Il 9 aprile 2003, le forze della Coalizione guidata...
Il 9 aprile 2003, le forze della Coalizione guidata...
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Il 9 aprile 2003, le forze della Coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito hanno rovesciato il regime di
Saddam Hussein e del Partito Baath al potere dal 1968. In base alle risoluzioni
1483, 1500 e 1511 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,
un'amministrazione ad interim, composta dall'Autorità Provvisoria della
Coalizione (CPA) e dal Consiglio di Governo Iracheno, era stata incaricata di
condurre il paese fino a che un Governo rappresentativo e internazionalmente
riconosciuto non fosse stato stabilito e ne avesse assunto la responsabilità.
Il 28 giugno 2004, il potere è stato trasferito a un Governo ad Interim guidato da Iyad Allawi e formato su indicazione delle Nazioni Unite con il compito di portare il paese a libere elezioni agli inizi del 2005.
Il 30 gennaio 2005, è stata eletta una Assemblea Nazionale di Transizione con il compito di preparare una nuova costituzione e portare il paese a nuove elezioni alla fine del 2005.
Il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi nel dicembre 2005 ha confermato un secondo mandato al Presidente Jalal Talabani, leader curdo, nell’aprile 2006. Vice Presidenti sono: Adil Abd al-Mahdi, Tariq al-Hashimi. Subito dopo la sua elezione, Jalal Talabani ha affidato allo sciita Jawad al-Maliki l’incarico di formare il primo governo non a termine, dalla caduta di Saddam Hussein.
La pena di morte ha fatto parte del sistema giuridico in pratica dalla fondazione dello stato iracheno, nel 1920, ma il suo campo di applicazione è stato via via allargato da quando il Partito Baath è salito al potere nel 1968 e, in particolare, dal 1979, anno che ha segnato l’inizio della Presidenza di Saddam Hussein. Fino alla sua caduta nell’aprile 2003, hanno operato una serie di tribunali speciali amministrati dai vari servizi di sicurezza del paese. Le loro decisioni non potevano essere appellate e agli imputati non era consentito avvalersi di avvocati difensori. Il maggior numero di condanne a morte comminate sotto il regime di Saddam, è stato determinato da leggi e decreti emanati dal Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR), che rappresentava l’autorità legislativa suprema del regime.
Sotto Saddam Hussein non esisteva proporzionalità tra gravità del crimine commesso e sentenza emanata. La pena di morte poteva essere applicata per una serie infinita di “reati”, tra cui: attentato alla vita del Presidente; attività politica al di fuori del Partito Baath; azioni rivolte a sovvertire il regime o complotto contro lo stato; ricerca di asilo all’estero, divulgazione di segreti di stato (incluso il riferire la situazione relativa ai diritti umani); adesione al Partito Islamico al-Dawa; omicidio; traffico di droga; furto d’auto; conio di denaro; furto; corruzione; speculazione monetaria; appropriazione indebita, falsificazione di documenti; vendita di prodotti proibiti; traffico di oggetti antichi; prostituzione; diserzione...
La sopravvivenza di Saddam per un quarto di secolo è dipesa dalla risposta spietata a ogni accenno di dissenso. Le stime passate sulle persone giustiziate durante la dittatura di Saddam sembrano essere state inferiori di decine di migliaia di vittime. Secondo l’Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq, almeno 300.000 persone erano state sepolte in fosse comuni. Funzionari di organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di 500.000 persone e alcuni partiti politici iracheni stimano che siano più di un milione le persone giustiziate e sepolte in luogo segreto. Esecuzioni di oppositori politici e “cospiratori” militari si sono verificate fino al giorno della caduta del regime.
Il solo criticare Saddam costituiva reato. Gli autori potevano anche finire davanti al plotone di esecuzione, ma per terrorizzare i suoi cittadini il regime arrivava ad applicare altre pene crudeli. Alcune di queste, come la marchiatura della fronte o l’amputazione di orecchie, mani e lingua, erano prescritte dalla legge oppure effettuate arbitrariamente dai reparti della milizia noti come i Feddayin di Saddam.
Nelle carceri irachene, tra cui almeno 200 segrete, dislocate in alcuni magazzini, depositi, edifici governativi o nei ministeri, tortura e maltrattamenti erano all’ordine del giorno, tra cui scariche elettriche per mutilare le mani, estrazione delle unghie, violenze sessuali e “stupri autorizzati”. Tutti i presidi militari avevano poi un loro centro di detenzione riservato di solito ai prigionieri politici, stimati in circa 4.000 su un totale di 60.000 detenuti, migliaia dei quali mai processati e in attesa solo di un’amnistia. In alternativa alle amnistie, il regime ha spesso messo in atto “campagne di pulizia delle prigioni” che consistevano nello svuotamento di quelle sovraffollate tramite l’esecuzione di centinaia di detenuti alla volta.
Secondo il Rapporto presentato il 1° aprile 2002 alla Commissione Onu per i Diritti Umani, il Governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998 al 2001. Il maggiore dei figli di Saddam, Uday, era considerato un vero e proprio patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato un numero di decreti di esecuzione stimato in 10.000.
