Dei 50 stati degli USA, sono 38 quelli che prevedono la pena di morte nei loro ordinamenti
Dei 50 stati degli USA, sono 38 quelli che prevedono la pena di morte nei loro ordinamenti.
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Dei 50 stati degli USA, sono 38 quelli che prevedono la pena di morte nei loro ordinamenti.
È prevista anche a livello federale per 42 crimini, trentotto dei quali relativi a varie ipotesi di omicidio mentre quattro non sono legati all’omicidio. Anche la Legge Federale Militare prevede la pena di morte.
Anche alcuni stati USA hanno leggi che consentono la massima punizione per reati non mortali, tra cui tradimento, spionaggio, sequestro di persona, dirottamento e narcotraffico. La California consente la pena di morte per sabotaggio di treni e per la falsa testimonianza che abbia condotto a un’esecuzione. Una legge della Louisiana entrata in vigore nel 1995 consente la condanna a morte per lo stupro di un bambino di età inferiore ai 12 anni. La Florida e il Montana hanno leggi che prevedono la pena capitale per gli stupratori, qualunque sia l’età della vittima. La Corte Suprema della Florida ha tuttavia stabilito l’incostituzionalità della legge dello stato. L’ultima esecuzione negli USA per uno stupro risale al 1964, e nessuno è stato giustiziato per crimini diversi dall’omicidio da quando la Corte Suprema USA ha riammesso la pena di morte nel 1976.
La procedura penale statunitense divide un processo per omicidio (o per qualsiasi altro reato capitale) in due fasi distinte. Nella prima fase (la sentenza) una giuria popolare decide se l'imputato è innocente o colpevole. Durante la seconda fase (la pena) la stessa giuria, un giudice, oppure una corte formata da 3 giudici (a seconda degli stati) valuta le circostanze aggravanti e attenuanti e decide la pena. Anche gli appelli sono divisi in due fasi: quelli su innocenza o colpevolezza e quelli sull'entità della pena. L'ordinamento di alcuni stati prevede il cosiddetto "ergastolo senza condizionale", ossia la condanna all'ergastolo senza nessuna possibilità per il condannato di venir mai scarcerato. La durezza di questo tipo di condanna è considerata un fattore positivo perché rende più probabile un'alternativa alla pena di morte.
La procedura penale statunitense è stata profondamente riformata in senso garantista da una serie di sentenze pronunciate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti negli ultimi anni.
Il 9 gennaio 2002, la Corte Suprema ha ribadito che quando una giuria popolare viene chiamata a scegliere tra condanna a morte ed ergastolo deve ricevere adeguate informazioni sull’eventualità o meno che il condannato possa mai uscire in libertà condizionale. La corte decideva il caso di William Kelly, condannato a morte nel 1996 in South Carolina.
Con la sentenza pronunciata il 20 giugno 2002 nel caso Atkins vs Virginia, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’esecuzione di condannati a morte minorati mentali è una pena crudele e inusuale e per questo è incostituzionale. Nel decidere questo i giudici hanno preso atto del fatto che il consenso nazionale contro questa realtà della pena di morte è andato crescendo dal 1989 in poi. Da allora 16 Stati e il Governo Federale avevano deciso di vietare l’esecuzione capitale in questi casi. La decisione ha avviato la revisione di molti casi individuali e anche modifiche legislative.
Il 24 giugno 2002 è intervenuta anche un’altra importante sentenza della Corte Suprema che ha ristretto il ricorso alla pena di morte. Nel caso Ring vs Arizona i giudici della Corte hanno stabilito l’incostituzionalità delle norme che attribuiscono a un giudice monocratico o una giuria di giudici, anziché a una giuria popolare, la valutazione delle circostanze aggravanti e attenuanti e la decisione della pena nei casi capitali. La sentenza incide nella seconda fase del procedimento penale americano, quella che attiene alla pena. Mentre gli stati del Montana e dell’Indiana avevano modificato in questo senso la normativa interna prima della pronuncia della Corte Suprema, altri stati come Delaware, Colorado, Idaho, Nevada, Nebraska e Arizona si sono adeguati successivamente. Solo in Alabama e in Florida sono ancora i giudici monocratici che possono modificare le raccomandazioni delle giurie nei casi capitali. La sentenza Ring v. Arizona aveva imposto la modifica delle leggi degli stati, ma non aveva chiarito se essa dovesse applicarsi retroattivamente ai detenuti già condannati a morte. Due anni dopo, con la sentenza Schriro v. Summerlin del 24 giugno 2004, la Corte Suprema ha stabilito 5 contro 4 che la sua decisione del 2002 cambiava una regola di procedura e quindi non andava applicata retroattivamente. La Corte discuteva il caso di un detenuto dell’Arizona, Warren Wesley Summerlin, che era stato condannato a morte 20 anni prima da un giudice che poi aveva perso il suo lavoro per problemi di droga.
