Il codice penale del 1991 si basa sulla Sharia che contempla la pena di morte e le pene corporali.
Il codice penale del 1991 si basa sulla Sharia che contempla la pena di morte e le pene corporali.
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Il codice penale del 1991 si basa sulla Sharia che contempla la pena di morte e le pene corporali.
Sono reati capitali: omicidio, terrorismo, rapina a mano armata, violenza sessuale, traffico di droga, detenzione e traffico di armi, tradimento, atti di guerra contro lo Stato o che possano mettere in pericolo la sua indipendenza e unità territoriale, apostasia, prostituzione.
I crimini retributivi (omicidio e reati contro la persona e la sua integrità fisica) sono quelli che permettono ai parenti della vittima di scegliere tra la retribuzione e il “prezzo del sangue”. Quelli hudud (i crimini contro Dio) sono adulterio (Zina), uso di bevande alcoliche, apostasia, diffamazione di non castità, rapina a mano armata e furto.
In base all’art. 146 del Codice Penale sudanese del ’91, chiunque commette reato di adulterio sarà punito con: l’esecuzione tramite lapidazione se il colpevole è sposato (muhsan); cento frustate se il colpevole non è sposato (non-muhsan); il maschio non sposato può essere soggetto oltre che alla fustigazione anche all’esilio per un anno. Secondo gli art. 167 e 168, la pena per il reato di rapina a mano armata, detta harrab, è la morte o la morte seguita da crocifissione. L’art. 171 stabilisce che chiunque commette furto (alsargha alhadiyha) può essere condannato all’amputazione della mano destra se il valore delle cose rubate è pari o superiore a 4,25 grammi di oro.
Tali punizioni sono incompatibili con il diritto umanitario internazionale e gli obblighi assunti dal Sudan in particolare con la ratifica del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e con la Convenzione contro la Tortura e i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti che il Sudan ha solo firmato.
Il Sudan è retto da un governo autoritario nel quale il potere effettivo è esclusivamente nelle mani del Presidente Omar Hassan al-Bashir. Bashir e il suo partito hanno controllato il governo del paese sin dal colpo di stato militare del 1989 da lui effettuato e appoggiato dal fondamentalista Fronte Islamico Nazionale (NIF). Una guerra civile tra il nord del paese a maggioranza musulmana e il sud animista e cristiano, ha devastato il paese per oltre vent’anni. Si stima che il conflitto interetnico abbia causato tra il milione e mezzo e i due milioni di vittime. Dopo due anni di colloqui, il governo e i gruppi ribelli hanno firmato un accordo di pace nel gennaio 2005 che ha concesso l’autonomia regionale al Sudan meridionale insieme con una rappresentanza garantita in un governo nazionale di condivisione del potere. L’accordo prevedeva anche un referendum per l’indipendenza che si è svolto nel gennaio 2011, nel quale il 99% dei cittadini del Sud ha votato per la secessione dal Sudan. La Repubblica del Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011.
Ma nel frattempo, è esplosa un’altra guerra nella regione occidentale del Darfur limitrofa al Ciad che dall’inizio del 2003 ha provocato decine di migliaia di vittime e un milione e mezzo di profughi. Il Governo sudanese è ritenuto responsabile di aver inviato le proprie truppe ad affiancare le milizie arabe nel Darfur contro la popolazione di etnia fur.
Nel giugno 2008, il Sudan ha istituito Corti Speciali appositamente per processare i “ribelli” del Darfur per il loro presunto coinvolgimento negli attacchi attribuiti al Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) avvenuti il 10 maggio 2008 a Omdurman, città gemella della capitale Khartoum, in cui sono rimaste uccise 222 persone. Più di 100 ribelli del JEM sono stati condannati a morte per gli attacchi. Tuttavia, il Presidente Omar al-Bashir ha in seguito condonato molte delle sentenze capitali. Le condanne a morte per “terrorismo” nei confronti dei ribelli del Darfur sono continuate anche nel 2011 e nel 2012.
Human Rights Watch (HRW) ha duramente criticato l’uso delle corti speciali in Sudan: “Sono una farsa, non raggiungono neanche gli standard minimi di un processo equo, eppure hanno il potere di emettere condanne a morte”.
Le Nazioni Unite hanno espresso la loro preoccupazione per i processi in cui sono stati condannati presunti ribelli del Darfur e hanno esortato il Sudan ad abolire la pena di morte: “sembra” che gli accusati possano beneficiare dell’aiuto legale degli avvocati solo dopo l’inizio del processo e che le confessioni vengano estorte mentre gli accusati sono detenuti in isolamento e senza assistenza legale.
Il Segretariato Internazionale dell’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura (OMCT) ha espresso la sua preoccupazione che queste persone possano essere giustiziate a seguito di procedimenti non conformi agli standard internazionali di processi equi oltre che per le notizie di tortura e maltrattamenti in carcere.
