Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati
Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati
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Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati, tra cui, blasfemia, violenza sessuale, atti di terrorismo, sabotaggio di istituzioni strategiche, sabotaggio di reti ferroviarie, attacchi a personale di polizia, seminare odio verso le forze armate, sedizione e reati informatici.
La pena capitale è stata estesa anche ad alcune circostanze previste dalla Sharia, come rapporti sessuali extraconiugali e blasfemia.
La legge contro la blasfemia è stata introdotta in Pakistan dal generale Mohammad Zia-ul-Haq nel 1985 e prevede la pena di morte per chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. Benché molte condanne vengano poi respinte in appello dalle alte corti, almeno 32 persone in attesa del processo o assolte dalle accuse sono state massacrate da fanatici religiosi in carcere o nelle stazioni di polizia. Non solo la comunità cristiana, anche la minoranza musulmana sciita è stata perseguitata per anni dagli estremisti sunniti. Membri della piccola setta Ahmadi, considerati traditori dell’Islam perché venerano un altro profeta oltre a Maometto, sono stati vittime di attentati suicidi, sequestri e altri attacchi.
La legge sulla blasfemia, oltre che contro le minoranze religiose, è spesso usata da alcuni pachistani per regolare i conti in dispute sulla proprietà. Normalmente, le prove nei casi di blasfemia sono scarse, a parte le dichiarazioni rese da chi accusa un altro. Particolare clamore aveva suscitato il caso di Asia Bibi perché a essere condannata a morte era una donna. Ma da allora vi sono stati anche altri casi meno noti, tra cui 3 nel 2011 e 2 nel 2012.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del paese, comprendono la lapidazione o la pena di 100 frustate per fornicazione, l’amputazione per furto e rapina a mano armata e la fustigazione per consumo di alcolici o droga. La disposizione più controversa prevede che una donna debba presentare quattro testimoni per provare lo stupro subito; in caso contrario rischia l’incriminazione per adulterio.
Emendamenti alla legge sull’adulterio e lo stupro, firmati da Musharraf il 1 dicembre 2006, stabiliscono però che i magistrati possano decidere di trattare i casi di stupro in un tribunale civile piuttosto che islamico. La nuova legge inoltre ha abolito la pena di morte e le frustate per i rapporti sessuali extraconiugali, nei tribunali civili. In base alle nuove misure, i rapporti sessuali extraconiugali saranno puniti con la detenzione per cinque anni o una multa di 10.000 rupie (165 dollari Usa).
Nonostante la legge del 2006, in remote aree rurali del Paese dove sistemi tribali e feudali sono ancora dominanti, continua a operare la jirga (giuria) tribale, alla quale la gente ricorre – invece che alla polizia – per la soluzione di dispute inter-tribali e di materie relative all’onore. Secondo le regole tribali, le donne sono considerate proprietà degli uomini e un’accusa di “infedeltà” è punita con la morte. Una donna sospetta di relazioni extraconiugali è dichiarata kari (peccatrice) e l’onore richiede che un membro della famiglia la uccida. Fino a tempi recenti, per un omicidio d’onore non sarebbe stata emessa la pena capitale.
In base ad una legge del 2006, che ha emendato il codice penale, il delitto d’onore è stato equiparato all’omicidio aggravato ma in pratica viene trattato più lievemente che l’omicidio.
La legge è cambiata dopo una lunga protesta da parte di gruppi per i diritti delle donne e i diritti umani. Ma questo non ha aiutato a cambiare la situazione. Secondo la Commissione Diritti Umani del Pakistan, sono centinaia le donne uccise ogni anno in Pakistan nel nome dell’“onore”.
Le leggi hudud si applicano a tutte le Regioni e hanno il sopravvento anche sulla legislazione riguardante i minorenni.
Il traffico di bambini può comportare la pena di morte. La morte è l’unica punizione per le persone ritenute colpevoli di stupri di gruppo che coinvolgono minimo 2 o più autori. Il contrabbando di più di 1 chilo di eroina prevede la condanna a morte.
