Ai sensi dell’articolo 4 della Costituzione iraniana...
Ai sensi dell’articolo 4 della Costituzione iraniana...
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Ai sensi dell’articolo 4 della Costituzione iraniana, la legge islamica è “la fonte essenziale per tutti i rami della legislazione”, tra cui la legislazione civile e penale.
La pena di morte è prevista per omicidio, rapina a mano armata, stupro, blasfemia, apostasia, rapimento, tradimento, spionaggio, terrorismo, reati economici, reati militari, cospirazione contro il Governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga.
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio. Secondo le stesse autorità, che però non forniscono statistiche ufficiali, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. La legge islamica (art. 179 della Legge sulle Punizioni Islamiche) vieta l’uso di bevande alcoliche che è punito con la fustigazione e anche con la pena di morte per chi viola questa disposizione per tre volte.
Secondo il quinto rapporto annuale di Iran Human Rights (IHR) sulla pena di morte nella Repubblica Islamica, nel 2012 sono state effettuate almeno 580 esecuzioni, un numero tra i più alti degli ultimi anni: 294 casi di esecuzione (51%) sono stati riportati da fonti ufficiali iraniane (siti web della magistratura, televisione nazionale, agenzie di stampa e giornali ufficiali o statali); 286 casi (49%) inclusi nei dati del 2012 sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o fonti di IHR in Iran).
Iran Human Rights sottolinea che il numero effettivo delle esecuzioni in Iran è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel suo rapporto annuale: almeno 240 altre esecuzioni non sono state incluse nel suo conteggio per la difficoltà incontrate nella ricerca di conferme. Ad esempio, sono state incluse nel rapporto 2012 solo 85 delle 325 esecuzioni che sarebbero avvenute segretamente nel carcere di Vakilabad.
Nel 2011, sulla base delle stesse fonti, Iran Human Rights aveva calcolato almeno 676 esecuzioni, 416 delle quali riportate da fonti ufficiali iraniane. Nel 2010, IHR aveva riportato almeno 646 esecuzioni, 312 delle quali da fonti ufficiali. Nel 2009, ne aveva stimate almeno 402, di cui 339 segnalate ufficialmente. Nel 2008, almeno 350 persone sono state messe a morte (in 282 casi ne hanno parlato i media).
Secondo Iran Human Rights, delle persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2012, solo una piccola parte è stata identificata con nome e cognome e ancora più ridotta è la parte di coloro di cui è stata resa nota l’età e la data del reato.
Limitatamente alle esecuzioni rese note dalle autorità iraniane, i reati che hanno motivato le condanne a morte sono così suddivisi in termini di frequenza: traffico di droga (73% dei casi); stupro (16%); omicidio (6%); moharebeh (fare guerra a Dio) (3%); rapina a mano armata (2%).
Secondo Human Rights Activists in Iran, nel 2012 sono state giustiziate almeno 587 persone, di cui 59 impiccate in pubblico. La magistratura iraniana ha reso noto il 54% di queste esecuzioni mentre il restante 46% è stato riportato da organizzazioni per i diritti umani. La maggior parte delle esecuzioni sono state effettuate a Tehran (16%). In confronto al 2011, l’Iran ha visto un aumento del 9% delle esecuzioni.
L’impiccagione è il metodo preferito con cui è applicata la Sharia in Iran. L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Nel luglio 2011, in seguito alla “Campagna sulle Gru” lanciata dal gruppo Uniti Contro l’Iran Nucleare (UANI), la Tadano, una società giapponese che produce gru, ha comunicato di non voler più stipulare contratti con il governo iraniano dopo aver saputo che i suoi prodotti sono usati in Iran per le esecuzioni pubbliche. Nell’agosto 2011, un altro produttore di gru giapponese, UNIC, ha annunciato la fine della sua attività in Iran, unendosi alla Tadano e alla Terex che si erano già ritirate dal commercio con l’Iran in seguito alla Campagna sulle Gru della UANI.
Nell’aprile 2013, il Consiglio dei Guardiani dell’Iran ha reinserito la lapidazione in una precedente versione del nuovo codice penale che l’aveva omessa come pena esplicita per l’adulterio. Il 2 novembre 2012, il sito web Melli-Mazhabi ha riportato che quattro donne erano state lapidate nei giorni precedenti, anche se il dipartimento di medicina forense di Teheran ha smentito la notizia.
In caso di lapidazione, il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato (la donna fino alle ascelle, l’uomo fino alla vita); un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, compiono l’esecuzione. L’art. 104 del Codice Penale stabilisce che “le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi”, in modo che la morte sia lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere, resterà imprigionato per almeno 15 anni, ma non verrà giustiziato.