Dal 9 aprile, giorno della caduta del regime di Saddam Hussein, l’applicazione della pena di morte in Iraq era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione e la Costituzione provvisoria, adottata l’8 marzo 2004, non vi fa alcun riferimento.
L’8 agosto 2004, a poco più di un mese dal suo insediamento, l’allora Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ha varato una legge che ripristina la pena di morte per omicidio, sequestro di persona, stupro e traffico di stupefacenti.
Il 4 ottobre 2005, il Parlamento iracheno ha approvato una nuova legge anti-terrorismo che prevede la pena di morte per “chiunque commetta ... atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”.
La legge irachena prescrive che una condanna a morte sia approvata dal governo, dal presidente e dai due vice-presidenti.
In Iraq, la legge islamica è la fonte principale della legislazione secondo la Costituzione del 2005.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein il 9 aprile 2003, la pena di morte era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione. E’ stata reintrodotta dopo il trasferimento dei poteri alle autorità irachene, avvenuto il 28 giugno 2004. Non esistono statistiche ufficiali sul numero di detenuti condannati a morte e giustiziati in Iraq. Si stima però che, dal ripristino della pena capitale nell’agosto del 2004 fino al 2009, siano state condannate a morte un migliaio di persone, molte delle quali sono state giustiziate. La ratifica delle condanne a morte rientra tra le prerogative del capo di Stato iracheno, come sancito dall’articolo 73 della Costituzione. Tutte le condanne capitali devono essere confermate dalla Corte di Cassazione e, poi, sottoposte al Consiglio Presidenziale composto dal Presidente e dai due Vice Presidenti per la loro ratifica ed esecuzione. L'ex Presidente iracheno Jalal Talabani, contrario alla pena di morte, non ha mai firmato ordini di esecuzione delegando i suoi poteri di ratifica ai due Vice Presidenti. Il 13 giugno 2011, il presidente Talabani ha autorizzato il suo primo vice presidente Khudayr al-Khuzaie a firmare i decreti di esecuzione e, il 19 agosto, ha autorizzato il suo secondo vice presidente Tareq al-Hashemi a fare lo stesso. Attualmente gli ordini di esecuzione sono firmati dal nuovo Presidente Fuad Massoum.
Tutti i condannati le cui sentenze sono state ratificate dal Consiglio Presidenziale sono trasferiti nella quinta Sezione del complesso carcerario di Al-Adalahdi Baghdad prima di essere giustiziati. Nella prigione vi è una doccia dove il condannato può fare abluzioni prima dell'esecuzione se lo desidera. Il detenuto è anche pesato e misurato per stabilire la lunghezza appropriata della corda per l'impiccagione, la quale è effettuata subito dopo la lettura della sentenza e del decreto di esecuzione. I testimoni si riuniscono in una stanza per osservare l'esecuzione attraverso una finestra di vetro unidirezionale. Dopo l'impiccagione, il corpo è restituito ai parenti, su loro richiesta, altrimenti la persona sarà sepolta dalle autorità, senza una cerimonia funebre. Le impiccagioni avvengono con regolarità, attraverso una forca di legno in una angusta cella della Quinta Sezione (al Shuba al Khamisa) del carcere Al-Adalah, ex quartiere generale dell’intelligence di Saddam Hussein, nel quartiere sciita Kadhimiya di Baghdad. Questa sezione del carcere dipende dal Ministero dell’Interno, mentre le altre afferiscono a quello della giustizia. Non ci sono registrazioni ufficiali di queste impiccagioni, effettuate in quello che ora si chiama “complesso carcerario di alta sicurezza” della capitale, tuttavia sarebbero centinaia le persone giustiziate in questo luogo dalla fine del regime di Saddam. L’ex dittatore è stato impiccato il 30 dicembre 2006 nello stesso complesso di Kadhimiya dove gli uomini di al-Maliki, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita, ora impiccano le loro vittime.
In molti casi, pare che gli iracheni non conservino né rendano pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato. Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticavano sui loro sequestrati.
Il 30 maggio 2010, il Consiglio dei Ministri iracheno ha esteso l’applicazione della pena capitale per reati economici (art. 197 del Codice penale del 1989) anche al furto di elettricità.
La pena capitale può essere attualmente imposta per circa 48 reati, inclusi diversi crimini non-mortali come il danneggiamento di proprietà pubbliche in certe circostanze; la maggior parte delle esecuzioni, per le quali è nota l’accusa penale, è stata effettuata in base all’Articolo 4 della Legge Anti-Terrorismo dell’ottobre 2005. La legge anti-terrorismo prevede la pena di morte per “chiunque commetta atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”. La legge contiene una definizione ampia di terrorismo, che è suscettibile di un'interpretazione estensiva: “Ogni atto criminale commesso da un individuo o un gruppo organizzato che abbia avuto come obiettivo un individuo o un gruppo di individui, organismi e istituzioni ufficiali o non ufficiali e abbia causato danni a proprietà pubbliche o private, al fine di turbare la pace, la stabilità e l'unità nazionale, portare orrore e paura tra la gente e creare il caos per raggiungere gli obiettivi del terrorismo”. Inoltre, la legge ha offerto l’amnistia e l’anonimato agli al-mukhbir al-sirri, informatori segreti che denunciano presunte attività terroristiche. Tali informazioni hanno contribuito alla detenzione di migliaia di iracheni, spesso condannati a morte poco dopo essere stati arrestati.