La maggior parte delle condanne a morte dal 1997 sono state emesse da speciali tribunali antiterrorismo istituiti dal Governo dell’allora Primo Ministro Nawaz Sharif per fronteggiare l’aumento di atti terroristici nel paese. Ma questi tribunali sono stati investiti nel tempo del compito di processare anche persone accusate di reati politici o di crimini come stupro di gruppo e violenza sui bambini. Questi tribunali devono terminare il processo entro 7 giorni e 7 giorni è il termine concesso ai condannati per presentare appello, che a sua volta dovrà essere fissato e discusso entro 7 giorni. Queste disposizioni contrastano con l’art. 14(3)(b) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che prescrive che ogni imputato debba avere tempi e risorse adeguati per preparare la propria difesa. L’omicidio comporta una pena identica al tipo e grado di delitto commesso, come previsto dalla legge del taglione, a meno che la famiglia della vittima rinunci alla pena, di solito per una compensazione in denaro (diya) In pratica, per omicidio, la punizione non è quella del taglione ma l’impiccagione.
I detenuti pakistani, in particolare quelli del braccio della morte, vivono in celle strette e sovraffollate e sono vittime di abusi. Le 812 celle dei 30 bracci della morte del Punjab sono di solito stanze di 2,7 per 3,6 metri con annesso un gabinetto circondato da un muretto alto un metro circa. A volte, in queste celle sono ristrette fino a dodici persone. Da tre a sei persone sono normalmente detenute in una cella singola.
Il Pakistan si è reso responsabile nel 2006 dell’esecuzione di minorenni al momento del fatto.
Il 13 giugno 2006, Mutabar Khan è stato giustiziato nella prigione centrale di Peshawar dopo essere stato condannato per omicidio nel 1998. Mutabar aveva 16 anni al momento dell’arresto nel 1996.
Il 6 giugno, il Ministero dell’Interno gli aveva concesso una proroga di 15 giorni e due giorni dopo la famiglia della vittima aveva concesso il prezzo del sangue poi ritrattato per cui Mutabar è finito sulla forca.
Il 1° luglio 2000, l’allora Presidente Rafiq Tarar aveva promulgato l’Ordinanza sul Sistema della Giustizia Minorile (2000) che abolisce la pena di morte nei confronti dei minori di 18 anni, stabilisce processi ad hoc per i minorenni e autorizza la difesa legale a spese dello stato. Nel dicembre 2001, il Presidente Pervez Musharraf ha emesso un nuovo decreto che commutava in ergastolo tutte le sentenze capitali nei confronti dei minorenni. Il decreto è entrato in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 13 dicembre 2001.
Questi cambiamenti non hanno comunque posto fine alla pena di morte nei confronti dei minori.
La legge del 2000 non era retroattiva; inoltre, poteva essere applicata in tutto il paese eccetto nelle Aree Tribali Provincialmente Amministrate (PATA), perchè all’Ordinanza non è mai seguita come prevede la Costituzione una disposizione in tal senso. Così, mentre nel resto del paese i ragazzi continuano a essere processati da tribunali minorili, nelle aree tribali sono processati come adulti, sono a volte condannati a morte e spesso detenuti in carcere insieme a maggiorenni condannati.
La Commissione Diritti Umani del Pakistan ha registrato almeno 134 esecuzioni nel 2007 e almeno 309 quelle condannate a morte. Nel 2008, erano state giustiziate almeno 36 persone e almeno 159 erano state condannate a morte, un calo già significativo rispetto al 2007.
Il 2008 è stato un anno di radicale cambio di rotta nella pratica della pena di morte. Dopo le 36 impiccagioni, il Presidente Asif Ali Zardari ha concesso una sospensione delle esecuzioni ogni tre mesi. Il 21 giugno, il premier Syed Yousaf Raza Gilani aveva annunciato la sua intenzione di commutare tutte le condanne a morte in Pakistan, nell’ambito delle celebrazioni per il 55° anniversario della nascita di Benazir Bhutto, per onorare la memoria della leader del Pakistan People’s Party, la stessa formazione del primo ministro, uccisa in un attentato nel dicembre 2007. Il 3 luglio, nel corso di una riunione del consiglio dei ministri, presieduta da Gilani, il governo federale pakistano ha approvato formalmente la proposta di conversione delle condanne a morte in ergastolo a beneficio degli allora circa 7.000 prigionieri sparsi in tutto il Paese.