Anche Amnesty International ha definito i processi una “farsa”: “Molti di quelli portati davanti alla corte sono stati presumibilmente torturati e forzati a confessare… in molti casi hanno incontrato il loro avvocato per la prima volta il giorno dell’udienza”.
Nel 2005 il Consiglio di Sicurezza ha riconosciuto la competenza della Corte Penale Internazionale dell’Aja (CPI) a giudicare i crimini contro l’umanità commessi in Darfur e, il 4 marzo 2009, la CPI ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente sudanese Omar Al Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità per i massacri nel Darfur. Non è stata accolta l’accusa di genocidio. La portavoce della CPI, Laurence Blairon, ha precisato che il mandato di arresto riguarda cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra, tra cui omicidio, sterminio, deportazione, tortura e stupro.
Nel gennaio 2010, il Sudan ha approvato il Child Act of 2010, innalzando da 15 a 18 anni l’età per poter essere condannati a morte.
Ma nell’ottobre del 2010 il Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo ha espresso grave preoccupazione per il fatto che “in base all’articolo 36 della Costituzione ad interim del Sudan, la pena capitale può essere imposta ai minori di 18 anni nei casi previsti dalle norme coraniche”.
L’8 luglio 2005, infatti, il Sudan ha approvato una nuova Costituzione ad Interim che all’articolo 36 (2) stabilisce: “La pena di morte non può essere imposta a una persona minore di diciotto anni o a una persona che abbia superato i settanta eccetto nei casi di punizioni coraniche o hudud”. Questa ultima eccezione rende la prima salvaguardia pressoché inutile; per esempio, secondo il Codice Penale sudanese del 1991, tra i reati hudud vi sono l’omicidio e il furto di una certa entità.
Le disposizioni presenti nella nuova Costituzione ad Interim violano la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, ratificata dal Sudan, che vieta la pena di morte per reati commessi da persone di età inferiore a 18 anni.
Nel 2011, condanne a morte nei confronti di minorenni sono state confermate ma non eseguite in Sudan che nel 2009, insieme a Iran e Arabia Saudita, era stato uno dei soli tre Paesi ad avere giustiziato un minorenne. Nel maggio del 2009, un ragazzo di 19 anni, Abdulrahman Zakaria Mohammed, era stato giustiziato a El Fasher, nel Darfur settentrionale, dopo essere stato condannato per una rapina e un omicidio commessi quando aveva 17 anni. Il 29 novembre 2011, sette prigionieri nel Darfur settentrionale hanno avuto le loro condanne a morte confermate da parte della la Corte speciale nel Nord Darfur. Due di loro avevano meno di 18 anni al momento del presunto crimine. Si tratta di Abdelrazig Daoud Abdessed e Ibrahim Shareef Youssif, già condannati il 21 ottobre 2010 dal giudice Shegifa Ali Eshag della Corte Speciale del Darfur meridionale per la presunta appartenenza al Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) e la loro responsabilità in un attacco al conducente di un’auto, avvenuto il 13 maggio 2010 a Khour Baskawit, nel Darfur del Sud. La Corte Suprema di Khartoum aveva ordinato un nuovo processo a causa dell’inclusione di minori in quello precedente.
Nel 2012, secondo Amnesty International vi sono state almeno 19 esecuzioni e 199 condanne a morte. Le esecuzioni nel 2011 sono state almeno 8, mentre le condanne a morte sono state almeno 17. Nel 2010 erano state impiccate almeno 8 persone e almeno 54 condannate a morte. Almeno 9 persone erano state impiccate nel 2009 e almeno 5 nel 2008.
Nel maggio 2011, il Consiglio diritti umani dell’ONU, nell'ambito della revisione periodica universale ha raccomandato al Sudan di aderire al Secondo Protocollo Opzionale al Patto sui diritti civili e politici (ICCPR); ad adottare misure verso l'abolizione della pena di morte; a stabilire una moratoria sulle esecuzioni; a commutare le condanne a morte in pene alternative; a rispettare le norme internazionali in materia di pena di morte, in particolare per garantire che sia applicata solo per i crimini più gravi e alle persone che hanno più di 18 anni di età al momento del crimine in modo da vietare le esecuzioni di minori ai sensi della legge del 2010, sulla tutela dei minori. Il Sudan ha accettato la raccomandazione concernente l’esclusione dalla pena di morte dei minori di 18 anni, ma ha respinto le altre, affermando che: "In conformità con l'impegno del Sudan sotto l'ICCPR, la pena di morte nelle leggi sudanesi è limitata ai crimini più gravi. In casi di omicidio è previsto che i parenti della vittima possano concedere il perdono ed in tal caso non sarà imposta la pena di morte." Il Sudan ha anche respinto le raccomandazioni che chiedono l'abolizione delle punizioni corporali dal codice penale.
