In base al codice penale in vigore nella Libia di Gheddafi, risalente al 1953...
In base al codice penale in vigore nella Libia di Gheddafi, risalente al 1953...
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In base al codice penale in vigore nella Libia di Gheddafi, risalente al 1953, erano 21 i reati punibili con la pena di morte. Erano considerati crimini capitali molti reati, tra cui attività non violente come quelle relative alla libertà di espressione e di associazione e altri “reati politici” ed economici.
Le informazioni su esecuzioni e condanne a morte erano raramente riportate.
Nel febbraio 2011, risentendo dell’effetto domino delle rivolte nei Paesi vicini, è scoppiata in Libia un’insurrezione contro il regime del Colonnello Muammar Gheddafi al potere dal 1969. La risposta violenta del Colonnello alla rivolta, che ha avuto come primo focolaio Bengasi e si è poi estesa a tutta la Libia, è stata duramente condannata dalla comunità internazionale.
L’Unione Europea ha, prima, deciso dure sanzioni contro l’ultraquarantennale regime del Colonnello e, poi, riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione, che è stato istituito il 27 febbraio sotto la guida di Mustafa Abdul Jalil, l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, per amministrare le aree della Libia controllate dai ribelli.
Il 17 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la proposta di no-fly zone, avanzata dalla Francia, che ha dato il via agli attacchi aerei contro strutture militari libiche e le forze lealiste al regime.
A sua volta, il 16 maggio, il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha chiesto ai giudici di emettere i mandati di arresto per crimini contro l’umanità nei confronti di Gheddafi, di suo figlio Saif al-Islam e del capo dell’Intelligence Abdullah al-Sanoussa.
Dopo otto mesi di guerra civile e di raid aerei della Nato, il conflitto armato in Libia tra le forze fedeli al colonnello Gheddafi e coloro che cercavano di spodestare il suo governo, si è di fatto concluso il 20 ottobre 2011, con la cattura e l’uccisione del Rais in fuga da Sirte, la sua città natale.
Diversi video relativi alla sua morte sono stati trasmessi da canali di notizie e diffuso via Internet. Il primo filmato mostra Gheddafi in vita, la sua faccia e la camicia insanguinate, barcollante mentre viene trascinato verso l’ambulanza da uomini armati inneggianti “Dio è grande” in arabo. La seconda mostra Gheddafi, a torso nudo, sofferente per una ferita verosimilmente da arma da fuoco alla testa e in una pozza di sangue, insieme a combattenti festanti che sparano in aria con armi automatiche. Un terzo video, pubblicato su YouTube, mostra combattenti che si aggirano intorno al suo corpo apparentemente senza vita, in posa per fotografie mentre tirano su e giù per i capelli la sua testa floscia.
Il 23 ottobre 2011, il Consiglio nazionale di transizione ha dichiarato la “liberazione” della Libia e la fine ufficiale della guerra.
Il primo ministro di fatto della Libia, Mahmoud Jibril, ha dichiarato che avrebbe preferito un Gheddafi vivo in modo da poter essere giudicato per crimini contro l’umanità, in un processo in cui avrebbe voluto fare il suo pubblico ministero.
"Sulla morte o sull’assassinio – occorrerà chiarire – del dittatore libico Gheddafi mi auguro sia fatta davvero subito verità”, ha dichiarato Marco Pannella, leader del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (PRNTT) e Presidente di Nessuno tocchi Caino. “Mi addolora il fatto che lui non possa più deporre all’Aja, per un processo internazionale che renda al mondo i suoi diritti alla verità e alla conoscenza, a proposito della sua forse maggiore impresa criminale. Senza il suo aiuto non sarebbe stato possibile realizzare il crimine maggiore, forse, dell’ultimo ventennio, nel mondo: l’aver fatto scoppiare il 20 marzo 2003 la guerra in Iraq, per evitare che – grazie al possibilissimo e probabile esilio volontario di Saddam – scoppiasse con la pace, anche la democrazia e la libertà in Iraq. I due suoi complici George W. Bush e Tony Blair, mandanti e responsabili della guerra in Iraq sono due infami più di lui, perché hanno tradito i propri giuramenti, le proprie patrie, i propri doveri. La scomparsa del dittatore Gheddafi mi colpisce molto. Avremmo avuto bisogno – come con Saddam, come con tutti gli altri “Caino” – della sua vita e non della sua morte. Senza di lui difficilmente credo potremo conoscere anche molti ‘dettagli’ luridi e lerci di questa tragica pagina della storia umana contemporanea”.