Contro la decisione del Governo si sarebbe pronunciato il Ministero della Giustizia, il quale avrebbe sconsigliato il premier dall’approvare le commutazioni, definendo il provvedimento come una violazione del diritto islamico, oltre che delle decisioni assunte dalla Corte Suprema pakistana. Secondo il Ministero della Giustizia, il Presidente del Pakistan non avrebbe alcun diritto di commutare condanne a morte emesse sulla base delle Ordinanze Hudud, che prevedono punizioni stabilite nel Corano, o della Quisas, legge che in caso di omicidio attribuisce ai familiari dell’ucciso il diritto di chiedere l’esecuzione del responsabile. Analogamente – secondo il Ministero della Giustizia – neanche alcuni tipi di condanne capitali emesse per omicidio in base alle leggi Tazir, che lasciano al giudice facoltà di decidere la pena, possono essere condonate o commutate in ergastolo senza il consenso dei familiari della vittima.
Nell’aprile 2009, l’Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga. Nel giugno 2009, la Corte Suprema del Pakistan ha raccomandato ai tribunali di avere una cura estrema nell’emettere condanne a morte.
Il 2 novembre 2012, fonti informate hanno riferito al giornale Dawn che il Governo intendeva presentare in Parlamento una proposta di legge per convertire la pena di morte in ergastolo. Secondo le fonti, il Presidente Zardari sarebbe stato intenzionato a ottenere la conversione della pena di morte in carcere a vita prima della fine del Governo del Partito del Popolo Pakistano nel marzo 2013. "Una riunione recente del partito ha deciso in linea di principio di andare avanti con il disegno di legge”, ha detto una fonte, aggiungendo che anche i partner della coalizione erano interessati alla questione. Il portavoce del Presidente, Farhatullah Babar, ha dichiarato: "Il governo sta pensando di convertire la condanna a morte in ergastolo e sta prendendo gli opportuni provvedimenti legislativi allo scopo." Ha detto inoltre che il Primo Ministro ha costituito un comitato composto da Ministro degli Interni, Ministro della Giustizia, Procuratore Generale e rappresentanti delle amministrazioni provinciali per esprimere raccomandazioni.
Tuttavia, il 15 novembre 2012, è avvenuta la prima esecuzione nel Paese dopo quasi quattro anni di moratoria informale voluta dal Presidente Asif Ali Zardari attraverso le direttive di sospensione adottate ogni tre mesi. Si è trattato dell’impiccagione di un soldato, Muhammad Hussain, per l’omicidio di un suo alto ufficiale, Havaldar Khadim Hussain, durante un periodo di congedo nel 2008. L’esecuzione è avvenuta nel carcere della città di Mianwali, nella provincia del Punjab, dopo che tutti gli appelli alla clemenza erano stati respinti. Hussain era stato condannato a morte il 12 febbraio 2009 dal tribunale militare di Okara. Il suo corpo è stato restituito alla famiglia.
Attivisti per i diritti umani sostengono che il fattore critico nel caso di Hussain sia stata la sua condanna da parte di un tribunale militare, per cui il Presidente pakistano non sarebbe stato disposto a rimandare l’esecuzione per non interferire con i militari.
In Pakistan, la popolazione detenuta nei bracci della morte è tra le più alte al mondo. Al 31 dicembre 2011, erano più di 8.313 i prigionieri del braccio della morte, secondo il Rapporto “Stato dei diritti umani nel 2011”, pubblicato nel marzo 2012 dalla Commissione Diritti Umani del Pakistan (HRCP). Alla fine del 2011, i prigionieri condannati a morte costituivano oltre il 10 per cento della popolazione carceraria del Pakistan. Il numero più alto (6.175) di condannati a morte si trova nelle carceri del Punjab, pari a oltre l’11 per cento della popolazione carceraria pakistana. Le donne nelle carceri del Punjab erano 852, di cui 27 nel braccio della morte.