Il governo iracheno è solito anche video-registrare le confessioni di coloro che hanno commesso atti di terrorismo. E’ difficile sapere in quali condizioni tali confessioni sono state rese. Sta di fatto che i detenuti sono a volte torturati e costretti a confessare crimini o atti di terrorismo durante gli interrogatori, confessioni che poi ritrattano in tribunale. Tali confessioni sono comunque fortemente pubblicizzate e regolarmente trasmesse dalla TV di Stato, una prassi che mina fortemente lo stato di diritto e il diritto a un processo equo.
Il 9 marzo 2006, sono state eseguite le prime condanne a morte per terrorismo in base alla nuova legge.
Le esecuzioni sono iniziate nell’agosto 2005. Da allora e fino al 31 dicembre 2014, sono state eseguite almeno 691 condanne a morte, la gran parte per fatti di terrorismo. Nel 2014, l'Iraq ha giustiziato almeno 67 persone, secondol’Alta Commissione per i Diritti Umani in Iraq. Secondo Amnesty International, sono state imposte almeno 38 condanne a morte e almeno una commutazione è stata concessa. Le esecuzioni nel 2013 erano state almeno 177, il numero più alto dal 2005. Nel 2012,secondo un conteggio tenuto dalla AFP sulla base di comunicati del Ministero della Giustizia, l’Iraq aveva messo a morte almeno 129 persone, un aumento significativo e preoccupante rispetto al 2011, quando erano state giustiziate almeno 68 persone, che erano già il quadruplo rispetto alle 17 messe a morte nel 2010. Nel marzo 2015, c’erano almeno 720 detenuti condannati a morte e in attesa di esecuzione, la maggior parte dei casi legati al terrorismo, secondo l’Alta Commissione per i Diritti Umani in Iraq.
Il Ministero della Giustizia raramente fornisce in anticipo informazioni sulle esecuzioni, le identità dei giustiziati, le accuse contro di loro o le prove presentate contro di loro al processo. Il Ministero dice semplicemente che essi erano “terroristi di Al-Qaeda” condannati ai sensi dell’articolo 4 della legge antiterrorismo del 2005 e che avevano partecipato a omicidi, esplosioni e altri attacchi terroristici. Un dipendente del Ministero della Giustizia ha detto a Human Rights Watch (HRW) che ordini di esecuzione per le persone nel braccio della morte sono trasmessi direttamente alle strutture carcerarie dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il 12 luglio 2014, HRW ha denunciato che le forze di sicurezza irachene e miliziani sciiti avevano effettuato esecuzioni extragiudiziarie di almeno 255 prigionieri in sei diverse località irachene. Almeno otto dei “giustiziati” avevano meno di 18 anni, ha detto HRW, secondo cui le esecuzioni sarebbero state vendette per le "atrocità" commesse dai sunniti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL).
Il 24 gennaio 2012, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay, si è detta scioccata dopo aver appreso delle 34 persone giustiziate in Iraq in un solo giorno e ha chiesto al Paese di introdurre un’immediata moratoria sull’uso della pena di morte. “Anche se fossero stati osservati i più scrupolosi standard sul processo equo, si tratterebbe comunque di un numero terrificante di persone giustiziate in un solo giorno”, è scritto nel comunicato dell’Alto Commissario. “Considerando la mancanza di trasparenza dei procedimenti giudiziari, le preoccupazioni relative al giusto processo e l’alto numero di reati punibili con la pena di morte in Iraq, si tratta di una cifra realmente scioccante”, ha aggiunto. “L’aspetto più inquietante”, ha detto Pillay, “è che non abbiamo una sola notizia di persone condannate a morte che siano state graziate, nonostante ci siano casi documentati di confessioni ottenute mediante minacce”. L’Alto Commissario ha anche chiesto a Baghdad di “fermare le esecuzioni e rivedere con urgenza i casi degli attuali prigionieri nel braccio della morte”.
Il 27 gennaio 2012, l’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton ha espresso preoccupazione per il crescente uso della pena di morte in Iraq. “L’aumento delle esecuzioni negli ultimi mesi va chiaramente contro la tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte”, ha detto in una nota. L’UE ha invitato l’Iraq a cessare le esecuzioni e a introdurre una moratoria sull’uso della pena di morte, in vista della sua abolizione. I 27 membri del blocco europeo hanno esortato l’Iraq ad aderire alle norme internazionali minime per l’uso della pena di morte. “La pena di morte dovrebbe essere imposta solo per i reati più gravi e nel caso di prove chiare e convincenti. Non deve mai essere usata nei casi in cui le condanne siano basate su confessioni che possono essere state estorte, e deve essere garantito un effettivo diritto di appello.”