Nel 2003 la Corte Suprema ha continuato a procedere in senso più garantista e, con il caso Wiggins v. Smith, ha chiesto lo svolgimento di più approfondite ricerche di circostanze attenuanti nei casi capitali. Una linea che è stata confermata anche in sede legislativa, con l’approvazione da parte del Congresso nel 2004 dell’”Innocence Protection Act”, poi ratificato, che prevede ulteriori tutele per evitare condanne di innocenti e maggiori risorse per gli imputati di reati capitali.
Il ciclo di decisioni garantiste si è chiuso, per ora, con quella del 1° marzo 2005 con cui, nel caso Roper v. Simmons, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la pena di morte nei confronti di persone condannate per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni. Una sentenza di portata storica, segno inequivocabile di un ripensamento sulla pena capitale in corso all'interno del massimo organo giudiziario americano. L’ultima esecuzione di un minore era avvenuta nel 2003, in Oklahoma, il che aveva portato a 22 il numero dei minori di 18 anni al momento del reato giustiziati negli Stati Uniti dal 1976. L’abolizione della pena capitale nei loro confronti ha avuto un effetto immediato per circa 72 detenuti nei bracci della morte degli Stati Uniti, il gruppo più consistente dei quali era in Texas.
Il 25 giugno 2003, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno firmato un nuovo trattato sulla estradizione finalizzato a rafforzare la cooperazione giudiziaria nella lotta contro il terrorismo. L’accordo contiene l’assicurazione che nessun cittadino europeo estradato negli USA sarà messo a morte e garantisce a un imputato “il diritto a un processo equo, compreso il diritto a essere giudicato da un tribunale imparziale stabilito in conformità alla legge”. Il documento sottolinea che la UE si oppone nettamente al processo di suoi cittadini da parte dei tribunali militari speciali annunciati da Washington dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Il 31 marzo 2004, la Corte Internazionale di Giustizia ha accolto un ricorso presentato dal Messico e ha ordinato agli Stati Uniti di rivedere i casi di 51 cittadini messicani rinchiusi nei bracci della morte di 10 stati dell’Unione. La Corte ha stabilito che gli Usa hanno violato la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, non informando gli imputati del loro diritto all’assistenza legale da parte del proprio consolato. Il 28 febbraio 2005, la Casa Bianca ha ordinato alle Corti statali di esaminare i ricorsi dei 51 cittadini messicani detenuti nei bracci della morte. Ma alcuni giorni dopo, il 7 marzo 2005, il segretario di Stato Condoleeza Rice ha informato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, del ritiro degli Stati Uniti dal Protocollo della Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari. Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere ai cittadini stranieri, dopo il loro arresto negli Usa, il diritto di incontrare un diplomatico del proprio paese, ma non riconosceranno più alla Corte Internazionale di Giustizia l’ultima parola sui ricorsi di cittadini stranieri che affermino di essersi visti negare tale diritto.
Nel 2004, si è confermata negli Stati Uniti la tendenza in corso da cinque anni a una diminuzione del numero delle esecuzioni, delle condanne e dei detenuti nel braccio della morte, fatto sul quale hanno inciso sicuramente le sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 2002 a oggi.
A fronte delle 65 del 2003, le esecuzioni nel 2004 sono state 59 e segnano un calo del 40% rispetto al 1999, anno record - con le 98 esecuzioni effettuate - nella storia moderna della pena di morte in America, iniziata con la sua reintroduzione nel 1976. Dei 38 su 50 stati federati che prevedono la pena di morte, solo 12 hanno compiuto esecuzioni capitali. Come è quasi sempre accaduto dal 1976, sono stati prevalentemente gli Stati del sud a compiere esecuzioni, pari all’85% del totale. I primi tre della classifica sono il Texas con 23 esecuzioni (erano state 24 nel 2003), l’Ohio con 7 (erano state 3 nel 2003) e l’Oklahoma con 6 (erano state 14 nel 2003).