Nel 2012, sono state comminate 242 nuove sentenze capitali. Ben 313 persone, tra cui sei donne, sono state condannate a morte da vari tribunali pakistani nel 2011, oltre la metà delle quali (161) condannate per omicidio. Gli altri sono stati accusati di reati quali traffico di droga, sequestro a scopo di estorsione e stupro. Tre persone sono state condannate alla pena capitale per blasfemia.
Nel 2010, erano state comminate almeno 356 condanne capitali e almeno 276 nel 2009.
L’11 dicembre 2012, la Corte Suprema del Pakistan ha disposto l’approfondimento dei casi relativi ai prigionieri nel braccio della morte del Paese. Un collegio di tre giudici presieduto dal giudice Anwar Zaheer Jamali ha emesso la direttiva in risposta alla petizione costituzionale presentata da Yaqoob Bhatti, un prigioniero. Nel corso dell’udienza, un avvocato ha detto al collegio che i detenuti nel braccio della morte erano un totale di 6.355, mentre erano 896 gli appelli pendenti presso la Corte Suprema e altri 27 presso la Corte Islamica Federale. L'avvocato ha chiesto alla Corte Suprema di ordinare alle autorità di prendere una decisione chiara sul destino di questi prigionieri. Un Vice Procuratore Generale ha chiesto al collegio di concedergli tempo per fornire tutti i dettagli pertinenti e il collegio ha sospeso il procedimento.
Il 30 ottobre 2012, il Pakistan è stato sottoposto alla Revisione Periodica Universale del Consiglio per i diritti umani dell'ONU. Il 14 marzo 2013, nella sua risposta alle raccomandazioni ricevute, Zamir Akram, rappresentante permanente del Pakistan a Ginevra, ha detto che non c'era un consenso nazionale sulla abrogazione delle leggi sulla blasfemia e che l'abrogazione della pena di morte era materia di competenza del Parlamento.
Il 20 dicembre 2012, il Pakistan ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La pena capitale è stata estesa anche ad alcune circostanze previste dalla Sharia, come rapporti sessuali extraconiugali e blasfemia.
La legge contro la blasfemia è stata introdotta in Pakistan dal generale Mohammad Zia-ul-Haq nel 1985 e prevede la pena di morte per chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. Benché molte condanne vengano poi respinte in appello dalle alte corti, almeno 32 persone in attesa del processo o assolte dalle accuse sono state massacrate da fanatici religiosi in carcere o nelle stazioni di polizia. Non solo la comunità cristiana, anche la minoranza musulmana sciita è stata perseguitata per anni dagli estremisti sunniti. Membri della piccola setta Ahmadi, considerati traditori dell’Islam perché venerano un altro profeta oltre a Maometto, sono stati vittime di attentati suicidi, sequestri e altri attacchi.
La legge sulla blasfemia, oltre che contro le minoranze religiose, è spesso usata da alcuni pachistani per regolare i conti in dispute sulla proprietà. Normalmente, le prove nei casi di blasfemia sono scarse, a parte le dichiarazioni rese da chi accusa un altro. Particolare clamore aveva suscitato il caso di Asia Bibi perché a essere condannata a morte era una donna. Ma da allora vi sono stati anche altri casi meno noti, tra cui 3 nel 2011 e 2 nel 2012.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del paese, comprendono la lapidazione o la pena di 100 frustate per fornicazione, l’amputazione per furto e rapina a mano armata e la fustigazione per consumo di alcolici o droga. La disposizione più controversa prevede che una donna debba presentare quattro testimoni per provare lo stupro subito; in caso contrario rischia l’incriminazione per adulterio.
