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PAKISTAN

Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati

Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati

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Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati, tra cui, blasfemia, violenza sessuale, atti di terrorismo, sabotaggio di istituzioni strategiche, sabotaggio di reti ferroviarie, attacchi a personale di polizia, seminare odio verso le forze armate, droga, sedizione e reati informatici.
Il 17 dicembre 2014, il Pakistan ha revocato una moratoria legale che durava da sei anni sulla pena di morte per i casi di terrorismo, a seguito del massacro perpetrato il 16 dicembre dai talebani in una scuola a conduzione militare a Peshawar, in cui sono state uccise 150 persone, tra cui 134 bambini.
Il 18 dicembre 2014, il Ministero dell’Interno ha inviato un elenco di 63 detenuti, condannati a morte per terrorismo, le cui richieste di grazia erano state già state respinte dall’ex Presidente Pervez Musharraf, agli ispettori generali di polizia di tutte le province per la loro esecuzione.
Il 19 dicembre 2014, due giorni dopo che il Governo di Nawaz Sharif ha revocato la moratoria sulla pena di morte in casi di terrorismo, sono riprese le esecuzioni con l’impiccagione di due terroristi a Faisalabad nella Provincia del Punjab a cui ne sono seguite altre nei giorni successivi, per un totale di 7 esecuzioni nel 2014.
La pena capitale è prevista anche per alcune circostanze stabilite dalla Sharia, come rapporti sessuali extraconiugali e blasfemia.
La legge contro la blasfemia è stata introdotta in Pakistan dal generale Mohammad Zia-ul-Haq nel 1985 e prevede la pena di morte per chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. In base all’Articolo 295-C del Codice Penale pakistano, “Chiunque con le parole, sia pronunciate che scritte, o con rappresentazione visibile o qualsiasi attribuzione, allusione, insinuazione, direttamente o indirettamente, offende il sacro nome del Profeta Muhammad (pace a Lui), deve essere punito con la morte o il carcere a vita, ed è anche passibile di multa”.
Dai tempi di Zia a oggi molte centinaia di persone sono state incriminate in base alla legge sulla blasfemia. Nessuno è stato giustiziato e molte condanne per blasfemia sono state poi respinte in appello. Ma decine di persone in attesa del processo o assolte dalle accuse sono state massacrate da fanatici religiosi. Gli stessi avvocati difensori in casi di blasfemia sono stati vittime di attacchi e sono stati attaccati anche giudici che hanno prosciolto gli imputati, molti dei quali hanno trascorso anni di carcerazione preventiva in attesa della sentenza. Al 25 settembre 2014, almeno 48 persone accusate di blasfemia sono state uccise in via extragiudiziale, di cui sette nelle carceri o all’uscita dei tribunali, secondo il gruppo pakistano per i diritti umani Life for All.
Non solo la comunità cristiana, anche la minoranza musulmana sciita è stata perseguitata per anni dagli estremisti sunniti. Membri della piccola setta Ahmadi, considerati traditori dell’Islam perché venerano un altro profeta oltre a Maometto, sono stati vittime di attentati suicidi, sequestri e altri attacchi.
La legge sulla blasfemia, oltre che contro le minoranze religiose, è spesso usata da alcuni pachistani per regolare i conti in dispute sulla proprietà. Normalmente, le prove nei casi di blasfemia sono scarse, a parte le dichiarazioni rese da chi accusa un altro.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del paese, comprendono la lapidazione o la pena di 100 frustate per fornicazione, l’amputazione per furto e rapina a mano armata e la fustigazione per consumo di alcolici o droga. La disposizione più controversa prevede che una donna debba presentare quattro testimoni per provare lo stupro subito; in caso contrario rischia l’incriminazione per adulterio.