Il 4 aprile 2012, il Segretario-Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha detto di essere “preoccupato per la crescente applicazione della pena di morte” in Iraq. “Chiedo alle autorità irachene di introdurre una moratoria sulla pena capitale”, ha concluso il Segretario-Generale dell’Onu.
Il 20 gennaio 2014, l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha condannato la nuova tornata di esecuzioni di massa effettuate il giorno prima. “Questo continuo nastro trasportatore di esecuzioni che è diventato il Governo iracheno è semplicemente deplorevole”, ha dichiarato il suo portavoce, Rupert Colville. “Il sistema giudiziario iracheno ha ancora enormi carenze, il che significa che ricorrere anche a un piccolo numero di esecuzioni sta rischiando di provocare un grave e irrimediabile aborto spontaneo della giustizia”, ha aggiunto. “Quando le persone vengono giustiziate a dozzine è molto probabile che si verifichino errori giudiziari.”
Il 19 ottobre 2014, in un rapporto pubblicato congiuntamente dalla Missione ONU in Iraq e dall’Ufficio ONU sui Diritti Umani, le Nazioni Unite hanno detto che l'Iraq deve porre fine alla pratica diffusa della pena di morte, che è ingiusta, sbagliata e alimenta solo la violenza che pretende di scoraggiare. "Lungi dal rendere giustizia alle vittime di atti di violenza e terrorismo e alle loro famiglie, gli errori giudiziari non fanno altro che aggravare le conseguenze del crimine; sopprimendo la vita di una persona innocente, si nega una vera giustizia alle vittime e alle loro famiglie", si afferma nel rapporto. Alcuni parenti dei condannati hanno detto che gli era stata offerta la possibilità di evitare la pena di morte se avessero accettato di assumere un determinato avvocato per 100.000 dollari, mentre molte donne detenute hanno detto che erano state condannate al posto di un loro parente maschio. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Al Hussein e il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l'Iraq Nickolay Mladenov hanno chiesto all'Iraq di stabilire una moratoria sulla pena di morte. Secondo il rapporto ONU, il punto di vista del Governo iracheno secondo cui la pena di morte avrebbe dissuaso atti di violenza "non sembra avere fondamento dato il deterioramento dello stato della sicurezza negli ultimi anni", per cui le esecuzioni non sono altro che una mera reazione alla violenza. “Dal momento che molti di coloro che sono coinvolti in atti di terrorismo in Iraq sono motivati da un'ideologia estremista e sono disposti a morire per raggiungere i loro obiettivi, è possibile che non vedano la pena di morte come deterrente.” Il rapporto ha anche respinto la tesi del Governo secondo cui la pena di morte gode del sostegno popolare in Iraq. "Una volta informata dei fatti, compreso che non ha alcun effetto deterrente sui livelli di violenza e che rischia di determinare errori giudiziari gravi e irreversibili, è improbabile che la pubblica opinione confermi l’attuale presunto sostegno alla pena di morte." Le Nazioni Unite hanno inoltre invitato la Regione autonoma del Kurdistan a passare dalla moratoria di fatto sulla pena di morte, in atto dal 2008, alla sua definitiva abolizione.
Il 22 ottobre 2014, la presidente della Commissione Giustizia del Parlamento del Kurdistan, Valla Farid, ha detto a BasNews che ci dovrebbe essere più chiarezza sulla questione della pena capitale e una decisione definitiva deve essere presa sulla sua implementazione o sulla sua sospensione una volta per sempre. Secondo le informazioni ottenute da BasNews, circa 300 persone detenute nelle carceri del Kurdistan sono in attesa di essere giustiziate. Il membro della Commissione Goran Azad ha aggiunto: "La decisione finale deve essere presa in un senso o nell’altro, anche perché la pena di morte ha causato molti problemi ai condannati a morte, che sono conteggiati come persone morte mentre sono ancora vive".
Il 29 dicembre 2014, l’Autorità Legislativa Federale ha annunciato il rilascio di 3.442 detenuti che erano stati accusati di terrorismo e che sono stati giudicati non-colpevoli. In un comunicato, il portavoce Abdul Sattar Beiraqdar ha precisato che il solo tribunale investigativo speciale sul terrorismo ha rilasciato 2.779 presunti terroristi. Il portavoce ha aggiunto che l’Autorità stava cercando di accelerare la soluzione dei casi restanti.
Il 3 novembre 2014, l'Iraq è stato esaminato nell’ambito della Revisione Periodica Universale da parte del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nel suo Rapporto Nazionale, il Governo ha detto: "L’abolizione della pena di morte determinerebbe attualmente una falla nel sistema di giustizia penale, dal momento che l'Iraq si trova ad affrontare crimini atroci e aberranti di terrorismo… In queste circostanze, l'Iraq deve mantenere la pena di morte”. Tuttavia, l'Iraq ha manifestato la volontà di rivedere l'applicazione della pena di morte stabilendo un dipartimento nel Ministero dei Diritti Umani per esaminare la questione in futuro, nella speranza che la pena possa essere limitata ai reati più gravi.
