Il Codice Penale prevede la pena di morte per una serie di reati
Il Codice Penale prevede la pena di morte per una serie di reati
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Il Codice Penale prevede la pena di morte per una serie di reati tra cui omicidio, terrorismo, reati relativi alle armi illegali, alla droga e alla corruzione, rapina aggravata, tradimento, spionaggio ed una serie di reati militari. Non tutti i casi di corruzione prevedono la pena di morte.
In base all’Art. 2 comma 1 della Legge sulla Corruzione, può essere applicata la pena di morte solo nei casi di appropriazione indebita di fondi stanziati a seguito di disastri naturali, crisi economiche o rivolte. In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono automatiche e inoltrate dai tribunali stessi quando i condannati a morte non provvedono da soli.
La legge 12/1951 sulle armi da fuoco stabilisce che chiunque, non avendone l’autorizzazione, importa, esporta, produce, accetta, ottiene, fornisce, tenta di fornire, possiede o porta con sé un’arma da fuoco, munizioni o esplosivo è passibile di pena di morte o di una pena detentiva fino a un massimo di 20 anni.
La legge 5/1997 sulla droga prevede che chi produce o traffica sostanze psicotrope può essere condannato a morte. Si stima che in Indonesia, su una popolazione di più di 200 milioni di abitanti ci siano circa un milione e mezzo di tossicodipendenti, che spendono in media 100.000 rupie al giorno per acquistare la droga.
In base alla Legge 20/2001 sulla corruzione chi è accusato di questo reato rischia la condanna a morte se è stato commesso durante una crisi economica.
Il 6 marzo 2003, la Camera dei Rappresentanti ha convertito in legge il decreto d’emergenza antiterrorismo emesso nell’ottobre 2002 in seguito agli attacchi dinamitardi di Bali nei quali sono morte 202 persone. La legge introduce la pena di morte per chi organizza o conduce attacchi terroristici e permette alle autorità di detenere i sospetti senza accuse formali fino a tre giorni solo in base a rapporti di servizi di intelligence. Un giudice può esaminare il caso e stabilire che il sospettato sia trattenuto fino a sei mesi per ulteriori interrogatori in assenza di una incriminazione formale.
Nel 2000 il governo indonesiano ha provveduto alla istituzione di un tribunale ad hoc sui diritti umani per giudicare i responsabili delle violenze commesse durante le elezioni a Timor Est, volute dall’Onu nel 1999 e durante le quali la maggioranza ha votato per l’indipendenza dall’Indonesia che occupava il territorio dal 1975. Circa mille persone erano state uccise da soldati e forze dell’ordine indonesiani. L’Indonesia ha deciso di istituire questo tribunale per evitare la creazione di un tribunale internazionale per crimini di guerra simile a quelli per l’ex Iugoslavia e il Ruanda. Gruppi per i diritti umani hanno espresso critiche sull’effettiva capacità dei giudici di questo tribunale interno di processare i vertici militari e hanno denunciato la corruzione delle giurie.
La legge indonesiana vieta le esecuzioni pubbliche. L’esecuzione di solito avviene tramite fucilazione di primo mattino su una spiaggia deserta o in una foresta remota. Il condannato riceve la notizia della sua esecuzione soltanto 72 ore prima. Con la testa coperta da un cappuccio e indosso una camicia bianca con un segno rosso all’altezza del cuore, il condannato affronta un plotone i cui membri – una dozzina – sono disposti in fila a breve distanza. Alcuni dei fucili sono caricati a salve, di modo che nessuno di loro sarà in grado di capire chi ha sparato il colpo fatale. Di solito passano dai tre ai cinque minuti prima della morte. Dopo la fucilazione, un dottore controlla che il corpo crivellato di colpi non dia più alcun segno di vita. Se dovesse essere ancora vivo, il comandante del plotone sparerà un colpo di arma da fuoco alla testa del condannato. Ma raramente si spara alla tempia per accelerare la morte, perché il corpo deve essere restituito ai parenti per il funerale.