Emendamenti alla legge sull’adulterio e lo stupro, firmati da Musharraf il 1 dicembre 2006, stabiliscono però che i magistrati possano decidere di trattare i casi di stupro in un tribunale civile piuttosto che islamico. La nuova legge inoltre ha abolito la pena di morte e le frustate per i rapporti sessuali extraconiugali, nei tribunali civili. In base alle nuove misure, i rapporti sessuali extraconiugali saranno puniti con la detenzione per cinque anni o una multa di 10.000 rupie (165 dollari Usa).
Nonostante la legge del 2006, in remote aree rurali del Paese dove sistemi tribali e feudali sono ancora dominanti, continua a operare la jirga (giuria) tribale, alla quale la gente ricorre – invece che alla polizia – per la soluzione di dispute inter-tribali e di materie relative all’onore. Secondo le regole tribali, le donne sono considerate proprietà degli uomini e un’accusa di “infedeltà” è punita con la morte. Una donna sospetta di relazioni extraconiugali è dichiarata kari (peccatrice) e l’onore richiede che un membro della famiglia la uccida. Fino a tempi recenti, per un omicidio d’onore non sarebbe stata emessa la pena capitale.
In base ad una legge del 2006, che ha emendato il codice penale, il delitto d’onore è stato equiparato all’omicidio aggravato ma in pratica viene trattato più lievemente che l’omicidio.
La legge è cambiata dopo una lunga protesta da parte di gruppi per i diritti delle donne e i diritti umani. Ma questo non ha aiutato a cambiare la situazione. Secondo la Commissione Diritti Umani del Pakistan, sono centinaia le donne uccise ogni anno in Pakistan nel nome dell’“onore”.
Le leggi hudud si applicano a tutte le Regioni e hanno il sopravvento anche sulla legislazione riguardante i minorenni.
L’Ordinanza sul sistema di giustizia minorile (JJSO) del 2000 abolisce la pena di morte nei confronti dei minori di 18 anni al momento della commissione del reato, stabilisce processi ad hoc per i minorenni e autorizza la difesa legale a spese dello Stato. L’Ordinanza afferma nel paragrafo 12: “Nonostante qualsiasi disposizione contraria contenuta in una legge per il momento in vigore nessun fanciullo deve essere condannato a morte ...” Tuttavia, le disposizioni della JJSO sono “in aggiunta e non in deroga ad altra legge tuttora in vigore e i minorenni sono soggetti alla pena di morte in base ad altre leggi”.
La procedura, nella maggior parte dei casi, prevede che se un avvocato solleva la questione, il tribunale stabilisce che l’età dell’imputato debba essere accertata da una perizia medica. E se è dimostrato che il sospetto non è un adulto, poi il caso procede secondo le modalità previste dal JJSO.
Nel dicembre 2001, il Presidente Pervez Musharraf ha emesso un nuovo decreto che commutava in ergastolo tutte le sentenze capitali nei confronti dei minorenni.
Questi cambiamenti non hanno comunque posto fine alla pena di morte nei confronti dei minori. La legge del 2000 non era retroattiva; inoltre, poteva essere applicata in tutto il Paese eccetto che nelle Aree Tribali Provincialmente Amministrate (PATA), perché all’Ordinanza non è mai seguita come prevede la Costituzione una disposizione in tal senso. Così, mentre nel resto del Paese i ragazzi continuano a essere processati da tribunali minorili, nelle aree tribali sono processati come adulti, a volte condannati a morte e spesso detenuti in carcere insieme a condannati adulti.
L’ultima condanna a morte nei confronti di un minore al momento del fatto era stata eseguita il 13 giugno 2006, quando Mutabar Khan è stato giustiziato nella prigione centrale di Peshawar dopo essere stato condannato per omicidio nel 1998. Mutabar aveva 16 anni al momento dell’arresto nel 1996.
In base alla Legge sulle Sostanze Stupefacenti del 1997, la sanzione minima per chi è trovato in possesso di oltre 10 chili di droghe illecite è il carcere a vita, la pena massima consiste nella condanna capitale. Nell’aprile 2009, l’Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga.
In Pakistan, il settanta per cento delle condanne a morte comminate dai giudici di primo grado per traffico di droga viene poi annullato dai tribunali superiori, secondo le statistiche fornite dal Ministero dell’Interno nel marzo 2014.