Emendamenti alla legge sull’adulterio e lo stupro, firmati da Musharraf il 1 dicembre 2006, stabiliscono però che i magistrati possano decidere di trattare i casi di stupro in un tribunale civile piuttosto che islamico. La nuova legge inoltre ha abolito la pena di morte e le frustate per i rapporti sessuali extraconiugali, nei tribunali civili. In base alle nuove misure, i rapporti sessuali extraconiugali saranno puniti con la detenzione per cinque anni o una multa di 10.000 rupie (165 dollari Usa).
Nonostante la legge del 2006, in remote aree rurali del Paese dove sistemi tribali e feudali sono ancora dominanti, continua a operare la jirga (giuria) tribale, alla quale la gente ricorre – invece che alla polizia – per la soluzione di dispute inter-tribali e di materie relative all’onore. Secondo le regole tribali, le donne sono considerate proprietà degli uomini e un’accusa di “infedeltà” è punita con la morte. Una donna sospetta di relazioni extraconiugali è dichiarata kari (peccatrice) e l’onore richiede che un membro della famiglia la uccida. Fino a tempi recenti, per un omicidio d’onore non sarebbe stata emessa la pena capitale.
In base ad una legge del 2006, che ha emendato il codice penale, il delitto d’onore è stato equiparato all’omicidio aggravato ma in pratica viene trattato più lievemente che l’omicidio.
La legge è cambiata dopo una lunga protesta da parte di gruppi per i diritti delle donne e i diritti umani. Ma questo non ha aiutato a cambiare la situazione. Secondo la Commissione Diritti Umani del Pakistan, sono centinaia le donne uccise ogni anno in Pakistan nel nome dell’“onore”.
Le leggi hudud si applicano a tutte le Regioni e hanno il sopravvento anche sulla legislazione riguardante i minorenni.
Il traffico di bambini può comportare la pena di morte. La morte è l’unica punizione per le persone ritenute colpevoli di stupri di gruppo che coinvolgono minimo 2 o più autori. Il contrabbando di più di 1 chilo di eroina prevede la condanna a morte.
La maggior parte delle condanne a morte dal 1997 sono state emesse da speciali tribunali antiterrorismo istituiti dal Governo dell’allora Primo Ministro Nawaz Sharif per fronteggiare l’aumento di atti terroristici nel paese. Ma questi tribunali sono stati investiti nel tempo del compito di processare anche persone accusate di reati politici o di crimini come stupro di gruppo e violenza sui bambini. Questi tribunali devono terminare il processo entro 7 giorni e 7 giorni è il termine concesso ai condannati per presentare appello, che a sua volta dovrà essere fissato e discusso entro 7 giorni. Queste disposizioni contrastano con l’art. 14(3)(b) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che prescrive che ogni imputato debba avere tempi e risorse adeguati per preparare la propria difesa. L’omicidio comporta una pena identica al tipo e grado di delitto commesso, come previsto dalla legge del taglione, a meno che la famiglia della vittima rinunci alla pena, di solito per una compensazione in denaro (diya) In pratica, per omicidio, la punizione non è quella del taglione ma l’impiccagione.
I detenuti pakistani, in particolare quelli del braccio della morte, vivono in celle strette e sovraffollate e sono vittime di abusi. Le 812 celle dei 30 bracci della morte del Punjab sono di solito stanze di 2,7 per 3,6 metri con annesso un gabinetto circondato da un muretto alto un metro circa. A volte, in queste celle sono ristrette fino a dodici persone. Da tre a sei persone sono normalmente detenute in una cella singola.
Il Pakistan si è reso responsabile nel 2006 dell’esecuzione di minorenni al momento del fatto.
Il 13 giugno 2006, Mutabar Khan è stato giustiziato nella prigione centrale di Peshawar dopo essere stato condannato per omicidio nel 1998. Mutabar aveva 16 anni al momento dell’arresto nel 1996.
Il 6 giugno, il Ministero dell’Interno gli aveva concesso una proroga di 15 giorni e due giorni dopo la famiglia della vittima aveva concesso il prezzo del sangue poi ritrattato per cui Mutabar è finito sulla forca.