Il 24 ottobre 2011, Human Rights Watch (HRW) ha denunciato il fatto che 53 persone sarebbero state giustiziate in un hotel di Sirte che si trova in una zona della città che al momento delle uccisioni era sotto il controllo dei ribelli anti-Gheddafi provenienti da Misurata. “Abbiamo trovato 53 corpi, con ogni evidenza sostenitori di Gheddafi, in un hotel abbandonato di Sirte. Alcuni avevano le mani legate dietro la schiena, parte del corpo su cui c’erano i fori dei proiettili”, ha detto Peter Bouckaert, responsabile per le emergenze di Human Rights Watch. Le condizioni dei corpi fanno pensare che le vittime siano state uccise circa una settimana prima del loro rinvenimento, tra il 14 e il 19 ottobre, ha detto Human Rights Watch.
Il 27 ottobre 2011, Abdel Hafiz Ghoga, vice presidente del Consiglio nazionale di transizione (NTC), ha detto che chiunque abbia ucciso l’ex dittatore sarebbe stato “giudicato in un giusto processo”. “Avevamo già avviato un’indagine. Abbiamo emesso un codice etico nella gestione dei prigionieri di guerra. Sono sicuro che è stato un atto individuale e non un atto dei combattenti rivoluzionari o dell’esercito nazionale”, ha detto Ghoga.
Il 23 ottobre 2011, durante il suo discorso alla nazione a Bengasi per dichiarare formalmente la liberazione del Paese dal regime di Gheddafi, il leader transitorio della Libia, Mustafa Abdul-Jalil, ha detto che la Sharia diventerà la “fonte principale” della legislazione nell’era post-Gheddafi. “Noi, in quanto Stato islamico, abbiamo adottato la legge islamica come la fonte principale della legislazione”, ha detto Jalil. “Di conseguenza, qualsiasi legge che va contro i principi islamici della Sharia è giuridicamente nulla.” Sotto Gheddafi, ad esempio, la poligamia era vietata. Jalil la citato esplicitamente la legge sul divorzio e il matrimonio. “Questa legge è contraria alla Sharia ed è stata cancellata”, ha detto Jalil, il quale ha voluto però rassicurare la comunità internazionale affermando che i libici sono musulmani moderati e che la nuova Libia non avrebbe adottato alcuna ideologia estremista. Non ci saranno, secondo lui, il taglio delle mani dei ladri o la lapidazione degli adulteri.
Il 15 febbraio 2012, in un rapporto sulla Libia reso pubblico a un anno dall’inizio della rivolta, Amnesty International ha denunciato che le milizie armate ancora operanti in tutto il paese commettono abusi nella più assoluta impunità, alimentando l’insicurezza e pregiudicando gli sforzi per la ricostruzione delle istituzioni statali. Il rapporto, intitolato “Le milizie minacciano le speranze di una nuova Libia”, documenta gravi e massicci abusi, compresi crimini di guerra, detenzioni illegali e torture, da parte di una moltitudine di milizie nei confronti di sospetti lealisti gheddafiani.
Non risultano siano state effettuate esecuzioni legali o comminate condanne capitali in Libia nel 2011.
Le ultime esecuzioni sono avvenute il 30 maggio 2010 nei confronti di diciotto persone, tra cui diversi cittadini stranieri, fucilate dopo essere state riconosciute colpevoli di omicidio premeditato. Questa è l’ultima notizia relativa alla pena di morte filtrata fuori dal Paese sotto il regime di Gheddafi.