Il 20 dicembre 2012, il Sudan ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Sono reati capitali: omicidio, terrorismo, rapina a mano armata, violenza sessuale, traffico di droga, detenzione e traffico di armi, tradimento, atti di guerra contro lo Stato o che possano mettere in pericolo la sua indipendenza e unità territoriale, apostasia, prostituzione.
I crimini retributivi (omicidio e reati contro la persona e la sua integrità fisica) sono quelli che permettono ai parenti della vittima di scegliere tra la retribuzione e il “prezzo del sangue”. Quelli hudud (i crimini contro Dio) sono adulterio (Zina), uso di bevande alcoliche, apostasia, diffamazione di non castità, rapina a mano armata e furto.
In base all’art. 146 del Codice Penale sudanese del ’91, chiunque commette reato di adulterio sarà punito con: l’esecuzione tramite lapidazione se il colpevole è sposato (muhsan); cento frustate se il colpevole non è sposato (non-muhsan); il maschio non sposato può essere soggetto oltre che alla fustigazione anche all’esilio per un anno. Secondo gli art. 167 e 168, la pena per il reato di rapina a mano armata, detta harrab, è la morte o la morte seguita da crocifissione. L’art. 171 stabilisce che chiunque commette furto (alsargha alhadiyha) può essere condannato all’amputazione della mano destra se il valore delle cose rubate è pari o superiore a 4,25 grammi di oro.
Tali punizioni sono incompatibili con il diritto umanitario internazionale e gli obblighi assunti dal Sudan in particolare con la ratifica del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e con la Convenzione contro la Tortura e i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti che il Sudan ha solo firmato.
Il Sudan è retto da un governo autoritario nel quale il potere effettivo è esclusivamente nelle mani del Presidente Omar Hassan al-Bashir. Bashir e il suo partito hanno controllato il governo del paese sin dal colpo di stato militare del 1989 da lui effettuato e appoggiato dal fondamentalista Fronte Islamico Nazionale (NIF). Una guerra civile tra il nord del paese a maggioranza musulmana e il sud animista e cristiano, ha devastato il paese per oltre vent’anni. Si stima che il conflitto interetnico abbia causato tra il milione e mezzo e i due milioni di vittime. Dopo due anni di colloqui, il governo e i gruppi ribelli hanno firmato un accordo di pace nel gennaio 2005 che ha concesso l’autonomia regionale al Sudan meridionale insieme con una rappresentanza garantita in un governo nazionale di condivisione del potere. L’accordo prevedeva anche un referendum per l’indipendenza che si è svolto nel gennaio 2011, nel quale il 99% dei cittadini del Sud ha votato per la secessione dal Sudan. La Repubblica del Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011.
Ma nel frattempo, è esplosa un’altra guerra nella regione occidentale del Darfur limitrofa al Ciad che dall’inizio del 2003 ha provocato decine di migliaia di vittime e un milione e mezzo di profughi. Il Governo sudanese è ritenuto responsabile di aver inviato le proprie truppe ad affiancare le milizie arabe nel Darfur contro la popolazione di etnia fur.
Nel giugno 2008, il Sudan ha istituito Corti Speciali appositamente per processare i “ribelli” del Darfur per il loro presunto coinvolgimento negli attacchi attribuiti al Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) avvenuti il 10 maggio 2008 a Omdurman, città gemella della capitale Khartoum, in cui sono rimaste uccise 222 persone. Più di 100 ribelli del JEM sono stati condannati a morte per gli attacchi. Tuttavia, il Presidente Omar al-Bashir ha in seguito condonato molte delle sentenze capitali. Le condanne a morte per “terrorismo” nei confronti dei ribelli del Darfur sono continuate anche nel 2011 e nel 2012.
Human Rights Watch (HRW) ha duramente criticato l’uso delle corti speciali in Sudan: “Sono una farsa, non raggiungono neanche gli standard minimi di un processo equo, eppure hanno il potere di emettere condanne a morte”.
Le Nazioni Unite hanno espresso la loro preoccupazione per i processi in cui sono stati condannati presunti ribelli del Darfur e hanno esortato il Sudan ad abolire la pena di morte: “sembra” che gli accusati possano beneficiare dell’aiuto legale degli avvocati solo dopo l’inizio del processo e che le confessioni vengano estorte mentre gli accusati sono detenuti in isolamento e senza assistenza legale.
Il Segretariato Internazionale dell’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura (OMCT) ha espresso la sua preoccupazione che queste persone possano essere giustiziate a seguito di procedimenti non conformi agli standard internazionali di processi equi oltre che per le notizie di tortura e maltrattamenti in carcere.