Speciali tribunali antiterrorismo sono stati istituiti dal Governo dell’allora Primo Ministro Nawaz Sharif (1997-1999) per fronteggiare l’aumento di atti terroristici nel paese. Ma questi tribunali sono stati investiti nel tempo del compito di processare anche persone accusate di reati politici o di crimini come stupro di gruppo e violenza sui bambini. Questi tribunali devono terminare il processo entro 7 giorni e 7 giorni è il termine concesso ai condannati per presentare appello, che a sua volta dovrà essere fissato e discusso entro 7 giorni. Queste disposizioni contrastano con l’art. 14(3)(b) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che prescrive che ogni imputato debba avere tempi e risorse adeguati per preparare la propria difesa. L’omicidio comporta una pena identica al tipo e grado di delitto commesso, come previsto dalla legge del taglione, a meno che la famiglia della vittima rinunci alla pena, di solito per una compensazione in denaro (diya) In pratica, per omicidio, la punizione non è quella del taglione ma l’impiccagione.
I detenuti pakistani, in particolare quelli del braccio della morte, vivono in celle strette e sovraffollate e sono vittime di abusi. Le 812 celle dei 30 bracci della morte del Punjab sono di solito stanze di 2,7 per 3,6 metri con annesso un gabinetto circondato da un muretto alto un metro circa. A volte, in queste celle sono ristrette fino a dodici persone. Da tre a sei persone sono normalmente detenute in una cella singola.
L’ultima esecuzione in Pakistan prima della revoca della moratoria era avvenuta il 15 novembre 2012, quando Muhammad Hussain, un soldato che aveva ucciso un suo alto ufficiale, è stato impiccato nel carcere della città di Mianwali, nella provincia del Punjab. L’esecuzione di Hussain era stata la prima nel Paese in quasi quattro anni e ha messo fine a una moratoria informale in atto dal dicembre 2008, quando era stato messo a morte per omicidio un altro soldato, Shahid Abbas. Nel 2008, erano state giustiziate almeno 36 persone, un calo già significativo rispetto al 2007, quando sono state almeno 134 le persone giustiziate. Da allora, ogni tre mesi, l’Ufficio del Presidente aveva emesso una direttiva che sospendeva tutte le condanne a morte, una procedura che si era ripetuta negli ultimi anni.
Secondo la Commissione per i Diritti Umani del Pakistan, 241 persone sono state condannate a morte nel 2014.
In Pakistan, la popolazione di condannati e detenuti nel braccio della morte è tra le più alte al mondo. Al 17 dicembre 2014, c’erano circa 8.261 prigionieri nel braccio della morte in più di cinque dozzine di carceri del Paese, secondo funzionari dei ministeri dell’interno e della giustizia. Tra loro, erano 522 i condannati a morte in casi di terrorismo e altri crimini gravi, tra cui 11 condannati da un tribunale militare.
Il 30 ottobre 2012, il Pakistan è stato sottoposto alla Revisione Periodica Universale del Consiglio per i diritti umani dell'ONU. Il 14 marzo 2013, nella sua risposta alle raccomandazioni ricevute, Zamir Akram, rappresentante permanente del Pakistan a Ginevra, ha detto che non c'era un consenso nazionale sulla abrogazione delle leggi sulla blasfemia e che l'abrogazione della pena di morte era materia di competenza del Parlamento.
Il 25 dicembre 2014, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha esortato il Pakistan a porre fine alle esecuzioni capitali e a ripristinare la moratoria sulla pena di morte. “Pur riconoscendo pienamente le circostanze difficili, esorto il Governo del Pakistan a fermare le esecuzioni di detenuti e di re-imporre la moratoria sulla pena di morte”, ha detto Ban in un comunicato, dopo aver parlato con il Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif per esprimere le sue condoglianze.
Il 18 dicembre 2014, il Pakistan ha votato contro la Risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.