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INDIA

La pena di morte è prevista dal Codice Penale e dall’art. 21 della Costituzione

La pena di morte è prevista dal Codice Penale e dall’art. 21 della Costituzione

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La pena di morte è prevista dal Codice Penale e dall’art. 21 della Costituzione, che afferma: “Nessuna persona può essere privata della vita o della libertà personale salvo nei casi stabiliti dalla legge”.
In India, sono considerati reati capitali: cospirazione contro il Governo, diserzione o tentata diserzione, intraprendere o tentare di intraprendere una guerra contro il Governo centrale, terrorismo, omicidio o tentato omicidio, induzione al suicidio di un minorenne o di un ritardato mentale. La sezione 303 del Codice penale indiano prescrive la pena di morte come obbligatoria nel caso in cui un condannato all'ergastolo commette omicidio. La pena capitale può essere comminata anche per una serie di reati previsti dai Codici Militari (Army Act, 1950; Air Force Act, 1950; Navy Act, 1956). Nel 1987 il Governo ha approvato il Commission of Sati Prevention Act che prevede la pena di morte per chi istiga una vedova al suicidio sacrificale (sati) nel caso in cui sia portato a termine con successo.
In base al Narcotic Drugs and Psychotropic Substances Amendment Act del dicembre del 1988, una seconda condanna per traffico di droga è passibile di pena di morte.
Nel giugno 2011, l’Alta Corte di Bombay, una delle più antiche e riconosciute Alte Corti dell’India, ha eliminato la pena di morte obbligatoria per reati legati alla droga e solo nel gennaio 2012, per la prima volta in India, una corte speciale anti-droga ha condannato a morte un uomo per un crimine legato alla droga. Il 7 marzo 2014, l'India ha sostituito la pena di morte obbligatoria prevista dalla legge sugli stupefacenti e e le sostanze psicotrope con una condanna a morte facoltativa, a seguito della sentenza del 2011 dell'Alta Corte di Maharashtra nel caso India Harm Reduction Network vs Union of India, nella quale la pena di morte obbligatoria per i trasgressori recidivi, di cui alla sezione 31A del Narcotic Drugs and Psychotropic Substances Act, 1985, è stata dichiarata incostituzionale.
Le corti speciali stabilite in base al Terrorist Affected Areas Special Courts Act del 1984 e in base al Prevention of Terrorism Act (POTA) del 2002, avevano il potere di imporre la pena di morte per atti di terrorismo. Quest’ultima legge, che aveva ampliato la sfera di applicazione della pena di morte per volontà del partito nazionalista indù BJP a seguito di un attentato al Parlamento indiano nel dicembre 2001, è stata giudicata lesiva dei diritti umani e politici dal governo uscito vittorioso dalle elezioni del maggio 2004 e dominato dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi. Conseguentemente, il Parlamento, il 9 dicembre 2004, l’ha abrogata, dopo un lungo dibattito e l’abbandono dell’aula per protesta da parte dell’opposizione. Contestualmente, il POTA è stato rimpiazzato dal Unlawful Activities (Prevention) Bill, che ha emendato l’Unlawful Activities (Prevention) Act del 1967 al fine di coprire i casi di terrorismo. In base a questa legge, i condannati per terrorismo possono essere puniti con la pena di morte o l’ergastolo per ogni atto che provochi la perdita di vite umane. Più precisamente, è punito chiunque metta in pericolo l’unità, l’integrità, la sicurezza e la sovranità nazionale o sparga il terrore tra la popolazione in India o in altri Paesi usando bombe, dinamite o altri esplosivi, sostanze infiammabili, armi da fuoco o altre armi letali che causino o possano causare la morte. Nell’ambito della lotta contro il terrorismo, il 24 gennaio 2003, India e Francia hanno firmato un trattato di estradizione finalizzato a rafforzare la cooperazione giudiziaria contro il terrorismo. Il trattato comprende le assicurazioni da parte dell’India che le persone estradate dalla Francia non verranno condannate a morte.