Il 18 dicembre 2014, l’Iraq ha votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il 28 giugno 2004, il potere è stato trasferito a un Governo ad Interim guidato da Iyad Allawi e formato su indicazione delle Nazioni Unite con il compito di portare il paese a libere elezioni agli inizi del 2005.
Il 30 gennaio 2005, è stata eletta una Assemblea Nazionale di Transizione con il compito di preparare una nuova costituzione e portare il paese a nuove elezioni alla fine del 2005.
Il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi nel dicembre 2005 ha confermato un secondo mandato al Presidente Jalal Talabani, leader curdo, nell’aprile 2006. Vice Presidenti sono: Adil Abd al-Mahdi, Tariq al-Hashimi. Subito dopo la sua elezione, Jalal Talabani ha affidato allo sciita Jawad al-Maliki l’incarico di formare il primo governo non a termine, dalla caduta di Saddam Hussein.
La pena di morte ha fatto parte del sistema giuridico in pratica dalla fondazione dello stato iracheno, nel 1920, ma il suo campo di applicazione è stato via via allargato da quando il Partito Baath è salito al potere nel 1968 e, in particolare, dal 1979, anno che ha segnato l’inizio della Presidenza di Saddam Hussein. Fino alla sua caduta nell’aprile 2003, hanno operato una serie di tribunali speciali amministrati dai vari servizi di sicurezza del paese. Le loro decisioni non potevano essere appellate e agli imputati non era consentito avvalersi di avvocati difensori. Il maggior numero di condanne a morte comminate sotto il regime di Saddam, è stato determinato da leggi e decreti emanati dal Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR), che rappresentava l’autorità legislativa suprema del regime.
Sotto Saddam Hussein non esisteva proporzionalità tra gravità del crimine commesso e sentenza emanata. La pena di morte poteva essere applicata per una serie infinita di “reati”, tra cui: attentato alla vita del Presidente; attività politica al di fuori del Partito Baath; azioni rivolte a sovvertire il regime o complotto contro lo stato; ricerca di asilo all’estero, divulgazione di segreti di stato (incluso il riferire la situazione relativa ai diritti umani); adesione al Partito Islamico al-Dawa; omicidio; traffico di droga; furto d’auto; conio di denaro; furto; corruzione; speculazione monetaria; appropriazione indebita, falsificazione di documenti; vendita di prodotti proibiti; traffico di oggetti antichi; prostituzione; diserzione...
La sopravvivenza di Saddam per un quarto di secolo è dipesa dalla risposta spietata a ogni accenno di dissenso. Le stime passate sulle persone giustiziate durante la dittatura di Saddam sembrano essere state inferiori di decine di migliaia di vittime. Secondo l’Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq, almeno 300.000 persone erano state sepolte in fosse comuni. Funzionari di organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di 500.000 persone e alcuni partiti politici iracheni stimano che siano più di un milione le persone giustiziate e sepolte in luogo segreto. Esecuzioni di oppositori politici e “cospiratori” militari si sono verificate fino al giorno della caduta del regime.
Il solo criticare Saddam costituiva reato. Gli autori potevano anche finire davanti al plotone di esecuzione, ma per terrorizzare i suoi cittadini il regime arrivava ad applicare altre pene crudeli. Alcune di queste, come la marchiatura della fronte o l’amputazione di orecchie, mani e lingua, erano prescritte dalla legge oppure effettuate arbitrariamente dai reparti della milizia noti come i Feddayin di Saddam.
Nelle carceri irachene, tra cui almeno 200 segrete, dislocate in alcuni magazzini, depositi, edifici governativi o nei ministeri, tortura e maltrattamenti erano all’ordine del giorno, tra cui scariche elettriche per mutilare le mani, estrazione delle unghie, violenze sessuali e “stupri autorizzati”. Tutti i presidi militari avevano poi un loro centro di detenzione riservato di solito ai prigionieri politici, stimati in circa 4.000 su un totale di 60.000 detenuti, migliaia dei quali mai processati e in attesa solo di un’amnistia. In alternativa alle amnistie, il regime ha spesso messo in atto “campagne di pulizia delle prigioni” che consistevano nello svuotamento di quelle sovraffollate tramite l’esecuzione di centinaia di detenuti alla volta.
Secondo il Rapporto presentato il 1° aprile 2002 alla Commissione Onu per i Diritti Umani, il Governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998 al 2001. Il maggiore dei figli di Saddam, Uday, era considerato un vero e proprio patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato un numero di decreti di esecuzione stimato in 10.000.
Dal 9 aprile, giorno della caduta del regime di Saddam Hussein, l’applicazione della pena di morte in Iraq era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione e la Costituzione provvisoria, adottata l’8 marzo 2004, non vi fa alcun riferimento.