In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono automatiche e inoltrate dai tribunali stessi quando i condannati a morte non provvedono da soli. Nel corso dei suoi due mandati, il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha commutato un totale di 19 condanne a morte delle 126 richieste di clemenza presentate. Particolare clamore ha suscitato la commutazione in ergastolo della condanna a morte di Deni Setia Maharwa, membro di un’organizzazione internazionale di narco-trafficanti, concessa nell’ottobre 2012. Il ministro degli Esteri Marty Natalegawa ha detto che la concessione di clemenza era parte di una più ampia presa di distanza dalla pena capitale. Una dichiarazione in linea con quanto già affermato dalla Corte Costituzionale, in una sentenza del 2008 in base alla quale la pena capitale dovrebbe essere applicata con parsimonia e anche ai detenuti del braccio della morte dovrebbe essere concessa una chance di riabilitazione. Mentre sei dei nove membri della Corte hanno considerato la pena di morte compatibile con la costituzione indonesiana, è significativo il fatto che tre giudici hanno detto che non lo è. Per di più, la decisione della maggioranza ha sostenuto la necessità di limitare strettamente la sua applicazione, sostenendo che dovrebbe essere usata solo in circostanze eccezionali, in quanto “pena speciale e alternativa”.
Questo cambiamento strategico nella politica indonesiana riflette le esigenze di una società sempre più globalizzata. Circa 6 milioni e mezzo di cittadini indonesiani sono impiegati all'estero come lavoratori domestici e operai e più di 200 di loro sono a rischio di esecuzione. Per evitarlo, il Ministero degli Affari Esteri e la Migrant Workers Protection Task Force, meglio conosciuta come Satgas TKI, istituita nel 2011 e poi prorogata, hanno negoziato provvedimenti di clemenza a nome di 110 cittadini indonesiani nel 2012, secondo una dichiarazione del ministero lo scorso anno. Satgas TKI ha dichiarato che è stata fondamentale per la commutazione della condanna a morte per 37 lavoratori in Arabia Saudita, 14 in Malesia, 11 in Cina e uno in Iran.
Le esecuzioni sono state abbastanza rare in Indonesia fino al 2004 quando, nel quadro di una campagna nazionale contro l'abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Soekarnoputri in vista delle elezioni di ottobre, tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina.
Il numero delle esecuzioni è aumentato notevolmente sotto la presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono. Sono 20 le persone giustiziate da quando nel 2004 Yudhoyono è diventato Presidente, mentre sono stati quattro i condannati messi a morte durante le presidenze di Megawati Sukarnoputri e Abdurrahman Wahid. Le esecuzioni nel 2006 sono state tre, effettuate il 22 settembre 2006 nei confronti di tre cristiani, Fabianus Tibo, Marianus Riwu e Dominggus Silva, condannati a morte nel 2001 per aver guidato la folla che l’anno prima aveva assaltato una scuola coranica nella provincia del Sulawesi Centrale, uccidendo più di 200 musulmani. Risulta almeno un’esecuzione nel 2007 e 10 nel 2008, tra le quali quelle dei tre “dinamitardi di Bali”, Amrozi, Mukhlas e Imam Samudra, che avrebbero giocato un ruolo chiave nell’attentato sull'isola turistica di Bali, che uccise 202 persone, per lo più turisti occidentali. Successivamente non si sono registrate esecuzioni fino al 15 marzo 2013 quando un trafficante di droga del Malawi, Adami Wilson è stato fucilato nelle prime ore del mattino sulle Thousand Islands, rinomata località turistica. Dall’anno dell’indipendenza nel 1945, in Indonesia sono state giustiziate 63 persone.
Nel corso dei suoi due mandati, il Presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha commutato un totale di 19 condanne a morte delle 126 richieste di clemenza presentate, comprese le tre nuove commutazioni decise nel 2012.
Secondo Amnesty International, nel 2012, ci sarebbero state almeno 12 nuove condanne capitali.
Nel febbraio 2013, il Vice Ministro della Giustizia Mahfud Mannan ha dichiarato che sono 111 le persone nel braccio della morte di cui 60 indonesiani condannati per omicidio premeditato, 2 per terrorismo e 49 per reati legati alla droga, molti dei quali sono stranieri.
Il Consiglio diritti umani dell’ONU, nell’ambito del processo universale di revisione periodico sui diritti umani, ha raccomandato all’Indonesia di abolire la pena di morte ma il Governo ha replicato di voler mantenere questa pena per applicarla in modo selettivo e limitato migliorando le garanzie legate alla sua applicazione.