Il 21 dicembre 2011, nel tentativo di proteggere gli oleodotti strategicamente importanti da atti di terrorismo come il sabotaggio, il Parlamento ha introdotto la pena di morte per questi crimini modificando il Petroleum and Minerals Pipelines (Acquisition of Right of User in Land) Amendment, Bill 2011. La punizione “può estendersi al carcere a vita o alla morte” nel caso in cui l’atto di sabotaggio sia talmente pericoloso da poter causare la morte di esseri umani. Prima della modifica, la legge prevedeva una pena detentiva da uno a tre anni di carcere per atti di sabotaggio e furti. Nel corso del dibattito sul progetto di legge, il Ministro del petrolio e del gas naturale, Ratanjit Narain Pratap Singh, ha detto che gli articoli in vigore della legge del 1962 non contenevano disposizioni adeguate per prevenire tali incidenti. Sulla questione della pena di morte prevista nel disegno di legge, Singh ha detto che questa sarebbe applicabile solo nel “più raro dei casi rari contro mafie e sabotatori”. Singh ha detto che nel disegno di legge è stata inserita la parola “volontariamente” per tutelare le persone innocenti che abbiano causato danni a una rete di rifornimento accidentalmente o per errore.
Il 1° febbraio 2012, la Corte Suprema dell’India ha dichiarato nullo l’Articolo 27(3) della Legge sulle Armi del 1959, che prevede la “pena di morte obbligatoria” in caso di morte causata da uso di armi illegali, in quanto “ultra vires” (oltre i poteri) della Costituzione. La disposizione relativa alla pena di morte fu inserita nell’Articolo 27 della Legge nel 1988, sull’onda delle attività terroristiche anti-nazionali in Punjab.
Il 5 aprile 2013 è entrata in vigore il Criminal Law (Amendment) Act, 2013, ratificato dal Presidente Pranab Mukherjee  il 2 aprile, che prevede ergastoli e condanne a morte per i condannati per stupro, oltre a punizioni severe per reati quali le aggressioni con l'acido, stalking e voyeurismo. La Legge, approvata dal Lok Sabha (Camera bassa) il 19 marzo e dal Rajya Sabha (Camera alta) il 21 marzo, ha sostituito un decreto promulgato il 3 febbraio, dopo che una donna di 23 anni è stata selvaggiamente aggredita e violentata in un autobus a Delhi il 16 dicembre ed è morta due settimane più tardi. Essa modifica varie sezioni del codice penale indiano, del codice di procedura penale, della Legge indiana sulle Prove e della Legge sulla Protezione dei Bambini dai Crimini Sessuali. Con l'obiettivo di fornire un forte deterrente contro i crimini come lo stupro, la nuova legge stabilisce condanne al carcere duro per un periodo non inferiore a 20 anni, ma che può estendersi fino all’ergastolo, con una multa. Contiene inoltre disposizioni per emettere la condanna a morte per i trasgressori che siano stati condannati in precedenza per gli stessi crimini. La Legge, per la prima volta, nega il rilascio su cauzione nel caso in cui reati di stalking e voyeurismo vengano commessi per la seconda volta. Gli autori di attacchi con acidi riceveranno una condanna a 10 anni di carcere. La Legge definisce inoltre gli attacchi con acidi come un crimine, riconoscendo alla vittima il diritto di auto-difesa. Per i responsabili dei crimini prevede come pena minima 10 anni di carcere. La Legge fissa l'età per il sesso consensuale a 18 anni. Nuove sezioni per prevenire stalking e voyeurismo sono state introdotte a seguito di una forte richiesta da parte delle organizzazioni femminili.
Le condanne a morte devono essere confermate dalla Corte Suprema che, nella storica sentenza Bachan Singh contro lo stato del Punjab, ha sostenuto che la pena di morte può essere applicata solo se il caso rientra tra quelli “più rari tra i rari”. L’11 agosto 2008, affrontando il caso di Murli Manohar Mishra alias Swami Shraddhananda, la Corte Suprema ha ribadito questa linea stabilendo che, al fine di ridurre al minimo l’uso della pena di morte, potrà sostituire le condanne a morte con l’ergastolo. La Corte Suprema ha sottolineato nel suo verdetto che “la formalizzazione di questa speciale categoria di sentenze, per un numero ristretto di casi, avrà il grande vantaggio di mantenere la pena di morte nei codici, ma di usarla, di fatto, il meno possibile, solo nel più raro tra i rari dei casi”. Il 18 agosto 2009, nella sentenza con cui la Corte Suprema ha comminato l’ergastolo a quattro membri di una banda responsabile di aver ucciso tre impiegati del partito di estrema destra Shiv Sena a Mumbai nel marzo 1999, ha detto che è giunto il momento di arrivare a una lettura univoca del principio stabilito nella sentenza Bachan Singh al fine di introdurre “un po’ di oggettività nella giurisprudenza sulla pena capitale che si sta sbriciolando sotto il peso delle più disparate interpretazioni”. Anche il 20 novembre 2012, nella sentenza “Sangeet & Anr contro lo Stato di Haryana” la Corte Suprema ha detto che la sentenza storica del 1980 sui criteri di imposizione della pena di morte necessita di revisione, in quanto non vi è stata "nessuna uniformità" da parte dei tribunali del Paese nello stabilire quali casi rientrino tra “i più rari tra i rari”. “Le circostanze aggravanti si riferiscono al reato, mentre le circostanze attenuanti al reo. [Però] Non può essere fatto un bilancio per confrontare le due. Le considerazioni per entrambe sono distinte e non collegate. L’uso del mantra delle circostanze aggravanti e attenuanti necessita di una revisione”, è scritto nella sentenza che ha accolto il ricorso dei condannati perché la pena di morte loro comminata venisse convertita in ergastolo.
