L’Arabia Saudita segue un’interpretazione rigida della legge islamica
L’Arabia Saudita segue un’interpretazione rigida della legge islamica
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L’Arabia Saudita segue un’interpretazione rigida della legge islamica, e prescrive la pena di morte per omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio, apostasia (rinuncia all’Islam).
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo, sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni. Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri. Molte delle esecuzioni rese note sono state inflitte per omicidi e stupri, anche se un buon numero di reati non violenti si sono risolti con la decapitazione. I reati meno gravi che hanno condotto a esecuzioni sono stati: apostasia, stregoneria, violenze sessuali e reati connessi all’uso di droga, leggera e pesante.
Il 27 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha ridefinito la legge sul traffico di droga, concedendo poteri discrezionali ai giudici per emettere condanne al carcere al posto della pena di morte. L’Anti-Drug and Mental Effects Regulation saudita ordinava la pena capitale per i trafficanti di droga, i fabbricanti e per chi faceva uso di qualunque tipo di narcotico. Ora i giudici posso decidere, a loro discrezione, di ridurre la condanna alla detenzione per un massimo di 15 anni, 50 frustrate o una multa minima di 100.000 riyal sauditi (oltre 22.250 euro).
La giustizia saudita è particolarmente rigida con i lavoratori stranieri, specie con quelli provenienti dai paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, che rappresentano quasi un quarto della popolazione saudita. I lavoratori immigrati sono vulnerabili agli abusi dei loro datori di lavoro e delle autorità. Se arrestati, essi possono essere ingannati perché costretti a firmare una confessione in lingua araba, che spesso non comprendono. I lavoratori immigrati sono stati frequentemente torturati e maltrattati, giustiziati, flagellati o amputati, molto più dei cittadini sauditi.
Gli stranieri spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. I giustiziati hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza.
Organizzazioni umanitarie denunciano l’assenza in Arabia Saudita di garanzie processuali. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.
Il 12 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha deciso di istituire una Commissione governativa per i diritti umani, con il compito – recita il comunicato ufficiale – di “proteggere e rafforzare i diritti umani, diffonderne la conoscenza e contribuire ad assicurarne il rispetto alla luce dei precetti islamici”. La decisione di istituire la commissione segue di poco l’ascesa al trono di Re Abdullah, avvenuta in agosto dopo la morte di Re Fahd. L’istituzione di un organismo governativo sui diritti umani era in programma da diversi anni.
L’Arabia Saudita ha ratificato la Convenzione Onu sui Diritti del Fanciullo nel 1996, trattato che considera essere una fonte valida per la legislazione interna. La Convenzione vieta la pena capitale e l’ergastolo senza condizionale nei confronti di persone minori di 18 anni al momento del fatto. Human Rights Watch ha avuto notizia di persone condannate a morte per crimini commessi a 13 anni.
Il 12 gennaio 2010, il Consiglio della Shura ha approvato un emendamento alla Legge di Procedura Penale che rende più difficile emettere condanne a morte. La nuova disposizione votata dal parlamento consultivo prevede che per pronunciare la massima pena il voto dei giudici debba essere unanime e non più a maggioranza, come invece richiesto dalla normativa precedente. Inoltre l'emendamento prevede che le condanne a morte, il taglio della mano o punizioni simili non possano essere eseguite senza l'approvazione - unanime - della Corte Suprema.
La modifica ha trovato ampi consensi in seno al Consiglio della Shura, dove 92 dei 150 membri hanno espresso parere favorevole.
In Arabia Saudita le esecuzioni avvengono in pubblico e per decapitazione. Vengono effettuate in cortili fuori le moschee più frequentate delle principali città dopo la preghiera del venerdì. Il condannato viene portato nel cortile, le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (“Dio è grande”).
Si sono registrate almeno 166 esecuzioni nel 2007, almeno 102 nel 2008 e 69 nel 2009.
Il 18 dicembre 2008 e il 21 dicembre 2010 l’Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo, sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni. Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri. Molte delle esecuzioni rese note sono state inflitte per omicidi e stupri, anche se un buon numero di reati non violenti si sono risolti con la decapitazione. I reati meno gravi che hanno condotto a esecuzioni sono stati: apostasia, stregoneria, violenze sessuali e reati connessi all’uso di droga, leggera e pesante.
Il 27 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha ridefinito la legge sul traffico di droga, concedendo poteri discrezionali ai giudici per emettere condanne al carcere al posto della pena di morte. L’Anti-Drug and Mental Effects Regulation saudita ordinava la pena capitale per i trafficanti di droga, i fabbricanti e per chi faceva uso di qualunque tipo di narcotico. Ora i giudici posso decidere, a loro discrezione, di ridurre la condanna alla detenzione per un massimo di 15 anni, 50 frustrate o una multa minima di 100.000 riyal sauditi (oltre 22.250 euro).
La giustizia saudita è particolarmente rigida con i lavoratori stranieri, specie con quelli provenienti dai paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, che rappresentano quasi un quarto della popolazione saudita. I lavoratori immigrati sono vulnerabili agli abusi dei loro datori di lavoro e delle autorità. Se arrestati, essi possono essere ingannati perché costretti a firmare una confessione in lingua araba, che spesso non comprendono. I lavoratori immigrati sono stati frequentemente torturati e maltrattati, giustiziati, flagellati o amputati, molto più dei cittadini sauditi.
Gli stranieri spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. I giustiziati hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza.
Organizzazioni umanitarie denunciano l’assenza in Arabia Saudita di garanzie processuali. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.
Il 12 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha deciso di istituire una Commissione governativa per i diritti umani, con il compito – recita il comunicato ufficiale – di “proteggere e rafforzare i diritti umani, diffonderne la conoscenza e contribuire ad assicurarne il rispetto alla luce dei precetti islamici”. La decisione di istituire la commissione segue di poco l’ascesa al trono di Re Abdullah, avvenuta in agosto dopo la morte di Re Fahd. L’istituzione di un organismo governativo sui diritti umani era in programma da diversi anni.
L’Arabia Saudita ha ratificato la Convenzione Onu sui Diritti del Fanciullo nel 1996, trattato che considera essere una fonte valida per la legislazione interna. La Convenzione vieta la pena capitale e l’ergastolo senza condizionale nei confronti di persone minori di 18 anni al momento del fatto. Human Rights Watch ha avuto notizia di persone condannate a morte per crimini commessi a 13 anni.
Il 12 gennaio 2010, il Consiglio della Shura ha approvato un emendamento alla Legge di Procedura Penale che rende più difficile emettere condanne a morte. La nuova disposizione votata dal parlamento consultivo prevede che per pronunciare la massima pena il voto dei giudici debba essere unanime e non più a maggioranza, come invece richiesto dalla normativa precedente. Inoltre l'emendamento prevede che le condanne a morte, il taglio della mano o punizioni simili non possano essere eseguite senza l'approvazione - unanime - della Corte Suprema.
La modifica ha trovato ampi consensi in seno al Consiglio della Shura, dove 92 dei 150 membri hanno espresso parere favorevole.
In Arabia Saudita le esecuzioni avvengono in pubblico e per decapitazione. Vengono effettuate in cortili fuori le moschee più frequentate delle principali città dopo la preghiera del venerdì. Il condannato viene portato nel cortile, le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (“Dio è grande”).
Si sono registrate almeno 166 esecuzioni nel 2007, almeno 102 nel 2008 e 69 nel 2009.
Il 18 dicembre 2008 e il 21 dicembre 2010 l’Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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