Dopo le proteste post-elettorali del 2009, il numero di esecuzioni pubbliche in Iran è aumentato drammaticamente. Secondo Iran Human Rights, nel 2012 sono state almeno 60, un numero sei volte superiore rispetto al 2009, quando almeno 12 persone sono state impiccate in luoghi pubblici. Nel 2010, almeno 19 persone sono state impiccate pubblicamente. Nel 2011, le esecuzioni pubbliche sono più che triplicate, con almeno 65 persone impiccate in pubblico. La tendenza è proseguita nel 2013. Nel mese di gennaio e febbraio soltanto, sono state impiccate sulla pubblica piazza almeno 20 persone e, al 16 maggio, si erano già svolte almeno 32 esecuzioni pubbliche.
Le donne impiccate nel 2012 sono state almeno 9, ma solo nel caso di due di loro c’è stata la conferma ufficiale delle autorità iraniane.
L’esecuzione di minorenni è proseguita nel 2012 e nel 2013, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Un presunto minorenne al momento del reato è stato giustiziato in pubblico a marzo 2012, secondo Amnesty International. Altri due minori al momento del fatto sono stati giustiziati nel 2013, uno a gennaio e l’altro a febbraio. Almeno 4 persone erano state impiccate nel 2011, dopo essere state condannate per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Nel 2010, erano stati giustiziati almeno 2 minorenni e almeno 5 nel 2009.
Il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale – approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell’aprile 2013 – abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni, ma alcuni esperti hanno messo in dubbio che l’Iran abbia completamente abolito la pena di morte per i minori.
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età.
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici è continuata in Iran anche nel 2012 e nel 2013. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” erano in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano.
Secondo Iran Human Rights (IHR), delle 294 persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2012, almeno 23, il 3%, erano state accusate di Moharebeh (fare guerra a Dio).
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio.
Nel dicembre 2010 è entrata in vigore una versione aggiornata della legge anti-droga che estende la pena di morte al possesso di altri tipi di sostanze illegali, ad esempio la metamfetamina.
Nel 2012, come negli anni precedenti, il traffico di droga è stato l’accusa più frequente contro coloro che sono stati giustiziati.
Secondo il Rapporto annuale di Iran Human Rights, delle almeno 580 persone giustiziate nel 2012, almeno 438 sono state impiccate per droga. Le imputazioni per droga hanno rappresentato circa il 76% di tutti i casi di pena di morte nel 2012. Si tratta di una stima molto prudente, poiché non copre più di 240 esecuzioni segrete nella prigione Vakilabad da novembre a dicembre 2012. Quasi tutti i giustiziati segretamente nella prigione di Vakilabad sono stati condannati per reati di droga.
Secondo Iran Human Rights, nel 2011, almeno 480 esecuzioni (il 71%) sono state effettuate per reati legati alla droga. Nel 2010, le esecuzioni per traffico di droga di cui avevano dato notizia fonti ufficiali iraniane erano state almeno il 66%.
Le persone imputate di traffico di droga sono state condannate a morte dai tribunali rivoluzionari in processi condotti a porte chiuse e, spesso, senza un’adeguata difesa legale. Poiché la stragrande maggioranza delle persone giustiziate per droga non sono identificate con nome e cognome, non è possibile confermare le accuse. Osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
Le stesse autorità iraniane ammettono che molte esecuzioni sono relative a reati di droga. “Il numero di esecuzioni praticate in Iran è alto perché per il 74% riguarda persone riconosciute colpevoli di trafficare droga dall’Afghanistan ai Paesi dell’Europa Occidentale attraverso l’Iran”, ha dichiarato il 12 maggio 2011 il segretario generale del Consiglio Supremo Iraniano per i Diritti Umani, Mohammad Javad Larijani, nel corso della sua visita in Sudafrica. “Non possiamo vincere questa guerra da soli. Se l’Europa è interessata a prevenire il traffico di droga, allora dovrebbe prendere parte a questa guerra.” L’altra possibilità – ha aggiunto Larijani – è che l’Iran ignori il traffico di droga. “Possiamo chiudere i nostri occhi in modo che i trafficanti possano attraversare l’Iran e andare dove vogliono, in questo modo il numero di esecuzioni in Iran calerebbe del 74%. Farebbe molto bene alla nostra reputazione.”