Il 10 febbraio 2010, la Corte Suprema ha chiarito che l’aver già scontato una lunga detenzione e le precarie condizioni socio-economiche sono circostanze attenuanti che possono condurre alla commutazione in ergastolo di una condanna capitale. Il sistema legislativo indiano prevede diversi livelli di appello, grazie ai quali le condanne a morte sono spesso commutate in ergastolo. Non esistono statistiche ufficiali sul numero delle sentenze e delle esecuzioni capitali nel paese né sul numero delle persone detenute nel braccio della morte. Normalmente, le esecuzioni vengono rinviate a tempo indeterminato oppure commutate dal Presidente. L’articolo 72 della Costituzione dà infatti al Presidente il potere di concedere la grazia o di sospendere, rinviare o commutare la pena di una persona condannata per qualsiasi reato. Il Presidente è guidato e consigliato dal Ministro dell’Interno e dal Consiglio dei ministri nella sua decisione. Non vi è lasso di tempo prestabilito nel quale il Presidente deve prendere la decisione, che è soggetta a revisione giurisdizionale secondo quanto stabilito l’11 dicembre 2006, dalla Corte Suprema indiana per la quale è necessario valutare se ci siano “considerazioni non pertinenti nell’esercizio di questo potere”.
La Presidente Pratibha Devisingh Patil, che ha concluso il suo mandato nel giugno 2012, è risultata essere il più “misericordioso” di tutti i presidenti negli ultimi tre decenni, avendo commutato in ergastolo le condanne a morte di 38 persone. La Presidente Patil, che comunque ha respinto le richieste di grazia di cinque persone, può vantare un tasso di concessione di clemenze del 200%. La propensione alla clemenza della Patil non ha suscitato proteste in nessun settore del Governo. I media indiani, invece, hanno generalmente criticato questo suo record, mettendo in discussione l’opportunità di atti di clemenza in alcuni casi di omicidio, stupro e rapimento di minori. La linea dell’attuale Presidente, Pranab Mukherjee, entrato in carica il 25 luglio 2012, è apparsa in netto contrasto con quella del suo predecessore Pratibha Patil. Al 31 agosto 2014, dopo due anni di mandato, Mukherjee aveva respinto il 97% delle istanze di clemenza, avendone esaminate 23 riguardanti 31 condannati a morte e concedendola in un solo caso. Il 5 novembre 2013, la Corte Suprema ha stabilito che i tribunali devono dimostrare “motivi speciali” nel comminare la pena di morte e “devono” tener conto del crimine ma anche della personalità del criminale, che dovrebbe rispecchiare una “estrema depravazione” per meritare una tale punizione. I giudici AK Patnaik e Gyan Sudha Misra hanno considerato errata la decisione del tribunale di merito di mandare al patibolo due condannati, dicendo che le “motivazioni speciali” da esso rilevate non ne fanno un raro dei casi rari. “Per stabilire la condanna a morte, devono essere registrati motivi particolari come previsto nell’Articolo 354 (3) del Codice di Procedura Penale e nel registrare tali motivi particolari, il giudice deve tenere in debito conto sia il crimine sia il criminale”, ha detto la Corte, la quale ha aggiunto che “ci sono elementi per dimostrare che il reato commesso, lo stupro e l’omicidio, era crudele, ma non c’erano elementi per stabilire che il carattere dei condannati era di una depravazione estrema, tale da fargli meritare la pena di morte”. “A nostro avviso, i motivi addotti dal giudice di merito non rendono il caso il più raro