Il 1° luglio 2000, l’allora Presidente Rafiq Tarar aveva promulgato l’Ordinanza sul Sistema della Giustizia Minorile (2000) che abolisce la pena di morte nei confronti dei minori di 18 anni, stabilisce processi ad hoc per i minorenni e autorizza la difesa legale a spese dello stato. Nel dicembre 2001, il Presidente Pervez Musharraf ha emesso un nuovo decreto che commutava in ergastolo tutte le sentenze capitali nei confronti dei minorenni. Il decreto è entrato in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 13 dicembre 2001.
Questi cambiamenti non hanno comunque posto fine alla pena di morte nei confronti dei minori.
La legge del 2000 non era retroattiva; inoltre, poteva essere applicata in tutto il paese eccetto nelle Aree Tribali Provincialmente Amministrate (PATA), perchè all’Ordinanza non è mai seguita come prevede la Costituzione una disposizione in tal senso. Così, mentre nel resto del paese i ragazzi continuano a essere processati da tribunali minorili, nelle aree tribali sono processati come adulti, sono a volte condannati a morte e spesso detenuti in carcere insieme a maggiorenni condannati.
La Commissione Diritti Umani del Pakistan ha registrato almeno 134 esecuzioni nel 2007 e almeno 309 quelle condannate a morte. Nel 2008, erano state giustiziate almeno 36 persone e almeno 159 erano state condannate a morte, un calo già significativo rispetto al 2007.
Il 2008 è stato un anno di radicale cambio di rotta nella pratica della pena di morte. Dopo le 36 impiccagioni, il Presidente Asif Ali Zardari ha concesso una sospensione delle esecuzioni ogni tre mesi. Il 21 giugno, il premier Syed Yousaf Raza Gilani aveva annunciato la sua intenzione di commutare tutte le condanne a morte in Pakistan, nell’ambito delle celebrazioni per il 55° anniversario della nascita di Benazir Bhutto, per onorare la memoria della leader del Pakistan People’s Party, la stessa formazione del primo ministro, uccisa in un attentato nel dicembre 2007. Il 3 luglio, nel corso di una riunione del consiglio dei ministri, presieduta da Gilani, il governo federale pakistano ha approvato formalmente la proposta di conversione delle condanne a morte in ergastolo a beneficio degli allora circa 7.000 prigionieri sparsi in tutto il Paese.
Contro la decisione del Governo si sarebbe pronunciato il Ministero della Giustizia, il quale avrebbe sconsigliato il premier dall’approvare le commutazioni, definendo il provvedimento come una violazione del diritto islamico, oltre che delle decisioni assunte dalla Corte Suprema pakistana. Secondo il Ministero della Giustizia, il Presidente del Pakistan non avrebbe alcun diritto di commutare condanne a morte emesse sulla base delle Ordinanze Hudud, che prevedono punizioni stabilite nel Corano, o della Quisas, legge che in caso di omicidio attribuisce ai familiari dell’ucciso il diritto di chiedere l’esecuzione del responsabile. Analogamente – secondo il Ministero della Giustizia – neanche alcuni tipi di condanne capitali emesse per omicidio in base alle leggi Tazir, che lasciano al giudice facoltà di decidere la pena, possono essere condonate o commutate in ergastolo senza il consenso dei familiari della vittima.
Nell’aprile 2009, l’Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga. Nel giugno 2009, la Corte Suprema del Pakistan ha raccomandato ai tribunali di avere una cura estrema nell’emettere condanne a morte.
Il 2 novembre 2012, fonti informate hanno riferito al giornale Dawn che il Governo intendeva presentare in Parlamento una proposta di legge per convertire la pena di morte in ergastolo. Secondo le fonti, il Presidente Zardari sarebbe stato intenzionato a ottenere la conversione della pena di morte in carcere a vita prima della fine del Governo del Partito del Popolo Pakistano nel marzo 2013. "Una riunione recente del partito ha deciso in linea di principio di andare avanti con il disegno di legge”, ha detto una fonte, aggiungendo che anche i partner della coalizione erano interessati alla questione. Il portavoce del Presidente, Farhatullah Babar, ha dichiarato: "Il governo sta pensando di convertire la condanna a morte in ergastolo e sta prendendo gli opportuni provvedimenti legislativi allo scopo." Ha detto inoltre che il Primo Ministro ha costituito un comitato composto da Ministro degli Interni, Ministro della Giustizia, Procuratore Generale e rappresentanti delle amministrazioni provinciali per esprimere raccomandazioni.