Il 20 dicembre 2012, l'Indonesia ha cambiato il suo voto sulla Moratoria ONU sull'uso della pena di morte da contrario ad astensione. Il delegato indonesiano ha dichiarato che il dibattito pubblico sulla pena di morte in Indonesia era "in corso, anche riguardo a una possibile moratoria".
In base all’Art. 2 comma 1 della Legge sulla Corruzione, può essere applicata la pena di morte solo nei casi di appropriazione indebita di fondi stanziati a seguito di disastri naturali, crisi economiche o rivolte. In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono automatiche e inoltrate dai tribunali stessi quando i condannati a morte non provvedono da soli.
La legge 12/1951 sulle armi da fuoco stabilisce che chiunque, non avendone l’autorizzazione, importa, esporta, produce, accetta, ottiene, fornisce, tenta di fornire, possiede o porta con sé un’arma da fuoco, munizioni o esplosivo è passibile di pena di morte o di una pena detentiva fino a un massimo di 20 anni.
La legge 5/1997 sulla droga prevede che chi produce o traffica sostanze psicotrope può essere condannato a morte. Si stima che in Indonesia, su una popolazione di più di 200 milioni di abitanti ci siano circa un milione e mezzo di tossicodipendenti, che spendono in media 100.000 rupie al giorno per acquistare la droga.
In base alla Legge 20/2001 sulla corruzione chi è accusato di questo reato rischia la condanna a morte se è stato commesso durante una crisi economica.
Il 6 marzo 2003, la Camera dei Rappresentanti ha convertito in legge il decreto d’emergenza antiterrorismo emesso nell’ottobre 2002 in seguito agli attacchi dinamitardi di Bali nei quali sono morte 202 persone. La legge introduce la pena di morte per chi organizza o conduce attacchi terroristici e permette alle autorità di detenere i sospetti senza accuse formali fino a tre giorni solo in base a rapporti di servizi di intelligence. Un giudice può esaminare il caso e stabilire che il sospettato sia trattenuto fino a sei mesi per ulteriori interrogatori in assenza di una incriminazione formale.
Nel 2000 il governo indonesiano ha provveduto alla istituzione di un tribunale ad hoc sui diritti umani per giudicare i responsabili delle violenze commesse durante le elezioni a Timor Est, volute dall’Onu nel 1999 e durante le quali la maggioranza ha votato per l’indipendenza dall’Indonesia che occupava il territorio dal 1975. Circa mille persone erano state uccise da soldati e forze dell’ordine indonesiani. L’Indonesia ha deciso di istituire questo tribunale per evitare la creazione di un tribunale internazionale per crimini di guerra simile a quelli per l’ex Iugoslavia e il Ruanda. Gruppi per i diritti umani hanno espresso critiche sull’effettiva capacità dei giudici di questo tribunale interno di processare i vertici militari e hanno denunciato la corruzione delle giurie.
La legge indonesiana vieta le esecuzioni pubbliche. L’esecuzione di solito avviene tramite fucilazione di primo mattino su una spiaggia deserta o in una foresta remota. Il condannato riceve la notizia della sua esecuzione soltanto 72 ore prima. Con la testa coperta da un cappuccio e indosso una camicia bianca con un segno rosso all’altezza del cuore, il condannato affronta un plotone i cui membri – una dozzina – sono disposti in fila a breve distanza. Alcuni dei fucili sono caricati a salve, di modo che nessuno di loro sarà in grado di capire chi ha sparato il colpo fatale. Di solito passano dai tre ai cinque minuti prima della morte. Dopo la fucilazione, un dottore controlla che il corpo crivellato di colpi non dia più alcun segno di vita. Se dovesse essere ancora vivo, il comandante del plotone sparerà un colpo di arma da fuoco alla testa del condannato. Ma raramente si spara alla tempia per accelerare la morte, perché il corpo deve essere restituito ai parenti per il funerale.