tra i rari per cui la condanna a morte possa essere comminata”, ha detto la Corte, la quale ha stabilito il carcere a vita per i detenuti Ram Niwas e Balveer per lo strangolamento della vittima avvenuto la notte del 1° novembre 2003. Il 21 gennaio 2014, con una sentenza molto significativa che costituisce un precedente, la Corte Suprema ha ancora una volta ristretto il campo di applicazione della pena di morte nel Paese. Questa volta commutando in ergastolo la pena di morte di 15 detenuti per omicidio per il ritardo eccessivo da parte del Presidente nel decidere le loro petizioni di clemenza e per le loro condizioni di salute mentale. Mentre la pena di morte di 13 detenuti è stata commutata per il ritardo eccessivo, altri due hanno ricevuto l’ergastolo per essere diventati malati mentali nel corso degli anni trascorsi nel braccio della morte. Erano più di 20 i condannati a morte che si erano rivolti alla Corte Suprema chiedendo una commutazione. La Corte Suprema ha commutato, tra le altre, la condanna a morte di quattro complici del bandito Veerappan, per la questione del ritardo eccessivo. Simon, Gnana Prakash, Madaiah e Bilavendra erano stati condannati il 29 gennaio 2004 per le uccisioni di 22 poliziotti, commesse nell’aprile 1993. La loro domanda di grazia era stata respinta il 13 febbraio 2013 e una settimana dopo la Corte aveva esteso per sei mesi la sospensione dell’impiccagione. I giudici hanno anche stabilito che un detenuto debba essere impiccato entro 14 giorni dal respingimento della domanda di grazia e che un incontro finale tra il detenuto e loro familiari e amici dovrebbe essere agevolato. Inoltre, secondo i giudici supremi, la schizofrenia, la pazzia e la malattia mentale possono essere ragioni sufficienti per commutare la pena di morte ed tutti i prigionieri del braccio della morte dovrebbero avere regolari controlli sulla salute mentale e adeguate cure mediche. La sentenza stabilisce inoltre che l’isolamento di un condannato a morte o di qualsiasi altro prigioniero è incostituzionale e che i condannati a morte hanno diritto all’assistenza legale, anche per il deposito di domande di grazia. Il verdetto della Corte Suprema sui 15 condannati è stato accolto da un sospiro di sollievo anche dagli altri detenuti nel braccio della morte del Paese. Il 12 marzo 2014, la Corte Suprema ha respinto il ricorso per la revisione della sentenza presentato dal Governo, secondo cui la decisione del tribunale supremo era “palesemente illegale e viziata da errori evidenti”.
Il 2 settembre 2014, la Corte Suprema dell'India ha stabilito che le richieste di revisione di condanne capitali saranno in futuro esaminate da un collegio di tre giudici in pubblica udienza. Casi capitali in cui le richieste di revisione sono state respinte, ma in cui l'esecuzione non è ancora avvenuta, possono essere riaperti ed esaminati da un collegio di tre giudici, ai quali sarà concesso il tempo massimo di 30 minuti per decidere. La decisione della Corte Suprema non è tuttavia applicabile ai casi in cui richieste legate a motivi di salute siano già state respinte. La Corte ha emesso la sentenza a partire da una serie di petizioni presentate da sei condannati a morte, che avevano chiesto che le loro istanze di revisione fossero trattate in un’udienza aperta. In precedenza, nella maggior parte dei casi, le petizioni di revisione sono state decise da singoli giudici e le parti non sono state autorizzate a essere presenti.