Non si è confermata solo la diminuzione del numero delle esecuzioni, ma anche delle nuove condanne a morte pronunciate dai tribunali. Nel 2004 le sentenze capitali sono state 125 (erano state 144 nel 2003), il 54% in meno rispetto al 1999.
E’ diminuito anche il numero dei detenuti nel braccio della morte che, a fronte dei 3.504 del 2003, sono scesi a 3.471, il 4% in meno rispetto al 1999. Della comunità dei condannati a morte fanno parte 50 donne (al 30 settembre 2004).
Inoltre, dai sondaggi risulta che si sta riducendo anche il sostegno della popolazione alla pena capitale, in particolare quando è data la possibilità di scegliere tra pena di morte ed ergastolo senza condizionale. L’ultimo sondaggio della Gallup, che è del maggio 2004, ha rilevato che il 50% degli americani è a favore della pena di morte e il 46% è favorevole invece all’ergastolo senza condizionale. Nel 1997 il divario tra le due opzioni era del 32%.
Hanno contribuito a riaprire la discussione sulla pena di morte le modalità con cui essa viene applicata, i pregiudizi razziali (nel 2004, come già nel 2003, nessun bianco è stato giustiziato per casi di omicidio in cui la vittima fosse solo un nero) e di classe, ma soprattutto le continue scoperte di errori giudiziari. Nel 2003 le persone liberate perchè riconosciute innocenti erano state 12, il numero più alto da quando la pena di morte è stata reintrodotta. Nel 2004 vi sono stati altri 6 esonerati e un altro è stato rilasciato nel 2005 (fino al 15 settembre), il che porta a 121 il totale degli esonerati dal 1973.
Nel 2004, la questione della pena di morte non ha fatto intravedere grandi spaccature a livello politico nazionale. Nella campagna per la Casa Bianca, il Presidente uscente George W. Bush, strenuo sostenitore delle esecuzioni, non ha manifestato ripensamenti. Contrario alle esecuzioni si era detto inizialmente lo sfidante John Kerry, cattolico, che però ha poi corretto il tiro, approvando la morte per i terroristi. Le elezioni hanno confermato Bush alla Presidenza. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel 2005, Bush ha annunciato “una proposta volta a finanziare un tirocinio speciale per gli avvocati impegnati in processi capitali” e un uso particolarmente esteso della prova del DNA “per prevenire la condanna di innocenti”, senza con ciò venire meno – ha inteso poi precisare – alle sue personali convinzioni sulla pena di morte.
La vera battaglia sulla pena di morte si sta giocando a livello di legislature statali. Nel 2004, si è continuato a discutere di moratoria delle esecuzioni capitali o abolizione della pena di morte in molti dei 38 stati mantenitori della federazione americana. Si è trattato per lo più di dibattiti parlamentari legati ai dubbi su come la pena di morte viene applicata.
Nel gennaio 2004, in Illinois, il governatore Rod Blagojevich ha firmato la legge che modifica il sistema della pena di morte nello stato, ma i miglioramenti apportati, per quanto importanti e positivi, non consentono ancora – ha detto Blagojevich - di definire "perfetto" il sistema giudiziario e quindi la moratoria sulle esecuzioni introdotta nel 2000 dal predecessore George Ryan rimane in vigore.
In New Jersey, il dibattito sui metodi di esecuzione ha determinato una sospensione delle stesse, con il Governatore Richard J. Codey che si è espresso a favore di una moratoria delle esecuzioni.
Ma il fatto più rilevante a livello statale è avvenuto nel 2005 nello Stato di New York. Il 12 aprile, la Commissione Giustizia dell’Assemblea statale (Camera bassa) ha respinto con 11 voti contro 7 il progetto relativo a una nuova legge sulla pena di morte lasciando così in vigore il blocco delle esecuzioni stabilito, nel giugno 2004, dalla Corte d’Appello di Albany.
In controtendenza a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, il Maryland ha effettuato nel 2004 la prima esecuzione dopo sei anni di moratoria di fatto, mentre il Connecticut il 13 maggio 2005 ha effettuato la sua prima esecuzione dal 1960.
Gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione per l’abolizione della pena di morte approvata dalla Commissione Onu per i Diritti Umani il 20 aprile 2005.
È prevista anche a livello federale per 42 crimini, trentotto dei quali relativi a varie ipotesi di omicidio mentre quattro non sono legati all’omicidio. Anche la Legge Federale Militare prevede la pena di morte.
Anche alcuni stati USA hanno leggi che consentono la massima punizione per reati non mortali, tra cui tradimento, spionaggio, sequestro di persona, dirottamento e narcotraffico. La California consente la pena di morte per sabotaggio di treni e per la falsa testimonianza che abbia condotto a un’esecuzione. Una legge della Louisiana entrata in vigore nel 1995 consente la condanna a morte per lo stupro di un bambino di età inferiore ai 12 anni. La Florida e il Montana hanno leggi che prevedono la pena capitale per gli stupratori, qualunque sia l’età della vittima. La Corte Suprema della Florida ha tuttavia stabilito l’incostituzionalità della legge dello stato. L’ultima esecuzione negli USA per uno stupro risale al 1964, e nessuno è stato giustiziato per crimini diversi dall’omicidio da quando la Corte Suprema USA ha riammesso la pena di morte nel 1976.
La procedura penale statunitense divide un processo per omicidio (o per qualsiasi altro reato capitale) in due fasi distinte. Nella prima fase (la sentenza) una giuria popolare decide se l'imputato è innocente o colpevole. Durante la seconda fase (la pena) la stessa giuria, un giudice, oppure una corte formata da 3 giudici (a seconda degli stati) valuta le circostanze aggravanti e attenuanti e decide la pena. Anche gli appelli sono divisi in due fasi: quelli su innocenza o colpevolezza e quelli sull'entità della pena. L'ordinamento di alcuni stati prevede il cosiddetto "ergastolo senza condizionale", ossia la condanna all'ergastolo senza nessuna possibilità per il condannato di venir mai scarcerato. La durezza di questo tipo di condanna è considerata un fattore positivo perché rende più probabile un'alternativa alla pena di morte.
La procedura penale statunitense è stata profondamente riformata in senso garantista da una serie di sentenze pronunciate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti negli ultimi anni.
Il 9 gennaio 2002, la Corte Suprema ha ribadito che quando una giuria popolare viene chiamata a scegliere tra condanna a morte ed ergastolo deve ricevere adeguate informazioni sull’eventualità o meno che il condannato possa mai uscire in libertà condizionale. La corte decideva il caso di William Kelly, condannato a morte nel 1996 in South Carolina.
Con la sentenza pronunciata il 20 giugno 2002 nel caso Atkins vs Virginia, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’esecuzione di condannati a morte minorati mentali è una pena crudele e inusuale e per questo è incostituzionale. Nel decidere questo i giudici hanno preso atto del fatto che il consenso nazionale contro questa realtà della pena di morte è andato crescendo dal 1989 in poi. Da allora 16 Stati e il Governo Federale avevano deciso di vietare l’esecuzione capitale in questi casi. La decisione ha avviato la revisione di molti casi individuali e anche modifiche legislative.
Il 24 giugno 2002 è intervenuta anche un’altra importante sentenza della Corte Suprema che ha ristretto il ricorso alla pena di morte. Nel caso Ring vs Arizona i giudici della Corte hanno stabilito l’incostituzionalità delle norme che attribuiscono a un giudice monocratico o una giuria di giudici, anziché a una giuria popolare, la valutazione delle circostanze aggravanti e attenuanti e la decisione della pena nei casi capitali. La sentenza incide nella seconda fase del procedimento penale americano, quella che attiene alla pena. Mentre gli stati del Montana e dell’Indiana avevano modificato in questo senso la normativa interna prima della pronuncia della Corte Suprema, altri stati come Delaware, Colorado, Idaho, Nevada, Nebraska e Arizona si sono adeguati successivamente. Solo in Alabama e in Florida sono ancora i giudici monocratici che possono modificare le raccomandazioni delle giurie nei casi capitali. La sentenza Ring v. Arizona aveva imposto la modifica delle leggi degli stati, ma non aveva chiarito se essa dovesse applicarsi retroattivamente ai detenuti già condannati a morte. Due anni dopo, con la sentenza Schriro v. Summerlin del 24 giugno 2004, la Corte Suprema ha stabilito 5 contro 4 che la sua decisione del 2002 cambiava una regola di procedura e quindi non andava applicata retroattivamente. La Corte discuteva il caso di un detenuto dell’Arizona, Warren Wesley Summerlin, che era stato condannato a morte 20 anni prima da un giudice che poi aveva perso il suo lavoro per problemi di droga.