Il 9 aprile 2013, i giornali danesi hanno riportato che la Danimarca aveva deciso di tagliare il suo contributo al programma anti-droga dell’Iran. L’aiuto è fornito alle autorità iraniane attraverso l’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro le Droghe e il Crimine). Negli ultimi anni diverse organizzazioni per i diritti umani hanno esortato l’UNODC e i Paesi donatori a smettere di contribuire indirettamente all’incremento delle esecuzioni in Iran. “La Danimarca ha negli ultimi due anni versato cinque milioni di dollari ogni anno per il programma di lotta alla droga in Iran”, ha reso noto il quotidiano danese Politiken. “Durante lo stesso periodo, le autorità iraniane hanno messo a morte centinaia di persone per presunti reati di droga e su questa base il Ministro per lo Sviluppo Christian Friis Bach (Radikale) ha deciso di sospendere immediatamente il sostegno al programma”, ha riferito Politiken. “E’ un segnale all’Iran che l’uso della pena di morte è inaccettabile e che in nessun modo noi vogliamo sostenerlo”, ha detto il Ministro.
Le esecuzioni di massa che hanno avuto luogo all’interno delle carceri in tutto il Paese si sono tutte svolte in segreto, in gruppi, senza preavviso e in forma extragiudiziale e arbitraria. Secondo fonti che hanno parlato con l’organizzazione International Campaign for Human Rights in Iran, le esecuzioni di gruppo all’interno del carcere Vakilabad sono svolte mettendo in fila i detenuti in un corridoio a cielo aperto che porta alla sala visite del carcere. Le esecuzioni si svolgono in segreto, senza la conoscenza o la presenza di avvocati e familiari dei prigionieri, che sanno delle avvenute esecuzioni solo uno o più giorni dopo. Gli stessi prigionieri non sono consapevoli della loro esecuzione imminente fino a poche ore prima che sia effettuata.
Le autorità governative o giudiziarie non pubblicano mai i dettagli, i numeri, i nomi, le date relativi alle esecuzioni né si assumono la responsabilità ufficiale delle impiccagioni. La Campagna è convinta che evitare gli annunci ufficiali delle esecuzioni è un tentativo deliberato per celare le statistiche reali delle esecuzioni in Iran.
Fonti della Campagna hanno anche detto che queste condanne a morte sono di norma emesse alla fine di processi spesso di soli pochi minuti e che gli imputati sono privati di un giusto processo. Tali modalità pongono queste esecuzioni nella categoria delle esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie.
“Una piccola sezione del Tribunale Rivoluzionario di Mashad esamina ‘diversi casi di traffico di droga ogni ora’, senza seguire le procedure per un processo equo o senza riguardo per le leggi iraniane in vigore, e in molti casi le numerose condanne a morte sono basate solo su rapporti dell’Ufficio di Intelligence, dell’Unità di Intelligence IRGC o dell’Unità di Intelligence della polizia, o con confessioni estorte ai sospetti tramite gravi torture fisiche per lo più all’interno di centri di detenzione della polizia. La maggior parte se non tutte le condanne a morte relative a casi di traffico di droga giudicati dal Tribunale Rivoluzionario di Mashad sono emesse alla fine di processi che durano solo ‘minuti’, senza la presenza di avvocati scelti dall’imputato o nominati dal tribunale, condanne che sono tutte confermate ed eseguite nel giro di pochi mesi”, ha detto una fonte locale della Campagna. “In molti casi, le condanne a morte di cittadini stranieri, per lo più afghani, sono emesse senza osservare il diritto di accedere ai servizi consolari. La mancanza di familiarità con la lingua ufficiale della corte, il persiano, impedisce agli imputati di comprendere il caso giudiziario e di rispondere alle domande”, ha aggiunto la fonte.
Iran Human Rights ritiene che una delle ragioni per le esecuzioni di massa segrete a Vakilabad e in altre carceri è il loro sovraffollamento. Secondo i dati ufficiali, ci sono circa 600.000 detenuti nelle carceri iraniane. Le fonti di IHR stimano che ci sono 20.000 prigionieri a Vakilabad, anche se il carcere ha la capacità di ospitarne solo 4.000. Secondo testimoni oculari, in alcuni reparti i detenuti devono dormire sulle scale e nei corridoi. La situazione è simile in molte altre prigioni iraniane, e sembra che l’esecuzione di massa di prigionieri nel braccio della morte sia una delle soluzioni che le autorità iraniane hanno trovato per risolvere il problema. Secondo notizie non confermate, ci potrebbero essere fino a 3.000 prigionieri nella prigione di Vakilabad a rischio di esecuzione nei prossimi mesi.
Ci sono state anche segnalazioni di esecuzioni segrete e senza preavviso in altre 15 prigioni iraniane. La maggior parte delle segnalazioni è pervenuta dalle carceri della zona di Teheran/Karaj: Evin, Ghezel Hesar e Rajai Shahr.