Il 26 settembre 2014, nel suo Rapporto, “India: morte senza diritto di appello”, il Centro asiatico per i diritti umani (ACHR) ha dichiarato che l’India non rispetta le Misure di salvaguardia stabilite dalle Nazioni Unite a tutela dei diritti di coloro che rischiano la pena di morte, laddove prevedono che “Chiunque sia condannato a morte ha il diritto di adire a un tribunale di giurisdizione superiore”. A molti detenuti del braccio della morte è negato il diritto di adire a un tribunale superiore quando la Corte Suprema cancella l’assoluzione decisa dalle Alte Corti e ripristina la pena di morte inflitta dai giudici di primo grado oppure quando aggrava in pena di morte le sentenze all’ergastolo emesse dalle Alte Corti. Inoltre, rispetto ai reati previsti dal Terrorists and Disruptive Activities (Prevention) Act (TADA), essendo la Corte Suprema l’unica corte d’appello contro le ordinanze dei tribunali TADA competenti in materia, ai condannati in base al TADA viene negato il diritto di ricorrere dinanzi alle Alte Corti come è invece previsto per i condannati in base al codice penale ordinario. La Corte Suprema indirizza anche le Alte Corti nel riesame dei casi in cui non è stata inflitta la pena di morte. Con questo non fa altro che influenzare le decisioni dei tribunali inferiori a favore della condanna capitale. L’istanza di revisione, che può essere presentata contro le decisioni della Corte Suprema, non può essere considerata un appello “a un tribunale di giurisdizione superiore”, come previsto nelle misure di salvaguardia delle Nazioni Unite, perché tale istanza è presentata alla stessa sezione di giudici supremi che hanno emesso la sentenza o l’ordinanza. Anche una Curative Petition, che è l’estremo rimedio dopo il rigetto di un’istanza di revisione da parte della Corte Suprema, non può essere considerata come un appello a un tribunale di giurisdizione superiore, perché il suo campo di applicazione è molto restrittivo. Una “petizione curativa” è un’eccezione e può essere presentata solo se un avvocato esperto certifica che essa soddisfi i requisiti di deposito stabiliti dalla Corte Suprema.
L’India ha ripreso le esecuzioni nel 2012 dopo una moratoria di fatto che durava dal 2004, quando Dhananjoy Chatterjee era stato impiccato nella prigione di Calcutta per aver violentato e ucciso una ragazzina.
Il 21 novembre 2012 è stato infatti giustiziato un cittadino pakistano di 25 anni, Mohammad Ajmal Kasab, l'unico sopravvissuto di un gruppo di fuoco che aveva ucciso 166 persone durante un furioso attacco nella capitale finanziaria Mumbai nel novembre 2008. Un giudice indiano lo aveva condannato a morte nel maggio 2010 per aver mosso guerra contro l'India, omicidio e terrorismo, tra le altre imputazioni. Nel mese di agosto 2012, la Corte Suprema dell'India aveva confermato la condanna e il Presidente Mukherjee ha respinto la sua richiesta di clemenza il 5 novembre, anche se questo non è stato reso pubblico fino alla notte prima dell'esecuzione. Kasab è stato impiccato in segreto alle 7:30 del mattino seguente nel carcere di Yerawada a Pune, una città vicina a Mumbai, e nel carcere è stato sepolto. Le autorità indiane hanno subito una forte pressione pubblica per un’impiccagione rapida di Kasab, e il governo ha accelerato il processo di appello e l’esecuzione, che spesso può durare anni o, in alcuni casi, decenni.
Le esecuzioni segrete di prigionieri nel braccio della morte sono diventate una questione sempre più all’ordine del giorno in India dopo le impiccagioni del novembre 2012 e del febbraio 2013, che hanno interrotto una moratoria di fatto che durava dal 2004 e sono state effettuate in una cornice di massima segretezza. L’uso di queste tattiche segrete mira a evitare possibili reazioni e proteste prima dell’esecuzione, ma ancor più a precludere possibili ricorsi a un giudice in cerca di un ordine di sospensione dell’esecuzione.
Le statistiche sulle esecuzioni in India dal 1947 non sono disponibili. Il Governo ha trattato le informazioni sulla pena di morte come un segreto di Stato.
Secondo il Rapporto relativo alla “Pena Capitale” della Law Commission of India,  che funziona come organo consultivo del Ministero della Legge e della Giustizia, un totale di 1.410 detenuti nel braccio della morte sono stati giustiziati in vari Stati dal 1953 al 1963. Il Rapporto della Commissione, tuttavia, non ha coperto Stati federati o territori dell’India quali Assam, Jammu e Kashmir, Rajasthan e Delhi e le cifre non sono quindi accurate. Non ci sono poi statistiche relative alle esecuzioni effettuate dal 1964 al 1994 in aggiunta a quelle mancanti precedenti al 1953. Il National Crime Records Bureau (NCRB) ha iniziato a raccogliere informazioni sulla pena di morte solo dal 1995 e da allora, secondo il NCRB, un totale di 21 condannati a morte sono stati giustiziati.
Il 23 maggio 2014, la Commissione ha chiesto di valutare la necessità della pena di morte. In un documento di tipo consultivo, la Commissione ha dichiarato: “A questo punto, uno studio esaustivo sul tema sarebbe un contributo utile e salutare per il dibattito pubblico su questa questione e fornirà anche un orientamento a legislatori e giudici su un tema molto controverso”. La Commissione ha aggiunto che lo studio avrebbe dovuto affrontare le questioni e le preoccupazioni delle Corti e presentare una prospettiva internazionale sul tema, tenuto conto anche della Risoluzione ONU del 2007 per una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte. La Commissione ha concesso 30 giorni ai soggetti interessati per presentare le loro risposte.