In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono automatiche e inoltrate dai tribunali stessi quando i condannati a morte non provvedono da soli. Nel corso dei suoi due mandati, il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha commutato un totale di 19 condanne a morte delle 126 richieste di clemenza presentate. Particolare clamore ha suscitato la commutazione in ergastolo della condanna a morte di Deni Setia Maharwa, membro di un’organizzazione internazionale di narco-trafficanti, concessa nell’ottobre 2012. Il ministro degli Esteri Marty Natalegawa ha detto che la concessione di clemenza era parte di una più ampia presa di distanza dalla pena capitale. Una dichiarazione in linea con quanto già affermato dalla Corte Costituzionale, in una sentenza del 2008 in base alla quale la pena capitale dovrebbe essere applicata con parsimonia e anche ai detenuti del braccio della morte dovrebbe essere concessa una chance di riabilitazione. Mentre sei dei nove membri della Corte hanno considerato la pena di morte compatibile con la costituzione indonesiana, è significativo il fatto che tre giudici hanno detto che non lo è. Per di più, la decisione della maggioranza ha sostenuto la necessità di limitare strettamente la sua applicazione, sostenendo che dovrebbe essere usata solo in circostanze eccezionali, in quanto “pena speciale e alternativa”.
Questo cambiamento strategico nella politica indonesiana riflette le esigenze di una società sempre più globalizzata. Circa 6 milioni e mezzo di cittadini indonesiani sono impiegati all'estero come lavoratori domestici e operai e più di 200 di loro sono a rischio di esecuzione. Per evitarlo, il Ministero degli Affari Esteri e la Migrant Workers Protection Task Force, meglio conosciuta come Satgas TKI, istituita nel 2011 e poi prorogata, hanno negoziato provvedimenti di clemenza a nome di 110 cittadini indonesiani nel 2012, secondo una dichiarazione del ministero lo scorso anno. Satgas TKI ha dichiarato che è stata fondamentale per la commutazione della condanna a morte per 37 lavoratori in Arabia Saudita, 14 in Malesia, 11 in Cina e uno in Iran.
Le esecuzioni sono state abbastanza rare in Indonesia fino al 2004 quando, nel quadro di una campagna nazionale contro l'abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Soekarnoputri in vista delle elezioni di ottobre, tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina.
Il numero delle esecuzioni è aumentato notevolmente sotto la presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono. Sono 20 le persone giustiziate da quando nel 2004 Yudhoyono è diventato Presidente, mentre sono stati quattro i condannati messi a morte durante le presidenze di Megawati Sukarnoputri e Abdurrahman Wahid. Le esecuzioni nel 2006 sono state tre, effettuate il 22 settembre 2006 nei confronti di tre cristiani, Fabianus Tibo, Marianus Riwu e Dominggus Silva, condannati a morte nel 2001 per aver guidato la folla che l’anno prima aveva assaltato una scuola coranica nella provincia del Sulawesi Centrale, uccidendo più di 200 musulmani. Risulta almeno un’esecuzione nel 2007 e 10 nel 2008, tra le quali quelle dei tre “dinamitardi di Bali”, Amrozi, Mukhlas e Imam Samudra, che avrebbero giocato un ruolo chiave nell’attentato sull'isola turistica di Bali, che uccise 202 persone, per lo più turisti occidentali. Successivamente non si sono registrate esecuzioni fino al 15 marzo 2013 quando un trafficante di droga del Malawi, Adami Wilson è stato fucilato nelle prime ore del mattino sulle Thousand Islands, rinomata località turistica. Dall’anno dell’indipendenza nel 1945, in Indonesia sono state giustiziate 63 persone.
Nel corso dei suoi due mandati, il Presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha commutato un totale di 19 condanne a morte delle 126 richieste di clemenza presentate, comprese le tre nuove commutazioni decise nel 2012.
Secondo Amnesty International, nel 2012, ci sarebbero state almeno 12 nuove condanne capitali.
Nel febbraio 2013, il Vice Ministro della Giustizia Mahfud Mannan ha dichiarato che sono 111 le persone nel braccio della morte di cui 60 indonesiani condannati per omicidio premeditato, 2 per terrorismo e 49 per reati legati alla droga, molti dei quali sono stranieri.
Il Consiglio diritti umani dell’ONU, nell’ambito del processo universale di revisione periodico sui diritti umani, ha raccomandato all’Indonesia di abolire la pena di morte ma il Governo ha replicato di voler mantenere questa pena per applicarla in modo selettivo e limitato migliorando le garanzie legate alla sua applicazione.
Il 20 dicembre 2012, l'Indonesia ha cambiato il suo voto sulla Moratoria ONU sull'uso della pena di morte da contrario ad astensione. Il delegato indonesiano ha dichiarato che il dibattito pubblico sulla pena di morte in Indonesia era "in corso, anche riguardo a una possibile moratoria".
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