L’8 agosto 2004, a poco più di un mese dal suo insediamento, l’allora Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ha varato una legge che ripristina la pena di morte per omicidio, sequestro di persona, stupro e traffico di stupefacenti.
Il 4 ottobre 2005, il Parlamento iracheno ha approvato una nuova legge anti-terrorismo che prevede la pena di morte per “chiunque commetta ... atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”.
La legge irachena prescrive che una condanna a morte sia approvata dal governo, dal presidente e dai due vice-presidenti.
In Iraq, la legge islamica è la fonte principale della legislazione secondo la Costituzione del 2005.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein il 9 aprile 2003, la pena di morte era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione. E’ stata reintrodotta dopo il trasferimento dei poteri alle autorità irachene, avvenuto il 28 giugno 2004. Non esistono statistiche ufficiali sul numero di detenuti condannati a morte e giustiziati in Iraq. Si stima però che, dal ripristino della pena capitale nell’agosto del 2004 fino al 2009, siano state condannate a morte un migliaio di persone, molte delle quali sono state giustiziate. La ratifica delle condanne a morte rientra tra le prerogative del capo di Stato iracheno, come sancito dall’articolo 73 della Costituzione. Tutte le condanne capitali devono essere confermate dalla Corte di Cassazione e, poi, sottoposte al Consiglio Presidenziale composto dal Presidente e dai due Vice Presidenti per la loro ratifica ed esecuzione. L'ex Presidente iracheno Jalal Talabani, contrario alla pena di morte, non ha mai firmato ordini di esecuzione delegando i suoi poteri di ratifica ai due Vice Presidenti. Il 13 giugno 2011, il presidente Talabani ha autorizzato il suo primo vice presidente Khudayr al-Khuzaie a firmare i decreti di esecuzione e, il 19 agosto, ha autorizzato il suo secondo vice presidente Tareq al-Hashemi a fare lo stesso. Attualmente gli ordini di esecuzione sono firmati dal nuovo Presidente Fuad Massoum.
Tutti i condannati le cui sentenze sono state ratificate dal Consiglio Presidenziale sono trasferiti nella quinta Sezione del complesso carcerario di Al-Adalahdi Baghdad prima di essere giustiziati. Nella prigione vi è una doccia dove il condannato può fare abluzioni prima dell'esecuzione se lo desidera. Il detenuto è anche pesato e misurato per stabilire la lunghezza appropriata della corda per l'impiccagione, la quale è effettuata subito dopo la lettura della sentenza e del decreto di esecuzione. I testimoni si riuniscono in una stanza per osservare l'esecuzione attraverso una finestra di vetro unidirezionale. Dopo l'impiccagione, il corpo è restituito ai parenti, su loro richiesta, altrimenti la persona sarà sepolta dalle autorità, senza una cerimonia funebre. Le impiccagioni avvengono con regolarità, attraverso una forca di legno in una angusta cella della Quinta Sezione (al Shuba al Khamisa) del carcere Al-Adalah, ex quartiere generale dell’intelligence di Saddam Hussein, nel quartiere sciita Kadhimiya di Baghdad. Questa sezione del carcere dipende dal Ministero dell’Interno, mentre le altre afferiscono a quello della giustizia. Non ci sono registrazioni ufficiali di queste impiccagioni, effettuate in quello che ora si chiama “complesso carcerario di alta sicurezza” della capitale, tuttavia sarebbero centinaia le persone giustiziate in questo luogo dalla fine del regime di Saddam. L’ex dittatore è stato impiccato il 30 dicembre 2006 nello stesso complesso di Kadhimiya dove gli uomini di al-Maliki, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita, ora impiccano le loro vittime.
In molti casi, pare che gli iracheni non conservino né rendano pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato. Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticavano sui loro sequestrati.
Il 30 maggio 2010, il Consiglio dei Ministri iracheno ha esteso l’applicazione della pena capitale per reati economici (art. 197 del Codice penale del 1989) anche al furto di elettricità.
La pena capitale può essere attualmente imposta per circa 48 reati, inclusi diversi crimini non-mortali come il danneggiamento di proprietà pubbliche in certe circostanze; la maggior parte delle esecuzioni, per le quali è nota l’accusa penale, è stata effettuata in base all’Articolo 4 della Legge Anti-Terrorismo dell’ottobre 2005. La legge anti-terrorismo prevede la pena di morte per “chiunque commetta atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”. La legge contiene una definizione ampia di terrorismo, che è suscettibile di un'interpretazione estensiva: “Ogni atto criminale commesso da un individuo o un gruppo organizzato che abbia avuto come obiettivo un individuo o un gruppo di individui, organismi e istituzioni ufficiali o non ufficiali e abbia causato danni a proprietà pubbliche o private, al fine di turbare la pace, la stabilità e l'unità nazionale, portare orrore e paura tra la gente e creare il caos per raggiungere gli obiettivi del terrorismo”. Inoltre, la legge ha offerto l’amnistia e l’anonimato agli al-mukhbir al-sirri, informatori segreti che denunciano presunte attività terroristiche. Tali informazioni hanno contribuito alla detenzione di migliaia di iracheni, spesso condannati a morte poco dopo essere stati arrestati.
