Il 9 aprile 2003, le forze della Coalizione guidata...
Il 9 aprile 2003, le forze della Coalizione guidata...
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Il 9 aprile 2003, le forze della Coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito hanno rovesciato il regime di Saddam Hussein e del Partito Baath al potere dal 1968. In base alle risoluzioni 1483, 1500 e 1511 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una amministrazione ad interim, composta dalla Autorità Provvisoria della Coalizione (CPA) e dal Consiglio di Governo Iracheno, era stata incaricata di condurre il paese fino a che un Governo rappresentativo e internazionalmente riconosciuto non fosse stato stabilito e ne avesse assunto la responsabilità.
Il 28 giugno 2004, il potere è stato trasferito a un Governo ad Interim guidato da Iyad Allawi e formato su indicazione delle Nazioni Unite con il compito di portare il paese a libere elezioni agli inizi del 2005.
Il 30 gennaio 2005, è stata eletta una Assemblea Nazionale di Transizione con il compito di preparare una nuova costituzione e portare il paese a nuove elezioni alla fine del 2005.
Il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi nel dicembre 2005 ha confermato un secondo mandato al Presidente Jalal Talabani, , leader curdo, nell’aprile 2006. Vice Presidenti sono: Adil Abd al-Mahdi, Tariq al-Hashimi. Subito dopo la sua elezione, Jalal Talabani ha affidato allo sciita Jawad al-Maliki l’incarico di formare il primo governo non a termine, dalla caduta di Saddam Hussein.
La pena di morte ha fatto parte del sistema giuridico iracheno in pratica dalla fondazione dello stato iracheno, nel 1920, ma il suo campo di applicazione è stato via via allargato da quando il Partito Baath è salito al potere nel 1968 e, in particolare, dal 1979, anno che ha segnato l’inizio della Presidenza di Saddam Hussein. Fino alla sua caduta nell’aprile 2003, hanno operato una serie di tribunali speciali amministrati dai vari servizi di sicurezza del paese. Le loro decisioni non potevano essere appellate e agli imputati non era consentito avvalersi di avvocati difensori. Il maggior numero di condanne a morte comminate sotto il regime di Saddam, è stato determinato da leggi e decreti emanati dal Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR), che rappresentava l’autorità legislativa suprema del regime.
Sotto Saddam Hussein non esisteva proporzionalità tra gravità del crimine commesso e sentenza emanata. La pena di morte poteva essere applicata per una serie infinita di “reati”, tra cui: attentato alla vita del Presidente; attività politica al di fuori del Partito Baath; azioni rivolte a sovvertire il regime o complotto contro lo stato; ricerca di asilo all’estero, divulgazione di segreti di stato (incluso il riferire la situazione relativa ai diritti umani); adesione al Partito Islamico al-Dawa; omicidio; traffico di droga; furto d’auto; conio di denaro; furto; corruzione; speculazione monetaria; appropriazione indebita, falsificazione di documenti; vendita di prodotti proibiti; traffico di oggetti antichi; prostituzione; diserzione...
La sopravvivenza di Saddam per un quarto di secolo è dipesa dalla risposta spietata a ogni accenno di dissenso. Le stime passate sulle persone giustiziate durante la dittatura di Saddam sembrano essere state inferiori di decine di migliaia di vittime. Secondo l’Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq, almeno 300.000 persone erano state sepolte in fosse comuni. Funzionari di organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di 500.000 persone e alcuni partiti politici iracheni stimano che siano più di un milione le persone giustiziate e sepolte in luogo segreto. Esecuzioni di oppositori politici e “cospiratori” militari si sono verificate fino al giorno della caduta del regime.
Il solo criticare Saddam costituiva reato. Gli autori potevano anche finire davanti al plotone di esecuzione, ma per terrorizzare i suoi cittadini il regime arrivava ad applicare altre pene crudeli. Alcune di queste, come la marchiatura della fronte o l’amputazione di orecchie, mani e lingua, erano prescritte dalla legge oppure effettuate arbitrariamente dai reparti della milizia noti come i Feddayin di Saddam.