Nel 2003 la Corte Suprema ha continuato a procedere in senso più garantista e, con il caso Wiggins v. Smith, ha chiesto lo svolgimento di più approfondite ricerche di circostanze attenuanti nei casi capitali. Una linea che è stata confermata anche in sede legislativa, con l’approvazione da parte del Congresso nel 2004 dell’”Innocence Protection Act”, poi ratificato, che prevede ulteriori tutele per evitare condanne di innocenti e maggiori risorse per gli imputati di reati capitali.
Il ciclo di decisioni garantiste si è chiuso, per ora, con quella del 1° marzo 2005 con cui, nel caso Roper v. Simmons, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la pena di morte nei confronti di persone condannate per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni. Una sentenza di portata storica, segno inequivocabile di un ripensamento sulla pena capitale in corso all'interno del massimo organo giudiziario americano. L’ultima esecuzione di un minore era avvenuta nel 2003, in Oklahoma, il che aveva portato a 22 il numero dei minori di 18 anni al momento del reato giustiziati negli Stati Uniti dal 1976. L’abolizione della pena capitale nei loro confronti ha avuto un effetto immediato per circa 72 detenuti nei bracci della morte degli Stati Uniti, il gruppo più consistente dei quali era in Texas.
Il 25 giugno 2003, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno firmato un nuovo trattato sulla estradizione finalizzato a rafforzare la cooperazione giudiziaria nella lotta contro il terrorismo. L’accordo contiene l’assicurazione che nessun cittadino europeo estradato negli USA sarà messo a morte e garantisce a un imputato “il diritto a un processo equo, compreso il diritto a essere giudicato da un tribunale imparziale stabilito in conformità alla legge”. Il documento sottolinea che la UE si oppone nettamente al processo di suoi cittadini da parte dei tribunali militari speciali annunciati da Washington dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Il 31 marzo 2004, la Corte Internazionale di Giustizia ha accolto un ricorso presentato dal Messico e ha ordinato agli Stati Uniti di rivedere i casi di 51 cittadini messicani rinchiusi nei bracci della morte di 10 stati dell’Unione. La Corte ha stabilito che gli Usa hanno violato la Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, non informando gli imputati del loro diritto all’assistenza legale da parte del proprio consolato. Il 28 febbraio 2005, la Casa Bianca ha ordinato alle Corti statali di esaminare i ricorsi dei 51 cittadini messicani detenuti nei bracci della morte. Ma alcuni giorni dopo, il 7 marzo 2005, il segretario di Stato Condoleeza Rice ha informato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, del ritiro degli Stati Uniti dal Protocollo della Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari. Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere ai cittadini stranieri, dopo il loro arresto negli Usa, il diritto di incontrare un diplomatico del proprio paese, ma non riconosceranno più alla Corte Internazionale di Giustizia l’ultima parola sui ricorsi di cittadini stranieri che affermino di essersi visti negare tale diritto.
Nel 2004, si è confermata negli Stati Uniti la tendenza in corso da cinque anni a una diminuzione del numero delle esecuzioni, delle condanne e dei detenuti nel braccio della morte, fatto sul quale hanno inciso sicuramente le sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 2002 a oggi.
A fronte delle 65 del 2003, le esecuzioni nel 2004 sono state 59 e segnano un calo del 40% rispetto al 1999, anno record - con le 98 esecuzioni effettuate - nella storia moderna della pena di morte in America, iniziata con la sua reintroduzione nel 1976. Dei 38 su 50 stati federati che prevedono la pena di morte, solo 12 hanno compiuto esecuzioni capitali. Come è quasi sempre accaduto dal 1976, sono stati prevalentemente gli Stati del sud a compiere esecuzioni, pari all’85% del totale. I primi tre della classifica sono il Texas con 23 esecuzioni (erano state 24 nel 2003), l’Ohio con 7 (erano state 3 nel 2003) e l’Oklahoma con 6 (erano state 14 nel 2003).