Il governo iracheno è solito anche video-registrare le confessioni di coloro che hanno commesso atti di terrorismo. E’ difficile sapere in quali condizioni tali confessioni sono state rese. Sta di fatto che i detenuti sono a volte torturati e costretti a confessare crimini o atti di terrorismo durante gli interrogatori, confessioni che poi ritrattano in tribunale. Tali confessioni sono comunque fortemente pubblicizzate e regolarmente trasmesse dalla TV di Stato, una prassi che mina fortemente lo stato di diritto e il diritto a un processo equo.
Il 9 marzo 2006, sono state eseguite le prime condanne a morte per terrorismo in base alla nuova legge.
Le esecuzioni sono iniziate nell’agosto 2005. Da allora e fino al 31 dicembre 2014, sono state eseguite almeno 691 condanne a morte, la gran parte per fatti di terrorismo. Nel 2014, l'Iraq ha giustiziato almeno 67 persone, secondol’Alta Commissione per i Diritti Umani in Iraq. Secondo Amnesty International, sono state imposte almeno 38 condanne a morte e almeno una commutazione è stata concessa. Le esecuzioni nel 2013 erano state almeno 177, il numero più alto dal 2005. Nel 2012,secondo un conteggio tenuto dalla AFP sulla base di comunicati del Ministero della Giustizia, l’Iraq aveva messo a morte almeno 129 persone, un aumento significativo e preoccupante rispetto al 2011, quando erano state giustiziate almeno 68 persone, che erano già il quadruplo rispetto alle 17 messe a morte nel 2010. Nel marzo 2015, c’erano almeno 720 detenuti condannati a morte e in attesa di esecuzione, la maggior parte dei casi legati al terrorismo, secondo l’Alta Commissione per i Diritti Umani in Iraq.
Il Ministero della Giustizia raramente fornisce in anticipo informazioni sulle esecuzioni, le identità dei giustiziati, le accuse contro di loro o le prove presentate contro di loro al processo. Il Ministero dice semplicemente che essi erano “terroristi di Al-Qaeda” condannati ai sensi dell’articolo 4 della legge antiterrorismo del 2005 e che avevano partecipato a omicidi, esplosioni e altri attacchi terroristici. Un dipendente del Ministero della Giustizia ha detto a Human Rights Watch (HRW) che ordini di esecuzione per le persone nel braccio della morte sono trasmessi direttamente alle strutture carcerarie dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il 12 luglio 2014, HRW ha denunciato che le forze di sicurezza irachene e miliziani sciiti avevano effettuato esecuzioni extragiudiziarie di almeno 255 prigionieri in sei diverse località irachene. Almeno otto dei “giustiziati” avevano meno di 18 anni, ha detto HRW, secondo cui le esecuzioni sarebbero state vendette per le "atrocità" commesse dai sunniti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL).
Il 24 gennaio 2012, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay, si è detta scioccata dopo aver appreso delle 34 persone giustiziate in Iraq in un solo giorno e ha chiesto al Paese di introdurre un’immediata moratoria sull’uso della pena di morte. “Anche se fossero stati osservati i più scrupolosi standard sul processo equo, si tratterebbe comunque di un numero terrificante di persone giustiziate in un solo giorno”, è scritto nel comunicato dell’Alto Commissario. “Considerando la mancanza di trasparenza dei procedimenti giudiziari, le preoccupazioni relative al giusto processo e l’alto numero di reati punibili con la pena di morte in Iraq, si tratta di una cifra realmente scioccante”, ha aggiunto. “L’aspetto più inquietante”, ha detto Pillay, “è che non abbiamo una sola notizia di persone condannate a morte che siano state graziate, nonostante ci siano casi documentati di confessioni ottenute mediante minacce”. L’Alto Commissario ha anche chiesto a Baghdad di “fermare le esecuzioni e rivedere con urgenza i casi degli attuali prigionieri nel braccio della morte”.
Il 27 gennaio 2012, l’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton ha espresso preoccupazione per il crescente uso della pena di morte in Iraq. “L’aumento delle esecuzioni negli ultimi mesi va chiaramente contro la tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte”, ha detto in una nota. L’UE ha invitato l’Iraq a cessare le esecuzioni e a introdurre una moratoria sull’uso della pena di morte, in vista della sua abolizione. I 27 membri del blocco europeo hanno esortato l’Iraq ad aderire alle norme internazionali minime per l’uso della pena di morte. “La pena di morte dovrebbe essere imposta solo per i reati più gravi e nel caso di prove chiare e convincenti. Non deve mai essere usata nei casi in cui le condanne siano basate su confessioni che possono essere state estorte, e deve essere garantito un effettivo diritto di appello.”