Anche Amnesty International ha definito i processi una “farsa”: “Molti di quelli portati davanti alla corte sono stati presumibilmente torturati e forzati a confessare… in molti casi hanno incontrato il loro avvocato per la prima volta il giorno dell’udienza”.
Nel 2005 il Consiglio di Sicurezza ha riconosciuto la competenza della Corte Penale Internazionale dell’Aja (CPI) a giudicare i crimini contro l’umanità commessi in Darfur e, il 4 marzo 2009, la CPI ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente sudanese Omar Al Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità per i massacri nel Darfur. Non è stata accolta l’accusa di genocidio. La portavoce della CPI, Laurence Blairon, ha precisato che il mandato di arresto riguarda cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra, tra cui omicidio, sterminio, deportazione, tortura e stupro.
Nel gennaio 2010, il Sudan ha approvato il Child Act of 2010, innalzando da 15 a 18 anni l’età per poter essere condannati a morte.
Ma nell’ottobre del 2010 il Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo ha espresso grave preoccupazione per il fatto che “in base all’articolo 36 della Costituzione ad interim del Sudan, la pena capitale può essere imposta ai minori di 18 anni nei casi previsti dalle norme coraniche”.
L’8 luglio 2005, infatti, il Sudan ha approvato una nuova Costituzione ad Interim che all’articolo 36 (2) stabilisce: “La pena di morte non può essere imposta a una persona minore di diciotto anni o a una persona che abbia superato i settanta eccetto nei casi di punizioni coraniche o hudud”. Questa ultima eccezione rende la prima salvaguardia pressoché inutile; per esempio, secondo il Codice Penale sudanese del 1991, tra i reati hudud vi sono l’omicidio e il furto di una certa entità.
Le disposizioni presenti nella nuova Costituzione ad Interim violano la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, ratificata dal Sudan, che vieta la pena di morte per reati commessi da persone di età inferiore a 18 anni.
Nel 2011, condanne a morte nei confronti di minorenni sono state confermate ma non eseguite in Sudan che nel 2009, insieme a Iran e Arabia Saudita, era stato uno dei soli tre Paesi ad avere giustiziato un minorenne. Nel maggio del 2009, un ragazzo di 19 anni, Abdulrahman Zakaria Mohammed, era stato giustiziato a El Fasher, nel Darfur settentrionale, dopo essere stato condannato per una rapina e un omicidio commessi quando aveva 17 anni. Il 29 novembre 2011, sette prigionieri nel Darfur settentrionale hanno avuto le loro condanne a morte confermate da parte della la Corte speciale nel Nord Darfur. Due di loro avevano meno di 18 anni al momento del presunto crimine. Si tratta di Abdelrazig Daoud Abdessed e Ibrahim Shareef Youssif, già condannati il 21 ottobre 2010 dal giudice Shegifa Ali Eshag della Corte Speciale del Darfur meridionale per la presunta appartenenza al Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) e la loro responsabilità in un attacco al conducente di un’auto, avvenuto il 13 maggio 2010 a Khour Baskawit, nel Darfur del Sud. La Corte Suprema di Khartoum aveva ordinato un nuovo processo a causa dell’inclusione di minori in quello precedente.
Nel 2012, secondo Amnesty International vi sono state almeno 19 esecuzioni e 199 condanne a morte. Le esecuzioni nel 2011 sono state almeno 8, mentre le condanne a morte sono state almeno 17. Nel 2010 erano state impiccate almeno 8 persone e almeno 54 condannate a morte. Almeno 9 persone erano state impiccate nel 2009 e almeno 5 nel 2008.
Nel maggio 2011, il Consiglio diritti umani dell’ONU, nell'ambito della revisione periodica universale ha raccomandato al Sudan di aderire al Secondo Protocollo Opzionale al Patto sui diritti civili e politici (ICCPR); ad adottare misure verso l'abolizione della pena di morte; a stabilire una moratoria sulle esecuzioni; a commutare le condanne a morte in pene alternative; a rispettare le norme internazionali in materia di pena di morte, in particolare per garantire che sia applicata solo per i crimini più gravi e alle persone che hanno più di 18 anni di età al momento del crimine in modo da vietare le esecuzioni di minori ai sensi della legge del 2010, sulla tutela dei minori. Il Sudan ha accettato la raccomandazione concernente l’esclusione dalla pena di morte dei minori di 18 anni, ma ha respinto le altre, affermando che: "In conformità con l'impegno del Sudan sotto l'ICCPR, la pena di morte nelle leggi sudanesi è limitata ai crimini più gravi. In casi di omicidio è previsto che i parenti della vittima possano concedere il perdono ed in tal caso non sarà imposta la pena di morte." Il Sudan ha anche respinto le raccomandazioni che chiedono l'abolizione delle punizioni corporali dal codice penale.
Il 20 dicembre 2012, il Sudan ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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