sociali, anche arrestando i partecipanti e diffidandoli dal riunirsi nuovamente in quel luogo. A volte chi dice messa subisce duri trattamenti come la detenzione, veri e propri arresti e condanne alla rieducazione o al carcere. E anche in questo caso la repressione è stata diversa a seconda delle aree.
Nella Regione Autonoma dello Xinjiang a maggioranza uigura, a seguito gli scontri etnici del 2009, la presenza di forze e dispositivi di sicurezza è rimasta consistente per gran parte del 2012.
Le autorità hanno intensificato i controlli sull’Islam nella regione, facendo incursioni durante riunioni di studio private e distruggendo migliaia di pubblicazioni, tra cui copie del Corano. Nel mese di maggio, un tribunale di Kashgar ha condannato nove persone a pene dai 6 ai 15 anni di carcere per la partecipazione ad attività religiose “illegali”.
Il governo cinese ha continuato nel 2012 nella sua politica di esclusione dell’uso della lingua uigura nel campo dell’istruzione e di alterazione della demografia della regione attraverso programmi di trasferimento e reinsediamento di cinesi Han.
Pechino permette la pratica del protestantesimo solo all’interno del Movimento delle Tre Autonomie (MTA), nato nel 1950 dopo la presa del potere di Mao e l’espulsione dei missionari stranieri e dei leader delle Chiese anche cinesi. Le statistiche ufficiali dicono che in Cina vi sono 10 milioni di protestanti ufficiali, tutti uniti nell’MTA.
Negli ultimi trenta anni, le “chiese domestiche” protestanti sono diventate un fenomeno importante, con oltre 50 milioni di fedeli che si radunano nelle case o altri luoghi privati per pregare, svolgere cerimonie e tenere assemblee. Il loro amore per il libero culto li ha portati a rifiutare le Chiese protestanti ufficiali, colpevoli ai loro occhi di “adorare il partito” piuttosto che Dio.
Nello stesso periodo, le autorità cinesi hanno cercato di sopprimere questo movimento incontrollato incarcerando pastori, torturando i credenti e distruggendo case e luoghi di culto. Una campagna per costringere le comunità sotterranee a iscriversi alle organizzazioni ufficiali (come l’MTA) è stata lanciata prima delle Olimpiadi di Pechino del 2008.
Nel 2012, la Cina ha lanciato una campagna a tutto campo contro le chiese domestiche, i ministri e i fedeli protestanti che dovrebbe essere completata in dieci anni, ha reso noto nell’aprile 2012 la China Aid Association sulla base di fonti e documenti del Partito comunista.
Secondo i documenti citati da China Aid, la nuova campagna di “sradicamento” comprende le seguenti tappe: tra gennaio e giugno 2012, condurre indagini approfondite, intense e segrete sulle chiese domestiche in tutto il Paese e creare un archivio su di esse; in due o tre anni, concentrarsi sulla bonifica delle chiese clandestine che sono state esaminate e schedate; in 10 anni, annientare completamente le chiese domestiche.
Nell’aprile 2012, le autorità della provincia di Hebei hanno fatto irruzione durante un incontro in una chiesa domestica e arrestato più di 50 persone. Molti sono stati rilasciati, ma sette, tra cui il predicatore della chiesa, erano in attesa di giudizio penale alla fine dell’anno.
Con la nomina nel maggio 2006 di Zhang Qingli a capo del potere politico cinese in Tibet la repressione è aumentata, anche per la sua determinazione a combattere “fino alla morte” il Dalai Lama e a sconfiggere entro 5 anni il “separatismo” tibetano. Il primo gennaio 2007, sono entrate in vigore le nuove “misure per la regolamentazione delle questioni religiose” approvate il 26 settembre 2006 dalla Commissione governativa permanente per il Tibet, le quali anziché garantire la libertà religiosa rafforzano i poteri dei funzionari cinesi nella restrizione, controllo e repressione del credo buddista.
La più importante protesta tibetana anti-cinese degli ultimi decenni, iniziata il 10 marzo 2008 in occasione del 49° anniversario della rivolta tibetana del 1959 contro il dominio cinese, è stata duramente repressa dalle autorità cinesi. In base a informazioni raccolte da diverse fonti, 209 persone sono state uccise, 1.000 ferite, più di 5.972 detenute. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha documentato i casi noti di 334 tibetani condannati nel 2008-2009 in relazione alle proteste anti-cinesi del 2008, ma il dato clamoroso è quello di 1.717 anni di carcere comminati complessivamente ed escludendo le sentenze capitali, le condanne a morte con sospensione e quelle all’ergastolo. Se dovessero far fede le sole notizie diffuse dalla stampa ufficiale cinese, il conteggio si fermerebbe a un totale di 81 tibetani condannati, tra cui sette condannati a morte, due dei quali già giustiziati.
Il Governo ha continuato nella repressione dei cosiddetti “culti”, in particolare nei confronti dei praticanti del Falun Gong, i quali hanno continuato a subire arresti e detenzioni, e vi sono attendibili prove di persone morte a causa di torture e abusi subiti. I praticanti che si rifiutano di abiurare spesso subiscono dure punizioni in carcere, condanne alla rieducazione in campi di lavoro e in campi extra-giudiziari.
Aderenti al Falun Gong che si trovano all’estero affermano che, a partire dalla dura repressione avviata nei loro confronti nel 1999, centinaia di migliaia – se non milioni – di praticanti sono ancora sotto custodia nei campi di lavoro o in prigione, il che farebbe di loro la più grande comunità di prigionieri di coscienza del Paese. Decine di migliaia hanno subito torture per mano della polizia e degli agenti della sicurezza.
Il sito ufficiale del Falun Gong, en.minghui.org, al 17 maggio 2013, ha registrato un totale di 3.690 morti confermate di praticanti in seguito a varie forme di persecuzione dal 1999. Per le difficoltà a ottenere informazioni dalla Cina, è probabile che questo dato sia significativamente più alto.
Secondo il Falun Dafa Information Center, molti decessi negli ultimi anni sono chiaramente legati alla campagna triennale di cosiddetta “trasformazione” lanciata dal Partito Comunista a metà 2010 contro i praticanti del Falun Gong in tutta la Cina. L’obiettivo dichiarato della campagna è di “convertire” il 75 per cento dei praticanti noti, che ammontano ancora a decine di milioni nonostante dodici anni di brutale repressione. Nello specifico, le autorità invitano le forze di sicurezza ad andare nei “villaggi e nelle case” a “educare e conquistare” i praticanti del Falun Gong.
Il Consiglio diritti umani, durante la Revisione Periodica Universale, nel 2009, ha raccomandato alla Cina di ridurre il numero dei reati capitali. La Cina si è riservata di fornire il suoi commenti nella sessione del 2011. Un certo numero di componenti il Consiglio ha esortato la Cina a porre rimedio all’assenza di trasparenza e all’uso sproporzionato nell’applicazione della pena di morte e ad abolirla.
Il 20 dicembre 2012, la Cina ha votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.