Nelle carceri irachene, tra cui almeno 200 segrete, dislocate in alcuni magazzini, depositi, edifici governativi o nei ministeri, tortura e maltrattamenti erano all’ordine del giorno, tra cui scariche elettriche per mutilare le mani, estrazione delle unghie, violenze sessuali e “stupri autorizzati”. Tutti i presidi militari avevano poi un loro centro di detenzione riservato di solito ai prigionieri politici, stimati in circa 4.000 su un totale di 60.000 detenuti, migliaia dei quali mai processati e in attesa solo di un’amnistia. In alternativa alle amnistie, il regime ha spesso messo in atto “campagne di pulizia delle prigioni” che consistevano nello svuotamento di quelle sovraffollate tramite l’esecuzione di centinaia di detenuti alla volta.
Secondo il Rapporto presentato il 1° aprile 2002 alla Commissione Onu per i Diritti Umani, il Governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998 al 2001. Il maggiore dei figli di Saddam, Uday, era considerato un vero e proprio patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato un numero di decreti di esecuzione stimato in 10.000.
Dal 9 aprile, giorno della caduta del regime di Saddam Hussein, l’applicazione della pena di morte in Iraq era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione e la Costituzione provvisoria, adottata l’8 marzo 2004, non vi fa alcun riferimento.
L’8 agosto 2004, a poco più di un mese dal suo insediamento, l’allora Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ha varato una legge che ripristina la pena di morte per omicidio, sequestro di persona, stupro e traffico di stupefacenti.
Il 4 ottobre 2005, il Parlamento iracheno ha approvato una nuova legge anti-terrorismo che prevede la pena di morte per “chiunque commetta ... atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”.
La legge irachena prescrive che una condanna a morte sia approvata dal governo, dal presidente e dai due vice-presidenti.
In Iraq, la legge islamica è la fonte principale della legislazione secondo la Costituzione del 2005.
Non esistono statistiche ufficiali sul numero di detenuti condannati a morte e giustiziati in Iraq. Si stima però che, dal ripristino della pena capitale nell’agosto del 2004 fino al 2009, siano state condannate a morte un migliaio di persone, molte delle quali sono state giustiziate. Tutte le condanne capitali devono essere confermate dalla Corte di Cassazione e, poi, sottoposte al Consiglio Presidenziale composto dal Presidente e dai due Vice Presidenti per la loro ratifica ed esecuzione. Siccome il Presidente Jalal Talabani è contrario alla pena di morte, delega i suoi poteri di ratifica ai due Vice Presidenti. Il 13 giugno 2011, il presidente Talabani ha autorizzato il suo primo vice presidente Khudayr al-Khuzaie a firmare i decreti di esecuzione e, il 19 agosto, ha autorizzato il suo secondo vice presidente Tareq al-Hashemi a fare lo stesso.
Tutti i condannati le cui sentenze sono state ratificate dal Consiglio Presidenziale sono trasferiti nella quinta Sezione del carcere al-Kadhimiya di Baghdad prima di essere giustiziati. Le impiccagioni avvengono con regolarità, attraverso una forca di legno in una angusta cella della Quinta Sezione (al Shuba al Khamisa) del carcere al Kadhimiya, ex quartiere generale dell’intelligence di Saddam Hussein, nel quartiere sciita Kadhimiya di Baghdad. Questa sezione del carcere dipende dal Ministero dell’interno, mentre le altre afferiscono a quello della giustizia. Non ci sono registrazioni ufficiali di queste impiccagioni, effettuate in quello che ora si chiama “complesso carcerario di alta sicurezza” della capitale, tuttavia sarebbero centinaia le persone giustiziate in questo luogo dalla fine del regime di Saddam. L’ex dittatore è stato impiccato nello stesso complesso di Kadhimiya dove gli uomini di al-Maliki, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita, ora impiccano le loro vittime. In molti casi, pare che gli iracheni non conservino né rendano pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato. Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticano sui loro sequestrati.
Il 30 maggio 2010, il Consiglio dei Ministri iracheno ha esteso l’applicazione della pena capitale per reati economici (art. 197 del Codice penale del 1989) anche al furto di elettricità.
La pena capitale può essere attualmente imposta per circa 48 reati, inclusi diversi crimini non-mortali come il danneggiamento di proprietà pubbliche in certe circostanze.
