Nessuno tocchi Caino
TANZANIA

La Tanzania prevede ancora la pena di morte nel codice penale

La Tanzania prevede ancora la pena di morte nel codice penale

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La Tanzania prevede ancora la pena di morte nel codice penale e nella legge sulla difesa nazionale. I reati capitali sono tre: omicidio, tradimento e cattiva condotta dei comandanti o di qualsiasi militare in presenza di un nemico.
Nell’aprile 2002 il Presidente Benjamin Mkapa ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 100 persone. Il gesto è stato ufficialmente spiegato dal Ministro dell’Interno Mohammed Seif Khatib come prova dell’attenzione del Presidente nei confronti dei diritti umani e in particolare del diritto alla vita.
Nel 2009, il Presidente ha commutato le condanne a morte di 75 prigionieri. Secondo il Centro Legale e per i Diritti Umani (LHRC), questa commutazione è stata la conseguenza di una mobilitazione su un caso emblematico contro la pena di morte obbligatoria promossa nel 2008, che è proseguito e sul quale si è incardinata anche una campagna di sensibilizzazione attraverso i media.
L’Onorevole Celina O. Kombani, Ministro per gli affari costituzionali e legali della Tanzania, è intervenuta alla conferenza sub regionale sulla pena di morte in Africa, organizzata a Kigali da Nessuno tocchi Caino in collaborazione con il Governo del Ruanda, il 13 e 14 ottobre 2011. In quest’occasione ha detto:
“Il diritto alla vita è sancito dalla Costituzione del 1977 ma la Tanzania pervade nelle proprie leggi la pena di morte per i crimini di omicidio e tradimento.
In Tanzania la pena di morte è pronunciata solo dall’Alta Corte. E’ assicurato un servizio gratuito di assistenza alle persone accusate di reati capitali in modo che possano difendersi nel processo. Una persona condannata a morte dall'Alta Corte ha automaticamente il diritto di ricorso alla Corte d'Appello, che è la più alta Corte in Tanzania. Una volta che la condanna a morte è stata confermata dalla Corte d'Appello, un comitato consultivo per la prerogativa della grazia consiglia il Presidente in merito all’esecuzione della sentenza. Nel consigliare il Presidente, il Comitato considera il punto di vista dei parenti sia della vittima che del condannato, oltre che la richiesta di grazia avanzata dal condannato al Comitato. Oltre al Comitato, il Presidente chiede anche alla Corte di inviargli una relazione scritta sul caso. Questi meccanismi, in gran parte, offrono una garanzia contro l'esecuzione arbitraria della pena di morte. La moratoria di fatto che la Tanzania rispetta dal 1994 è il frutto dell’esercizio delle prerogative presidenziali.
Il Governo ha costituito un comitato speciale per verificare la posizione dell’opinion pubblica sull’abolizione della pena di morte ed il comitato ha concluso che la maggioranza dei cittadini della Tanzania sono favorevoli alla pena di morte.
Dal momento che l'opinione pubblica sulla pena di morte è divisa, il Governo ha incaricato la Commissione per la riforma della legge di condurre un’attività di ricerca sulla pena di morte ed elaborare le opportune raccomandazioni. La Commissione ha già presentato la sua relazione (nel 2009 raccomandando l’abolizione della pena di morte NdR) e il governo sta lavorando.
In Tanzania è in corso un processo di revisione costituzionale. Tenendo presente che il diritto alla vita è sancito dalla Costituzione, esiste la probabilità che durante il processo di revisione costituzionale, l’opinione pubblica possa avere l’occasione di esprimere la propria opinione sulla pena di morte.”
Nel corso della stessa conferenza è intervenuto anche il Ministro della Giustizia l’On. Fredrick Werema che intervenendo durante il dibattito sulla pena di morte e l'opinione pubblica ha detto: "La pena di morte è una punizione barbara, introdotto da colonialisti barbari, per i reati di barbari."
Nel 2011, il Comitato dei diritti umani dell’ONU ha notato che il Paese osserva una moratoria di fatto sulla pena di morte dal 1994 ed ha espresso preoccupazione per l’elevato numero di persone nel braccio della morte e di condanne a morte pronunciate dai tribunali. Il Comitato ha deplorato la "mancanza di sufficienti informazioni sul periodo di tempo che le persone condannate hanno trascorso nel braccio della morte, sul loro trattamento durante la detenzione e sulle procedure di commutazione delle condanne a morte." Il Comitato ha raccomandato alla Tanzania di commutare tutte le condanne a morte, di prendere in considerazione l'abolizione della pena di morte, di divenire parte del Secondo Protocollo Opzionale al Patto sui diritti civili e politici e di impedire i maltrattamenti dei detenuti. L’ On. Mathias Chikawe, che ha rappresentato la Tanzania a Ginevra, nell’ambito del rapporto periodico Universale sui diritti umani ha detto: "La ricerca dimostra che l'opinione pubblica è ancora divisa sulla della pena di morte, con la maggioranza delle persone sono mantenitori .... . La Tanzania non ha aderito al Secondo Protocollo Opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici ".
Tuttavia, il LHRC ha fatto un sondaggio sulla pena di morte su 1.500 persone tra cittadini e professionisti in varie parti del paese. Lo studio mostra che il 76% degli intervistati ha ammesso che la pena di morte non è una buona punizione e che considera al 74% l'ergastolo come la migliore alternativa alla pena di morte. Per questo il LHRC ha suggerito allo Stato di rivolgersi con un approccio aperto all’opinione pubblica.
Dati raccolti da LHRC mostrano che dopo l'indipendenza nel 1961, ci sono state 238 (232 uomini e 6 donne) esecuzioni. L’ultima esecuzione è stata effettuata nel 1994, quando 21 uomini sono stati impiccati.
Il numero di esecuzioni tra il 1961 e il 1995 è pari al 9,3 per cento dei condannati a morte. Secondo le statistiche, nonostante le esecuzioni fatte tra 1961 e il 1995, episodi di reati punibili con la pena di morte erano in aumento così come sono ancora in aumento, da 46 condannati nel 1961 a 2.562 nel 2007. Basandosi su queste statistiche, LHRC afferma che la pena di morte non è un efficace deterrente.
Il 20 dicembre 2012, la Tanzania si è astenuta sulla risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.