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Pennsylvania

USA - Pennsylvania. Il Procuratore Distrettuale Seth Williams ha annunciato che non chiederà la pena di morte per Mumia Abu-Jamal, 58 anni, nero, la cui condanna a morte deve quindi considerarsi definitivamente commutata in ergastolo

USA - Pennsylvania. Il Procuratore Distrettuale Seth Williams ha annunciato che non chiederà la pena di morte per Mumia Abu-Jamal, 58 anni, nero, la cui condanna a morte deve quindi considerarsi definitivamente commutata in ergastolo

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Il Procuratore Distrettuale Seth Williams ha annunciato oggi in una conferenza stampa che la pubblica accusa ha rinunciato a chiedere la pena di morte per Mumia Abu-Jamal, 58 anni, nero, la cui condanna a morte deve quindi considerarsi definitivamente commutata in ergastolo senza condizionale. Si tratta di un caso molto famoso seguito anche dai media internazionali per le sue implicazioni politiche e razziali. Militante delle Pantere Nere, gruppo rivoluzionario che reclamava il “potere ai neri”, Abu-Jamal è stato condannato a morte nel 1982 con l’accusa di aver ucciso un poliziotto bianco. La notte del 19 dicembre 1981, secondo la ricostruzione della polizia, un poliziotto di pattuglia, Daniel Faulkner, 25 anni, fermò un’auto guidata da William Cook, fratello minore di Abu-Jamal. Secondo i testimoni, intervenne Abu-Jamal, che all’epoca lavorava “in nero” come tassista. Ne scaturì una sparatoria che causò il ferimento di Abu-Jamal e la morte di Faulkner. Vicino ad Abu-Jamal, nascosta sotto un’automobile, venne ritrovata una pistola registrata a suo nome, pistola che i periti balistici in seguito sostennero essere quella che aveva sparato. Durante il processo del 1982 la strategia difensiva dell’imputato era stata quello di essere stato “incastrato” dalla polizia razzista e vendicativa. Dopo la condanna, Mumia iniziò a sostenere che non solo la polizia, ma anche la giuria popolare e la Corte aveva avuto contro di lui un fortissimo pregiudizio razziale. Una lunga serie di risorsi basati su questa impostazione furono respinti, fino a quando, il 18 dicembre 2001 (vedi), il giudice distrettuale William Yohn decise di annullare la condanna a morte. Il giudice Yohn non accolse la tesi del razzismo, e anzi confermò il verdetto di colpevolezza, ma rilevò l’eventualità che le istruzioni fornite alla giuria popolare all’epoca del processo fossero o poco chiare, o errate. La legge infatti, mentre prevedeva che un verdetto di colpevolezza venisse emesso all’unanimità, non richiedeva l’unanimità quando si trattava di valutare la presenza di eventuali circostanze attenuanti. Questo però poteva non risultare chiaro ai giurati popolari. Per come erano date all’epoca le istruzioni ai giurati popolari, ritenne il giudice Yohn, era possibile che alcuni giurati che eventualmente avessero voluto applicare delle attenuanti (che avrebbero impedito la condanna a morte), non avessero insistito con gli altri giurati, nella convinzione che, poiché comunque l’unanimità sulle attenuanti non sarebbe stata raggiunta, allora non potevano essere applicate. La sentenza del giudice Yohn fu appellata da Abu-Jamal nella parte in cui confermava il verdetto di colpevolezza, e dalla pubblica accusa nella parte che annullava la condanna a morte. Una sentenza del 6 aprile 2009 (vedi), della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha chiuso definitivamente i ricorsi possibili contro il verdetto di colpevolezza. In compenso i difensori di Abu-Jamal ottennero il 27 marzo 2008 (vedi) che la Corte d’Appello del 3° Circuito respingesse il ricorso della pubblica accusa, e confermasse l’annullamento disposto dal giudice Yohn. Il 19 gennaio 2010 la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva poi annullato l’annullamento, e ordinato alla Corte d’Appello di rivedere il caso. Riesaminato il caso, pur prendendo atto dei rilievi mossi dalla Corte Suprema, la Corte d’Appello ha confermato il suo primo giudizio, ossia l’annullamento della condanna a morte. Il Procuratore Distrettuale di Philadelphia, Seth Williams, aveva presentato un nuovo ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, ricorso che è stato respinto l’11 ottobre 2011 (vedi). Alla pubblica accusa rimaneva la scelta se tentare comunque di ripetere la fase di sentenza tentando di ottenere di nuovo una condanna a morte, o rinunciare alla pena di morte e chiedere “solo” l’ergastolo. Oggi, in una conferenza tenuta assieme al capo della polizia, al capo del sindacato dei poliziotti e alla vedova della vittima, il procuratore Williams ha detto di considerarsi soddisfatto del fatto che in tutti i gradi di giudizio la colpevolezza di Mumia sia stata confermata, e che una condanna all’ergastolo a questo puntio può essere sufficiente, soprattutto se serve a risparmiare ai parenti della vittima “altri 20 o 30 anni di sofferenza con un’altra serie di ricorsi ed appelli” da parte sua la vedova Faulker, in un discorso di 5 minuti, ha criticato i giudici federali che nelle loro decisioni hanno rispecchiato le loro convinzioni personali contro la pena di morte, ma ha comunque condiviso la scelta del Procuratore Distrettuale di mettere fine definitivamente al processo. In realtà i supporter di Mumia, in una serie di dichiarazioni rilasciate ai media hanno detto che questa per loro non è la fine del processo, e che anzi da qui inizia una nuova fase, perché loro rimangono convinti che Mumia sia innocente e sia stato “incastrato”. Le condanne a morte in Pennsylvania sono spesso al centro di lunghi ricorsi, e vengono raramente eseguite. Ci sono 219 persone nel bracco della morte (il 4° braccio della morte più grande degli Usa), ma dal 1976 ci sono state solo 3 esecuzioni.
FONTI
  • (fonti: Philly.com, Los Angeles Times, FreeMumia.com, 07/12/2011)