Le esecuzioni sono iniziate nell’agosto 2005. Da allora e fino all’11 novembre 2012, sono state eseguite almeno 472 condanne a morte, la gran parte per fatti di terrorismo. Le esecuzioni nel 2012, avvenute tutte tramite impiccagione, sono state almeno 129, secondo un conteggio tenuto dalla AFP sulla base di comunicati del Ministero della Giustizia.
Il 24 gennaio 2012, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay, si è detta scioccata dopo aver appreso delle 34 persone giustiziate in Iraq in un solo giorno e ha chiesto al Paese di introdurre un’immediata moratoria sull’uso della pena di morte. “Anche se fossero stati osservati i più scrupolosi standard sul processo equo, si tratterebbe comunque di un numero terrificante di persone giustiziate in un solo giorno”, è scritto nel comunicato dell’Alto Commissario. “Considerando la mancanza di trasparenza dei procedimenti giudiziari, le preoccupazioni relative al giusto processo e l’alto numero di reati punibili con la pena di morte in Iraq, si tratta di una cifra realmente scioccante”, ha aggiunto. “L’aspetto più inquietante”, ha detto Pillay, “è che non abbiamo una sola notizia di persone condannate a morte che siano state graziate, nonostante ci siano casi documentati di confessioni ottenute mediante minacce”. L’Alto Commissario ha anche chiesto a Baghdad di “fermare le esecuzioni e rivedere con urgenza i casi degli attuali prigionieri nel braccio della morte”.
Il 27 gennaio 2012, l’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton ha espresso preoccupazione per il crescente uso della pena di morte in Iraq. “L’aumento delle esecuzioni negli ultimi mesi va chiaramente contro la tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte”, ha detto in una nota. L’UE ha invitato l’Iraq a cessare le esecuzioni e a introdurre una moratoria sull’uso della pena di morte, in vista della sua abolizione. I 27 membri del blocco europeo hanno esortato l’Iraq ad aderire alle norme internazionali minime per l’uso della pena di morte. “La pena di morte dovrebbe essere imposta solo per i reati più gravi e nel caso di prove chiare e convincenti. Non deve mai essere usata nei casi in cui le condanne siano basate su confessioni che possono essere state estorte, e deve essere garantito un effettivo diritto di appello.”
Il 4 aprile 2012, il Segretario-Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha detto di essere “preoccupato per la crescente applicazione della pena di morte” in Iraq. “Chiedo alle autorità irachene di introdurre una moratoria sulla pena capitale”, ha concluso il Segretario-Generale dell’Onu.
Il 20 dicembre 2012, l'Iraq ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il 28 giugno 2004, il potere è stato trasferito a un Governo ad Interim guidato da Iyad Allawi e formato su indicazione delle Nazioni Unite con il compito di portare il paese a libere elezioni agli inizi del 2005.
Il 30 gennaio 2005, è stata eletta una Assemblea Nazionale di Transizione con il compito di preparare una nuova costituzione e portare il paese a nuove elezioni alla fine del 2005.
Il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi nel dicembre 2005 ha confermato un secondo mandato al Presidente Jalal Talabani, , leader curdo, nell’aprile 2006. Vice Presidenti sono: Adil Abd al-Mahdi, Tariq al-Hashimi. Subito dopo la sua elezione, Jalal Talabani ha affidato allo sciita Jawad al-Maliki l’incarico di formare il primo governo non a termine, dalla caduta di Saddam Hussein.
La pena di morte ha fatto parte del sistema giuridico iracheno in pratica dalla fondazione dello stato iracheno, nel 1920, ma il suo campo di applicazione è stato via via allargato da quando il Partito Baath è salito al potere nel 1968 e, in particolare, dal 1979, anno che ha segnato l’inizio della Presidenza di Saddam Hussein. Fino alla sua caduta nell’aprile 2003, hanno operato una serie di tribunali speciali amministrati dai vari servizi di sicurezza del paese. Le loro decisioni non potevano essere appellate e agli imputati non era consentito avvalersi di avvocati difensori. Il maggior numero di condanne a morte comminate sotto il regime di Saddam, è stato determinato da leggi e decreti emanati dal Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR), che rappresentava l’autorità legislativa suprema del regime.