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta.
Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste con maschi e femmine insieme o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite sulla pubblica piazza come “lezione per chi guarda”.
Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo la prima elezione di Mahmoud Ahmadinejad, il quale già durante il suo mandato di sindaco di Teheran inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori. Le autorità iraniane hanno iniziato pattugliamenti di polizia nella capitale per arrestare le donne vestite in un modo giudicato sconveniente. I sostenitori della linea dura dicono che un velo inappropriato è una “questione di sicurezza” e che una “moralità spregiudicata” mette in pericolo l’essenza della Repubblica Islamica.
La versione iraniana del “prezzo del sangue” (Diya) stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”. Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente corrisponde a oltre 442 milioni di rial (circa 36.000 dollari). Il “prezzo del sangue” per la vita di una donna però continuerà a essere la metà di quello per la vita di un uomo.
Il 20 dicembre 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato – con 86 voti a favore, 32 contrari e 65 astensioni – una nuova risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Iran. L’Assemblea ha espresso profonda preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti umani relative ai casi di tortura e di trattamenti crudeli, inumani o degradanti, alla “allarmante” elevata frequenza dell’utilizzo della pena di morte in assenza delle garanzie riconosciute a livello internazionale e alla mancata abolizione della pena capitale nei confronti di persone che erano minori di 18 anni al momento del loro reato.
Il 20 dicembre 2012, l’Iran ha votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La pena di morte è prevista per omicidio, rapina a mano armata, stupro, blasfemia, apostasia, rapimento, tradimento, spionaggio, terrorismo, reati economici, reati militari, cospirazione contro il Governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga.
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio. Secondo le stesse autorità, che però non forniscono statistiche ufficiali, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. La legge islamica (art. 179 della Legge sulle Punizioni Islamiche) vieta l’uso di bevande alcoliche che è punito con la fustigazione e anche con la pena di morte per chi viola questa disposizione per tre volte.
Secondo il quinto rapporto annuale di Iran Human Rights (IHR) sulla pena di morte nella Repubblica Islamica, nel 2012 sono state effettuate almeno 580 esecuzioni, un numero tra i più alti degli ultimi anni: 294 casi di esecuzione (51%) sono stati riportati da fonti ufficiali iraniane (siti web della magistratura, televisione nazionale, agenzie di stampa e giornali ufficiali o statali); 286 casi (49%) inclusi nei dati del 2012 sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o fonti di IHR in Iran).
Iran Human Rights sottolinea che il numero effettivo delle esecuzioni in Iran è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel suo rapporto annuale: almeno 240 altre esecuzioni non sono state incluse nel suo conteggio per la difficoltà incontrate nella ricerca di conferme. Ad esempio, sono state incluse nel rapporto 2012 solo 85 delle 325 esecuzioni che sarebbero avvenute segretamente nel carcere di Vakilabad.
Nel 2011, sulla base delle stesse fonti, Iran Human Rights aveva calcolato almeno 676 esecuzioni, 416 delle quali riportate da fonti ufficiali iraniane. Nel 2010, IHR aveva riportato almeno 646 esecuzioni, 312 delle quali da fonti ufficiali. Nel 2009, ne aveva stimate almeno 402, di cui 339 segnalate ufficialmente. Nel 2008, almeno 350 persone sono state messe a morte (in 282 casi ne hanno parlato i media).
Secondo Iran Human Rights, delle persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2012, solo una piccola parte è stata identificata con nome e cognome e ancora più ridotta è la parte di coloro di cui è stata resa nota l’età e la data del reato.
Limitatamente alle esecuzioni rese note dalle autorità iraniane, i reati che hanno motivato le condanne a morte sono così suddivisi in termini di frequenza: traffico di droga (73% dei casi); stupro (16%); omicidio (6%); moharebeh (fare guerra a Dio) (3%); rapina a mano armata (2%).
Secondo Human Rights Activists in Iran, nel 2012 sono state giustiziate almeno 587 persone, di cui 59 impiccate in pubblico. La magistratura iraniana ha reso noto il 54% di queste esecuzioni mentre il restante 46% è stato riportato da organizzazioni per i diritti umani. La maggior parte delle esecuzioni sono state effettuate a Tehran (16%). In confronto al 2011, l’Iran ha visto un aumento del 9% delle esecuzioni.