Tuttavia, il 15 novembre 2012, è avvenuta la prima esecuzione nel Paese dopo quasi quattro anni di moratoria informale voluta dal Presidente Asif Ali Zardari attraverso le direttive di sospensione adottate ogni tre mesi. Si è trattato dell’impiccagione di un soldato, Muhammad Hussain, per l’omicidio di un suo alto ufficiale, Havaldar Khadim Hussain, durante un periodo di congedo nel 2008. L’esecuzione è avvenuta nel carcere della città di Mianwali, nella provincia del Punjab, dopo che tutti gli appelli alla clemenza erano stati respinti. Hussain era stato condannato a morte il 12 febbraio 2009 dal tribunale militare di Okara. Il suo corpo è stato restituito alla famiglia.
Attivisti per i diritti umani sostengono che il fattore critico nel caso di Hussain sia stata la sua condanna da parte di un tribunale militare, per cui il Presidente pakistano non sarebbe stato disposto a rimandare l’esecuzione per non interferire con i militari.
In Pakistan, la popolazione detenuta nei bracci della morte è tra le più alte al mondo. Al 31 dicembre 2011, erano più di 8.313 i prigionieri del braccio della morte, secondo il Rapporto “Stato dei diritti umani nel 2011”, pubblicato nel marzo 2012 dalla Commissione Diritti Umani del Pakistan (HRCP). Alla fine del 2011, i prigionieri condannati a morte costituivano oltre il 10 per cento della popolazione carceraria del Pakistan. Il numero più alto (6.175) di condannati a morte si trova nelle carceri del Punjab, pari a oltre l’11 per cento della popolazione carceraria pakistana. Le donne nelle carceri del Punjab erano 852, di cui 27 nel braccio della morte.
Nel 2012, sono state comminate 242 nuove sentenze capitali. Ben 313 persone, tra cui sei donne, sono state condannate a morte da vari tribunali pakistani nel 2011, oltre la metà delle quali (161) condannate per omicidio. Gli altri sono stati accusati di reati quali traffico di droga, sequestro a scopo di estorsione e stupro. Tre persone sono state condannate alla pena capitale per blasfemia.
Nel 2010, erano state comminate almeno 356 condanne capitali e almeno 276 nel 2009.
L’11 dicembre 2012, la Corte Suprema del Pakistan ha disposto l’approfondimento dei casi relativi ai prigionieri nel braccio della morte del Paese. Un collegio di tre giudici presieduto dal giudice Anwar Zaheer Jamali ha emesso la direttiva in risposta alla petizione costituzionale presentata da Yaqoob Bhatti, un prigioniero. Nel corso dell’udienza, un avvocato ha detto al collegio che i detenuti nel braccio della morte erano un totale di 6.355, mentre erano 896 gli appelli pendenti presso la Corte Suprema e altri 27 presso la Corte Islamica Federale. L'avvocato ha chiesto alla Corte Suprema di ordinare alle autorità di prendere una decisione chiara sul destino di questi prigionieri. Un Vice Procuratore Generale ha chiesto al collegio di concedergli tempo per fornire tutti i dettagli pertinenti e il collegio ha sospeso il procedimento.
Il 30 ottobre 2012, il Pakistan è stato sottoposto alla Revisione Periodica Universale del Consiglio per i diritti umani dell'ONU. Il 14 marzo 2013, nella sua risposta alle raccomandazioni ricevute, Zamir Akram, rappresentante permanente del Pakistan a Ginevra, ha detto che non c'era un consenso nazionale sulla abrogazione delle leggi sulla blasfemia e che l'abrogazione della pena di morte era materia di competenza del Parlamento.
Il 20 dicembre 2012, il Pakistan ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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