Sotto Saddam Hussein non esisteva proporzionalità tra gravità del crimine commesso e sentenza emanata. La pena di morte poteva essere applicata per una serie infinita di “reati”, tra cui: attentato alla vita del Presidente; attività politica al di fuori del Partito Baath; azioni rivolte a sovvertire il regime o complotto contro lo stato; ricerca di asilo all’estero, divulgazione di segreti di stato (incluso il riferire la situazione relativa ai diritti umani); adesione al Partito Islamico al-Dawa; omicidio; traffico di droga; furto d’auto; conio di denaro; furto; corruzione; speculazione monetaria; appropriazione indebita, falsificazione di documenti; vendita di prodotti proibiti; traffico di oggetti antichi; prostituzione; diserzione...
La sopravvivenza di Saddam per un quarto di secolo è dipesa dalla risposta spietata a ogni accenno di dissenso. Le stime passate sulle persone giustiziate durante la dittatura di Saddam sembrano essere state inferiori di decine di migliaia di vittime. Secondo l’Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq, almeno 300.000 persone erano state sepolte in fosse comuni. Funzionari di organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di 500.000 persone e alcuni partiti politici iracheni stimano che siano più di un milione le persone giustiziate e sepolte in luogo segreto. Esecuzioni di oppositori politici e “cospiratori” militari si sono verificate fino al giorno della caduta del regime.
Il solo criticare Saddam costituiva reato. Gli autori potevano anche finire davanti al plotone di esecuzione, ma per terrorizzare i suoi cittadini il regime arrivava ad applicare altre pene crudeli. Alcune di queste, come la marchiatura della fronte o l’amputazione di orecchie, mani e lingua, erano prescritte dalla legge oppure effettuate arbitrariamente dai reparti della milizia noti come i Feddayin di Saddam.
Nelle carceri irachene, tra cui almeno 200 segrete, dislocate in alcuni magazzini, depositi, edifici governativi o nei ministeri, tortura e maltrattamenti erano all’ordine del giorno, tra cui scariche elettriche per mutilare le mani, estrazione delle unghie, violenze sessuali e “stupri autorizzati”. Tutti i presidi militari avevano poi un loro centro di detenzione riservato di solito ai prigionieri politici, stimati in circa 4.000 su un totale di 60.000 detenuti, migliaia dei quali mai processati e in attesa solo di un’amnistia. In alternativa alle amnistie, il regime ha spesso messo in atto “campagne di pulizia delle prigioni” che consistevano nello svuotamento di quelle sovraffollate tramite l’esecuzione di centinaia di detenuti alla volta.
Secondo il Rapporto presentato il 1° aprile 2002 alla Commissione Onu per i Diritti Umani, il Governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998 al 2001. Il maggiore dei figli di Saddam, Uday, era considerato un vero e proprio patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato un numero di decreti di esecuzione stimato in 10.000.
Dal 9 aprile, giorno della caduta del regime di Saddam Hussein, l’applicazione della pena di morte in Iraq era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione e la Costituzione provvisoria, adottata l’8 marzo 2004, non vi fa alcun riferimento.
L’8 agosto 2004, a poco più di un mese dal suo insediamento, l’allora Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ha varato una legge che ripristina la pena di morte per omicidio, sequestro di persona, stupro e traffico di stupefacenti.
Il 4 ottobre 2005, il Parlamento iracheno ha approvato una nuova legge anti-terrorismo che prevede la pena di morte per “chiunque commetta ... atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”.
La legge irachena prescrive che una condanna a morte sia approvata dal governo, dal presidente e dai due vice-presidenti.
In Iraq, la legge islamica è la fonte principale della legislazione secondo la Costituzione del 2005.
Non esistono statistiche ufficiali sul numero di detenuti condannati a morte e giustiziati in Iraq. Si stima però che, dal ripristino della pena capitale nell’agosto del 2004 fino al 2009, siano state condannate a morte un migliaio di persone, molte delle quali sono state giustiziate. Tutte le condanne capitali devono essere confermate dalla Corte di Cassazione e, poi, sottoposte al Consiglio Presidenziale composto dal Presidente e dai due Vice Presidenti per la loro ratifica ed esecuzione. Siccome il Presidente Jalal Talabani è contrario alla pena di morte, delega i suoi poteri di ratifica ai due Vice Presidenti. Il 13 giugno 2011, il presidente Talabani ha autorizzato il suo primo vice presidente Khudayr al-Khuzaie a firmare i decreti di esecuzione e, il 19 agosto, ha autorizzato il suo secondo vice presidente Tareq al-Hashemi a fare lo stesso.