Il 9 novembre 2010, la Jamahiriya Libica era stata scrutinata in base all’Esame Periodico Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Rispetto alla pena capitale, la delegazione libica aveva detto che la pena di morte era applicata per i delitti gravi e che, dal 1990, era stata imposta “solo” in 201 casi.
Il 20 dicembre 2012, la Libia ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Le informazioni su esecuzioni e condanne a morte erano raramente riportate.
Nel febbraio 2011, risentendo dell’effetto domino delle rivolte nei Paesi vicini, è scoppiata in Libia un’insurrezione contro il regime del Colonnello Muammar Gheddafi al potere dal 1969. La risposta violenta del Colonnello alla rivolta, che ha avuto come primo focolaio Bengasi e si è poi estesa a tutta la Libia, è stata duramente condannata dalla comunità internazionale.
L’Unione Europea ha, prima, deciso dure sanzioni contro l’ultraquarantennale regime del Colonnello e, poi, riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione, che è stato istituito il 27 febbraio sotto la guida di Mustafa Abdul Jalil, l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, per amministrare le aree della Libia controllate dai ribelli.
Il 17 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la proposta di no-fly zone, avanzata dalla Francia, che ha dato il via agli attacchi aerei contro strutture militari libiche e le forze lealiste al regime.
A sua volta, il 16 maggio, il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha chiesto ai giudici di emettere i mandati di arresto per crimini contro l’umanità nei confronti di Gheddafi, di suo figlio Saif al-Islam e del capo dell’Intelligence Abdullah al-Sanoussa.
Dopo otto mesi di guerra civile e di raid aerei della Nato, il conflitto armato in Libia tra le forze fedeli al colonnello Gheddafi e coloro che cercavano di spodestare il suo governo, si è di fatto concluso il 20 ottobre 2011, con la cattura e l’uccisione del Rais in fuga da Sirte, la sua città natale.
Diversi video relativi alla sua morte sono stati trasmessi da canali di notizie e diffuso via Internet. Il primo filmato mostra Gheddafi in vita, la sua faccia e la camicia insanguinate, barcollante mentre viene trascinato verso l’ambulanza da uomini armati inneggianti “Dio è grande” in arabo. La seconda mostra Gheddafi, a torso nudo, sofferente per una ferita verosimilmente da arma da fuoco alla testa e in una pozza di sangue, insieme a combattenti festanti che sparano in aria con armi automatiche. Un terzo video, pubblicato su YouTube, mostra combattenti che si aggirano intorno al suo corpo apparentemente senza vita, in posa per fotografie mentre tirano su e giù per i capelli la sua testa floscia.
Il 23 ottobre 2011, il Consiglio nazionale di transizione ha dichiarato la “liberazione” della Libia e la fine ufficiale della guerra.
Il primo ministro di fatto della Libia, Mahmoud Jibril, ha dichiarato che avrebbe preferito un Gheddafi vivo in modo da poter essere giudicato per crimini contro l’umanità, in un processo in cui avrebbe voluto fare il suo pubblico ministero.
"Sulla morte o sull’assassinio – occorrerà chiarire – del dittatore libico Gheddafi mi auguro sia fatta davvero subito verità”, ha dichiarato Marco Pannella, leader del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (PRNTT) e Presidente di Nessuno tocchi Caino. “Mi addolora il fatto che lui non possa più deporre all’Aja, per un processo internazionale che renda al mondo i suoi diritti alla verità e alla conoscenza, a proposito della sua forse maggiore impresa criminale. Senza il suo aiuto non sarebbe stato possibile realizzare il crimine maggiore, forse, dell’ultimo ventennio, nel mondo: l’aver fatto scoppiare il 20 marzo 2003 la guerra in Iraq, per evitare che – grazie al possibilissimo e probabile esilio volontario di Saddam – scoppiasse con la pace, anche la democrazia e la libertà in Iraq. I due suoi complici George W. Bush e Tony Blair, mandanti e responsabili della guerra in Iraq sono due infami più di lui, perché hanno tradito i propri giuramenti, le proprie patrie, i propri doveri. La scomparsa del dittatore Gheddafi mi colpisce molto. Avremmo avuto bisogno – come con Saddam, come con tutti gli altri “Caino” – della sua vita e non della sua morte. Senza di lui difficilmente credo potremo conoscere anche molti ‘dettagli’ luridi e lerci di questa tragica pagina della storia umana contemporanea”.