Secondo le statistiche del National Crimes Record Bureau (NCRB) indiano, dal 2001 al 2012, i vari tribunali del Paese hanno condannato a morte 1.612 persone,  una media di 146 condanne all’anno. Le statistiche rivelano anche che nello stesso periodo le condanne a morte di 4.382 persone sono state commutate in ergastolo da tribunali superiori, il che indica che i giudici di merito non sono molto propensi a comminare la pena capitale. A dispetto di così tante condanne capitali, quasi il 99 per cento dei condannati a morte evita il patibolo. Infatti, l’India ha giustiziato solo 4 persone negli ultimi 20 anni: “Auto” Shankar nel 1995, Dhananjoy Chatterjee nel 2004, Ajmal Kasab nel 2012 e Afzal Guru nel 2013. Dal 1947 sono state impiccate solo una cinquantina di persone, compresa l’esecuzione di Afzal Guru. Le ultime esecuzioni conosciute, prima di quella del 2004, erano avvenute nel 1995, quando furono impiccate 5 persone. L’esecuzione più nota in India è stata quella di Nathuram Godse, l’uomo condannato per aver assassinato il Mahatma Gandhi. E’ rimasto appeso alla forca per 15 minuti prima di morire in una impiccagione fatta in modo approssimativo. La stessa sorte era capitata nel 1989 a Kehar Singh e Satwant Singh, due guardie del corpo accusate per l'assassinio del primo ministro Indira Gandhi, nel 1984. Il Mahatma Gandhi si era pronunciato spesso contro la pena capitale, dicendo: "In tutta coscienza non potrò mai essere d’accordo sulla esecuzione di chicchessia. Solo Dio può prendere la vita perché solo Dio la da”.
Comunque, a seguito dello stupro di gruppo del dicembre 2012 a Delhi, il numero di condanne a morte pronunciate dai giudici di grado inferiore è cresciuto notevolmente. I tribunali dell’Odisha occidentale hanno condannato almeno cinque persone a morte per stupro e omicidio. I tribunali del Bihar hanno condannato a morte quattro persone, Jharkhand 2, Punjab 3 e Madhya Pradesh 12.
Alla fine di marzo 2013, erano 404 i detenuti nel braccio della morte in varie prigioni del Paese. Almeno 278 persone erano nel braccio della morte alla fine del 2014, secondo il Death Penalty Research Project della National Law University di Delhi.
Almeno 64 nuove condanne a morte sono state comminate nel 2014, contro le almeno 75 emesse nel 2013, le almeno 97 del 2012 e le 177 del 2011. Il 2007 ha visto il numero record di 186 pene capitali.
Il numero elevato di condanne a morte non ha portato a un calo del tasso di criminalità nel Paese, ha detto l’Asian Centre for Human Rights (ACHR) in un rapporto dal titolo “India: pena di morte, nessuna deterrenza”, pubblicato il 1° settembre 2014. Al contrario, secondo il rapporto, c’è stato un drastico calo dei casi di omicidio a seguito di una notevole riduzione delle esecuzioni a partire dal 1982, quando la Corte Suprema ha stabilito la “regola del caso più raro tra i rari” per infliggere la pena di morte. “La pena di morte non può mai essere un sostituto di prevenzione, investigazione efficace e tempestiva e sistema rapido di amministrazione della giustizia contro i crimini, requisiti fondamentali su cui il Governo indiano ha fallito”, ha detto il Direttore dell’ACHR, Suhas Chakma, che è anche coordinatore della campagna per l’abolizione della pena capitale in India. Anche l’inclusione della pena di morte per i recidivi di stupro non ha ridotto questo tipo di reati, e la condanna a morte nel settembre 2013 di quattro imputati giudicati colpevoli nel caso dello stupro di gruppo del dicembre 2012 a Delhi non ha funzionato da deterrente, ha aggiunto il rapporto dell’ACHR. Secondo i dati della polizia di Delhi, 616 casi di stupro sono stati registrati a Delhi dal 1° gennaio al 30 aprile 2014, una media di sei casi al giorno.
Il 18 dicembre 2014, l'India ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.