AUSTRALIA. I ‘NOVE DI BALI’ RISCHIANO CONDANNA A MORTE, POLIZIA DIFENDE PROPRIO OPERATO
la Polizia Federale Australiana difende la propria scelta di fornire le informazioni che hanno consentito alle autorità indonesiane di arrestare, nell’aprile 2004 a Bali, nove giovani australiani.
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la Polizia Federale Australiana difende la propria scelta di fornire le informazioni che hanno consentito alle autorità indonesiane di arrestare, nell’aprile 2004 a Bali, nove giovani australiani.
I cosiddetti “Nove di Bali” rischiano ora la condanna a morte per il traffico di 11,2 kg di eroina.
Come dimostrano documenti presentati in tribunale a Bali, la polizia australiana ha fornito ai colleghi indonesiani i nomi delle nove persone ed i dettagli relativi al traffico di droga. Inoltre, la stessa polizia australiana ha consigliato a quella indonesiana di prendere “qualsiasi iniziativa si ritenga necessaria” contro il gruppo.
Per il sovrintendente della Polizia Federale Australiana Mick Keelty non esiste contraddizione tra la comunicazione di queste informazioni – che potrebbero portare alla condanna capitale dei nove – e la forte contrarietà di Canberra nei confronti della pena di morte.
Quando le informazioni sono state passate – ha dichiarato Keelty ad una radio di Sidney – la polizia australiana stava tentando di sgominare la grossa organizzazione di trafficanti.
“So che si tratta di una questione emotiva ... ma non possiamo chiedere scusa per aver portato avanti in questo modo la nostra strategia e per i risultati che abbiamo ottenuto.
Non era possibile arrestare i nove prima che lasciassero Sidney - ha aggiunto il Sovrintendente della Polizia – dal momento che in quella circostanza non avevano commesso alcun reato.
Per i critici nei confronti della polizia australiana, questa non avrebbe dovuto informare l’Indonesia dei piani relativi al traffico, limitandosi ad arrestare i nove al loro rientro in Australia, paese in cui non avrebbero rischiato la condanna a morte.
I legali australiani di due dei nove imputati, Scott Rush e Renae Lawrence, hanno intrapreso un’azione legale contro la polizia federale, accusandola di aver agito illegalmente nel collaborare con la polizia indonesiana, esponendo i nove al rischio di condanna capitale.
I cosiddetti “Nove di Bali” rischiano ora la condanna a morte per il traffico di 11,2 kg di eroina.
Come dimostrano documenti presentati in tribunale a Bali, la polizia australiana ha fornito ai colleghi indonesiani i nomi delle nove persone ed i dettagli relativi al traffico di droga. Inoltre, la stessa polizia australiana ha consigliato a quella indonesiana di prendere “qualsiasi iniziativa si ritenga necessaria” contro il gruppo.
Per il sovrintendente della Polizia Federale Australiana Mick Keelty non esiste contraddizione tra la comunicazione di queste informazioni – che potrebbero portare alla condanna capitale dei nove – e la forte contrarietà di Canberra nei confronti della pena di morte.
Quando le informazioni sono state passate – ha dichiarato Keelty ad una radio di Sidney – la polizia australiana stava tentando di sgominare la grossa organizzazione di trafficanti.
“So che si tratta di una questione emotiva ... ma non possiamo chiedere scusa per aver portato avanti in questo modo la nostra strategia e per i risultati che abbiamo ottenuto.
Non era possibile arrestare i nove prima che lasciassero Sidney - ha aggiunto il Sovrintendente della Polizia – dal momento che in quella circostanza non avevano commesso alcun reato.
Per i critici nei confronti della polizia australiana, questa non avrebbe dovuto informare l’Indonesia dei piani relativi al traffico, limitandosi ad arrestare i nove al loro rientro in Australia, paese in cui non avrebbero rischiato la condanna a morte.
I legali australiani di due dei nove imputati, Scott Rush e Renae Lawrence, hanno intrapreso un’azione legale contro la polizia federale, accusandola di aver agito illegalmente nel collaborare con la polizia indonesiana, esponendo i nove al rischio di condanna capitale.
— FONTI
- (Fonti: Agence France Presse, 26/10/2005)
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