Il 24 ottobre 2011, Human Rights Watch (HRW) ha denunciato il fatto che 53 persone sarebbero state giustiziate in un hotel di Sirte che si trova in una zona della città che al momento delle uccisioni era sotto il controllo dei ribelli anti-Gheddafi provenienti da Misurata. “Abbiamo trovato 53 corpi, con ogni evidenza sostenitori di Gheddafi, in un hotel abbandonato di Sirte. Alcuni avevano le mani legate dietro la schiena, parte del corpo su cui c’erano i fori dei proiettili”, ha detto Peter Bouckaert, responsabile per le emergenze di Human Rights Watch. Le condizioni dei corpi fanno pensare che le vittime siano state uccise circa una settimana prima del loro rinvenimento, tra il 14 e il 19 ottobre, ha detto Human Rights Watch.
Il 27 ottobre 2011, Abdel Hafiz Ghoga, vice presidente del Consiglio nazionale di transizione (NTC), ha detto che chiunque abbia ucciso l’ex dittatore sarebbe stato “giudicato in un giusto processo”. “Avevamo già avviato un’indagine. Abbiamo emesso un codice etico nella gestione dei prigionieri di guerra. Sono sicuro che è stato un atto individuale e non un atto dei combattenti rivoluzionari o dell’esercito nazionale”, ha detto Ghoga.
Il 23 ottobre 2011, durante il suo discorso alla nazione a Bengasi per dichiarare formalmente la liberazione del Paese dal regime di Gheddafi, il leader transitorio della Libia, Mustafa Abdul-Jalil, ha detto che la Sharia diventerà la “fonte principale” della legislazione nell’era post-Gheddafi. “Noi, in quanto Stato islamico, abbiamo adottato la legge islamica come la fonte principale della legislazione”, ha detto Jalil. “Di conseguenza, qualsiasi legge che va contro i principi islamici della Sharia è giuridicamente nulla.” Sotto Gheddafi, ad esempio, la poligamia era vietata. Jalil la citato esplicitamente la legge sul divorzio e il matrimonio. “Questa legge è contraria alla Sharia ed è stata cancellata”, ha detto Jalil, il quale ha voluto però rassicurare la comunità internazionale affermando che i libici sono musulmani moderati e che la nuova Libia non avrebbe adottato alcuna ideologia estremista. Non ci saranno, secondo lui, il taglio delle mani dei ladri o la lapidazione degli adulteri.
Il 15 febbraio 2012, in un rapporto sulla Libia reso pubblico a un anno dall’inizio della rivolta, Amnesty International ha denunciato che le milizie armate ancora operanti in tutto il paese commettono abusi nella più assoluta impunità, alimentando l’insicurezza e pregiudicando gli sforzi per la ricostruzione delle istituzioni statali. Il rapporto, intitolato “Le milizie minacciano le speranze di una nuova Libia”, documenta gravi e massicci abusi, compresi crimini di guerra, detenzioni illegali e torture, da parte di una moltitudine di milizie nei confronti di sospetti lealisti gheddafiani.
Non risultano siano state effettuate esecuzioni legali o comminate condanne capitali in Libia nel 2011.
Le ultime esecuzioni sono avvenute il 30 maggio 2010 nei confronti di diciotto persone, tra cui diversi cittadini stranieri, fucilate dopo essere state riconosciute colpevoli di omicidio premeditato. Questa è l’ultima notizia relativa alla pena di morte filtrata fuori dal Paese sotto il regime di Gheddafi.
Il 9 novembre 2010, la Jamahiriya Libica era stata scrutinata in base all’Esame Periodico Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Rispetto alla pena capitale, la delegazione libica aveva detto che la pena di morte era applicata per i delitti gravi e che, dal 1990, era stata imposta “solo” in 201 casi.
Il 20 dicembre 2012, la Libia ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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