Tutti i condannati le cui sentenze sono state ratificate dal Consiglio Presidenziale sono trasferiti nella quinta Sezione del carcere al-Kadhimiya di Baghdad prima di essere giustiziati. Le impiccagioni avvengono con regolarità, attraverso una forca di legno in una angusta cella della Quinta Sezione (al Shuba al Khamisa) del carcere al Kadhimiya, ex quartiere generale dell’intelligence di Saddam Hussein, nel quartiere sciita Kadhimiya di Baghdad. Questa sezione del carcere dipende dal Ministero dell’interno, mentre le altre afferiscono a quello della giustizia. Non ci sono registrazioni ufficiali di queste impiccagioni, effettuate in quello che ora si chiama “complesso carcerario di alta sicurezza” della capitale, tuttavia sarebbero centinaia le persone giustiziate in questo luogo dalla fine del regime di Saddam. L’ex dittatore è stato impiccato nello stesso complesso di Kadhimiya dove gli uomini di al-Maliki, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita, ora impiccano le loro vittime. In molti casi, pare che gli iracheni non conservino né rendano pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato. Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticano sui loro sequestrati.
Il 30 maggio 2010, il Consiglio dei Ministri iracheno ha esteso l’applicazione della pena capitale per reati economici (art. 197 del Codice penale del 1989) anche al furto di elettricità.
La pena capitale può essere attualmente imposta per circa 48 reati, inclusi diversi crimini non-mortali come il danneggiamento di proprietà pubbliche in certe circostanze.
Le esecuzioni sono iniziate nell’agosto 2005. Da allora e fino all’11 novembre 2012, sono state eseguite almeno 472 condanne a morte, la gran parte per fatti di terrorismo. Le esecuzioni nel 2012, avvenute tutte tramite impiccagione, sono state almeno 129, secondo un conteggio tenuto dalla AFP sulla base di comunicati del Ministero della Giustizia.
Il 24 gennaio 2012, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay, si è detta scioccata dopo aver appreso delle 34 persone giustiziate in Iraq in un solo giorno e ha chiesto al Paese di introdurre un’immediata moratoria sull’uso della pena di morte. “Anche se fossero stati osservati i più scrupolosi standard sul processo equo, si tratterebbe comunque di un numero terrificante di persone giustiziate in un solo giorno”, è scritto nel comunicato dell’Alto Commissario. “Considerando la mancanza di trasparenza dei procedimenti giudiziari, le preoccupazioni relative al giusto processo e l’alto numero di reati punibili con la pena di morte in Iraq, si tratta di una cifra realmente scioccante”, ha aggiunto. “L’aspetto più inquietante”, ha detto Pillay, “è che non abbiamo una sola notizia di persone condannate a morte che siano state graziate, nonostante ci siano casi documentati di confessioni ottenute mediante minacce”. L’Alto Commissario ha anche chiesto a Baghdad di “fermare le esecuzioni e rivedere con urgenza i casi degli attuali prigionieri nel braccio della morte”.
Il 27 gennaio 2012, l’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton ha espresso preoccupazione per il crescente uso della pena di morte in Iraq. “L’aumento delle esecuzioni negli ultimi mesi va chiaramente contro la tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte”, ha detto in una nota. L’UE ha invitato l’Iraq a cessare le esecuzioni e a introdurre una moratoria sull’uso della pena di morte, in vista della sua abolizione. I 27 membri del blocco europeo hanno esortato l’Iraq ad aderire alle norme internazionali minime per l’uso della pena di morte. “La pena di morte dovrebbe essere imposta solo per i reati più gravi e nel caso di prove chiare e convincenti. Non deve mai essere usata nei casi in cui le condanne siano basate su confessioni che possono essere state estorte, e deve essere garantito un effettivo diritto di appello.”
Il 4 aprile 2012, il Segretario-Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha detto di essere “preoccupato per la crescente applicazione della pena di morte” in Iraq. “Chiedo alle autorità irachene di introdurre una moratoria sulla pena capitale”, ha concluso il Segretario-Generale dell’Onu.
Il 20 dicembre 2012, l'Iraq ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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