Non si è confermata solo la diminuzione del numero delle esecuzioni, ma anche delle nuove condanne a morte pronunciate dai tribunali. Nel 2004 le sentenze capitali sono state 125 (erano state 144 nel 2003), il 54% in meno rispetto al 1999.
E’ diminuito anche il numero dei detenuti nel braccio della morte che, a fronte dei 3.504 del 2003, sono scesi a 3.471, il 4% in meno rispetto al 1999. Della comunità dei condannati a morte fanno parte 50 donne (al 30 settembre 2004).
Inoltre, dai sondaggi risulta che si sta riducendo anche il sostegno della popolazione alla pena capitale, in particolare quando è data la possibilità di scegliere tra pena di morte ed ergastolo senza condizionale. L’ultimo sondaggio della Gallup, che è del maggio 2004, ha rilevato che il 50% degli americani è a favore della pena di morte e il 46% è favorevole invece all’ergastolo senza condizionale. Nel 1997 il divario tra le due opzioni era del 32%.
Hanno contribuito a riaprire la discussione sulla pena di morte le modalità con cui essa viene applicata, i pregiudizi razziali (nel 2004, come già nel 2003, nessun bianco è stato giustiziato per casi di omicidio in cui la vittima fosse solo un nero) e di classe, ma soprattutto le continue scoperte di errori giudiziari. Nel 2003 le persone liberate perchè riconosciute innocenti erano state 12, il numero più alto da quando la pena di morte è stata reintrodotta. Nel 2004 vi sono stati altri 6 esonerati e un altro è stato rilasciato nel 2005 (fino al 15 settembre), il che porta a 121 il totale degli esonerati dal 1973.
Nel 2004, la questione della pena di morte non ha fatto intravedere grandi spaccature a livello politico nazionale. Nella campagna per la Casa Bianca, il Presidente uscente George W. Bush, strenuo sostenitore delle esecuzioni, non ha manifestato ripensamenti. Contrario alle esecuzioni si era detto inizialmente lo sfidante John Kerry, cattolico, che però ha poi corretto il tiro, approvando la morte per i terroristi. Le elezioni hanno confermato Bush alla Presidenza. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel 2005, Bush ha annunciato “una proposta volta a finanziare un tirocinio speciale per gli avvocati impegnati in processi capitali” e un uso particolarmente esteso della prova del DNA “per prevenire la condanna di innocenti”, senza con ciò venire meno – ha inteso poi precisare – alle sue personali convinzioni sulla pena di morte.
La vera battaglia sulla pena di morte si sta giocando a livello di legislature statali. Nel 2004, si è continuato a discutere di moratoria delle esecuzioni capitali o abolizione della pena di morte in molti dei 38 stati mantenitori della federazione americana. Si è trattato per lo più di dibattiti parlamentari legati ai dubbi su come la pena di morte viene applicata.
Nel gennaio 2004, in Illinois, il governatore Rod Blagojevich ha firmato la legge che modifica il sistema della pena di morte nello stato, ma i miglioramenti apportati, per quanto importanti e positivi, non consentono ancora – ha detto Blagojevich - di definire "perfetto" il sistema giudiziario e quindi la moratoria sulle esecuzioni introdotta nel 2000 dal predecessore George Ryan rimane in vigore.
In New Jersey, il dibattito sui metodi di esecuzione ha determinato una sospensione delle stesse, con il Governatore Richard J. Codey che si è espresso a favore di una moratoria delle esecuzioni.
Ma il fatto più rilevante a livello statale è avvenuto nel 2005 nello Stato di New York. Il 12 aprile, la Commissione Giustizia dell’Assemblea statale (Camera bassa) ha respinto con 11 voti contro 7 il progetto relativo a una nuova legge sulla pena di morte lasciando così in vigore il blocco delle esecuzioni stabilito, nel giugno 2004, dalla Corte d’Appello di Albany.
In controtendenza a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, il Maryland ha effettuato nel 2004 la prima esecuzione dopo sei anni di moratoria di fatto, mentre il Connecticut il 13 maggio 2005 ha effettuato la sua prima esecuzione dal 1960.
Gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione per l’abolizione della pena di morte approvata dalla Commissione Onu per i Diritti Umani il 20 aprile 2005.
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