CINA. I DATI CINESI SULLA REPRESSIONE NEL PAESE
davanti al Congresso Nazionale del Popolo riunito in sessione ordinaria, il capo della Suprema Procura Popolare, Jia Chunwang, ha reso noto i risultati della repressione in Cina che nell'arco del solo 2004 ha portato in carcere più di ottocentomila
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davanti al Congresso Nazionale del Popolo riunito in sessione ordinaria, il capo della Suprema Procura Popolare, Jia Chunwang, ha reso noto i risultati della repressione in Cina che nell'arco del solo 2004 ha portato in carcere più di ottocentomila persone per "minacce alla sicurezza dello Stato" oppure per "attività terroristiche, separatistiche o comunque estremistiche". Nel presentare il proprio rapporto annuale, Jia ha spiegato che nel 2004 gli arresti così motivati sono stati complessivamente 811.102, con un incremento dell'8,3 per cento rispetto all'anno precedente, mentre sono state 867.186 le persone che sono state processate per i medesimi reati. La situazione nella Repubblica Popolare nel 2004 è risultata "grave", ha enfatizzato Jia, il quale ha esortato le autorità a persistere nella repressione che, ha sottolineato, non solo va mantenuta ma deve altresì essere intensificata. Il super-procuratore ha evitato di entrare nei dettagli delle sentenze relative ai casi finiti in tribunale, compito questo che è toccato al presidente della Corte Suprema del Popolo Xiao Yang, il quale nel suo rapporto annuale al Parlamento ha riferito che 145.000 persone sono state condannate a morte o a lunghe pene detentive. Per l’esattezza Xiao Yang ha detto che nel 2004 i condannati per reati “gravi” sono stati oltre 700.000, il 19 per cento dei quali ha subito la condanna a morte, al carcere a vita o comunque a pene superiori ai cinque anni di prigione.
Nel nome della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico, sono finiti nel mirino delle autorità autori di omicidi, attentati dinamitardi e incendi, ma anche il pacifico dissenso politico. ‘Minacce’ o ‘messa a repentaglio’ della sicurezza statale è la formula giuridica in forza della quale il regime comunista cinese legittima la detenzione di dissidenti e oppositori: anche l’anno scorso migliaia di questi ultimi sono stati rinchiusi in prigione su tali basi, specie in Tibet e nella provincia nord-occidentale dello Xinjiang, l'ex Turkestan a maggioranza musulmana e turcofona. Attivisti tibetani e separatisti uiguri, sono stati anche condannati a morte o giustiziati. Nel corso del 2004 e sulle stesse basi, si è inasprita pure la persecuzione dei sospetti appartenenti al Falun Gong, movimento spirituale bandito nel 1999 come “culto malvagio” e accusato di minacciare il potere del Partito Comunista.
Nel nome della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico, sono finiti nel mirino delle autorità autori di omicidi, attentati dinamitardi e incendi, ma anche il pacifico dissenso politico. ‘Minacce’ o ‘messa a repentaglio’ della sicurezza statale è la formula giuridica in forza della quale il regime comunista cinese legittima la detenzione di dissidenti e oppositori: anche l’anno scorso migliaia di questi ultimi sono stati rinchiusi in prigione su tali basi, specie in Tibet e nella provincia nord-occidentale dello Xinjiang, l'ex Turkestan a maggioranza musulmana e turcofona. Attivisti tibetani e separatisti uiguri, sono stati anche condannati a morte o giustiziati. Nel corso del 2004 e sulle stesse basi, si è inasprita pure la persecuzione dei sospetti appartenenti al Falun Gong, movimento spirituale bandito nel 1999 come “culto malvagio” e accusato di minacciare il potere del Partito Comunista.
— FONTI
- (Fonti: Ansa, Agi, Reuters, 09/03/2005)
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