Il 4 aprile 2012, il Segretario-Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha detto di essere “preoccupato per la crescente applicazione della pena di morte” in Iraq. “Chiedo alle autorità irachene di introdurre una moratoria sulla pena capitale”, ha concluso il Segretario-Generale dell’Onu.
Il 20 gennaio 2014, l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha condannato la nuova tornata di esecuzioni di massa effettuate il giorno prima. “Questo continuo nastro trasportatore di esecuzioni che è diventato il Governo iracheno è semplicemente deplorevole”, ha dichiarato il suo portavoce, Rupert Colville. “Il sistema giudiziario iracheno ha ancora enormi carenze, il che significa che ricorrere anche a un piccolo numero di esecuzioni sta rischiando di provocare un grave e irrimediabile aborto spontaneo della giustizia”, ha aggiunto. “Quando le persone vengono giustiziate a dozzine è molto probabile che si verifichino errori giudiziari.”
Il 19 ottobre 2014, in un rapporto pubblicato congiuntamente dalla Missione ONU in Iraq e dall’Ufficio ONU sui Diritti Umani, le Nazioni Unite hanno detto che l'Iraq deve porre fine alla pratica diffusa della pena di morte, che è ingiusta, sbagliata e alimenta solo la violenza che pretende di scoraggiare. "Lungi dal rendere giustizia alle vittime di atti di violenza e terrorismo e alle loro famiglie, gli errori giudiziari non fanno altro che aggravare le conseguenze del crimine; sopprimendo la vita di una persona innocente, si nega una vera giustizia alle vittime e alle loro famiglie", si afferma nel rapporto. Alcuni parenti dei condannati hanno detto che gli era stata offerta la possibilità di evitare la pena di morte se avessero accettato di assumere un determinato avvocato per 100.000 dollari, mentre molte donne detenute hanno detto che erano state condannate al posto di un loro parente maschio. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Al Hussein e il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l'Iraq Nickolay Mladenov hanno chiesto all'Iraq di stabilire una moratoria sulla pena di morte. Secondo il rapporto ONU, il punto di vista del Governo iracheno secondo cui la pena di morte avrebbe dissuaso atti di violenza "non sembra avere fondamento dato il deterioramento dello stato della sicurezza negli ultimi anni", per cui le esecuzioni non sono altro che una mera reazione alla violenza. “Dal momento che molti di coloro che sono coinvolti in atti di terrorismo in Iraq sono motivati da un'ideologia estremista e sono disposti a morire per raggiungere i loro obiettivi, è possibile che non vedano la pena di morte come deterrente.” Il rapporto ha anche respinto la tesi del Governo secondo cui la pena di morte gode del sostegno popolare in Iraq. "Una volta informata dei fatti, compreso che non ha alcun effetto deterrente sui livelli di violenza e che rischia di determinare errori giudiziari gravi e irreversibili, è improbabile che la pubblica opinione confermi l’attuale presunto sostegno alla pena di morte." Le Nazioni Unite hanno inoltre invitato la Regione autonoma del Kurdistan a passare dalla moratoria di fatto sulla pena di morte, in atto dal 2008, alla sua definitiva abolizione.
Il 22 ottobre 2014, la presidente della Commissione Giustizia del Parlamento del Kurdistan, Valla Farid, ha detto a BasNews che ci dovrebbe essere più chiarezza sulla questione della pena capitale e una decisione definitiva deve essere presa sulla sua implementazione o sulla sua sospensione una volta per sempre. Secondo le informazioni ottenute da BasNews, circa 300 persone detenute nelle carceri del Kurdistan sono in attesa di essere giustiziate. Il membro della Commissione Goran Azad ha aggiunto: "La decisione finale deve essere presa in un senso o nell’altro, anche perché la pena di morte ha causato molti problemi ai condannati a morte, che sono conteggiati come persone morte mentre sono ancora vive".
Il 29 dicembre 2014, l’Autorità Legislativa Federale ha annunciato il rilascio di 3.442 detenuti che erano stati accusati di terrorismo e che sono stati giudicati non-colpevoli. In un comunicato, il portavoce Abdul Sattar Beiraqdar ha precisato che il solo tribunale investigativo speciale sul terrorismo ha rilasciato 2.779 presunti terroristi. Il portavoce ha aggiunto che l’Autorità stava cercando di accelerare la soluzione dei casi restanti.
Il 3 novembre 2014, l'Iraq è stato esaminato nell’ambito della Revisione Periodica Universale da parte del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nel suo Rapporto Nazionale, il Governo ha detto: "L’abolizione della pena di morte determinerebbe attualmente una falla nel sistema di giustizia penale, dal momento che l'Iraq si trova ad affrontare crimini atroci e aberranti di terrorismo… In queste circostanze, l'Iraq deve mantenere la pena di morte”. Tuttavia, l'Iraq ha manifestato la volontà di rivedere l'applicazione della pena di morte stabilendo un dipartimento nel Ministero dei Diritti Umani per esaminare la questione in futuro, nella speranza che la pena possa essere limitata ai reati più gravi.
Il 18 dicembre 2014, l’Iraq ha votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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