L’impiccagione è il metodo preferito con cui è applicata la Sharia in Iran. L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Nel luglio 2011, in seguito alla “Campagna sulle Gru” lanciata dal gruppo Uniti Contro l’Iran Nucleare (UANI), la Tadano, una società giapponese che produce gru, ha comunicato di non voler più stipulare contratti con il governo iraniano dopo aver saputo che i suoi prodotti sono usati in Iran per le esecuzioni pubbliche. Nell’agosto 2011, un altro produttore di gru giapponese, UNIC, ha annunciato la fine della sua attività in Iran, unendosi alla Tadano e alla Terex che si erano già ritirate dal commercio con l’Iran in seguito alla Campagna sulle Gru della UANI.
Nell’aprile 2013, il Consiglio dei Guardiani dell’Iran ha reinserito la lapidazione in una precedente versione del nuovo codice penale che l’aveva omessa come pena esplicita per l’adulterio. Il 2 novembre 2012, il sito web Melli-Mazhabi ha riportato che quattro donne erano state lapidate nei giorni precedenti, anche se il dipartimento di medicina forense di Teheran ha smentito la notizia.
In caso di lapidazione, il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato (la donna fino alle ascelle, l’uomo fino alla vita); un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, compiono l’esecuzione. L’art. 104 del Codice Penale stabilisce che “le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi”, in modo che la morte sia lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere, resterà imprigionato per almeno 15 anni, ma non verrà giustiziato.
Dopo le proteste post-elettorali del 2009, il numero di esecuzioni pubbliche in Iran è aumentato drammaticamente. Secondo Iran Human Rights, nel 2012 sono state almeno 60, un numero sei volte superiore rispetto al 2009, quando almeno 12 persone sono state impiccate in luoghi pubblici. Nel 2010, almeno 19 persone sono state impiccate pubblicamente. Nel 2011, le esecuzioni pubbliche sono più che triplicate, con almeno 65 persone impiccate in pubblico. La tendenza è proseguita nel 2013. Nel mese di gennaio e febbraio soltanto, sono state impiccate sulla pubblica piazza almeno 20 persone e, al 16 maggio, si erano già svolte almeno 32 esecuzioni pubbliche.
Le donne impiccate nel 2012 sono state almeno 9, ma solo nel caso di due di loro c’è stata la conferma ufficiale delle autorità iraniane.
L’esecuzione di minorenni è proseguita nel 2012 e nel 2013, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Un presunto minorenne al momento del reato è stato giustiziato in pubblico a marzo 2012, secondo Amnesty International. Altri due minori al momento del fatto sono stati giustiziati nel 2013, uno a gennaio e l’altro a febbraio. Almeno 4 persone erano state impiccate nel 2011, dopo essere state condannate per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Nel 2010, erano stati giustiziati almeno 2 minorenni e almeno 5 nel 2009.
Il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale – approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell’aprile 2013 – abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni, ma alcuni esperti hanno messo in dubbio che l’Iran abbia completamente abolito la pena di morte per i minori.
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età.
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici è continuata in Iran anche nel 2012 e nel 2013. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” erano in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano.
Secondo Iran Human Rights (IHR), delle 294 persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2012, almeno 23, il 3%, erano state accusate di Moharebeh (fare guerra a Dio).
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio.
Nel dicembre 2010 è entrata in vigore una versione aggiornata della legge anti-droga che estende la pena di morte al possesso di altri tipi di sostanze illegali, ad esempio la metamfetamina.
Nel 2012, come negli anni precedenti, il traffico di droga è stato l’accusa più frequente contro coloro che sono stati giustiziati.
Secondo il Rapporto annuale di Iran Human Rights, delle almeno 580 persone giustiziate nel 2012, almeno 438 sono state impiccate per droga. Le imputazioni per droga hanno rappresentato circa il 76% di tutti i casi di pena di morte nel 2012. Si tratta di una stima molto prudente, poiché non copre più di 240 esecuzioni segrete nella prigione Vakilabad da novembre a dicembre 2012. Quasi tutti i giustiziati segretamente nella prigione di Vakilabad sono stati condannati per reati di droga.
Secondo Iran Human Rights, nel 2011, almeno 480 esecuzioni (il 71%) sono state effettuate per reati legati alla droga. Nel 2010, le esecuzioni per traffico di droga di cui avevano dato notizia fonti ufficiali iraniane erano state almeno il 66%.
Le persone imputate di traffico di droga sono state condannate a morte dai tribunali rivoluzionari in processi condotti a porte chiuse e, spesso, senza un’adeguata difesa legale. Poiché la stragrande maggioranza delle persone giustiziate per droga non sono identificate con nome e cognome, non è possibile confermare le accuse. Osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
Le stesse autorità iraniane ammettono che molte esecuzioni sono relative a reati di droga. “Il numero di esecuzioni praticate in Iran è alto perché per il 74% riguarda persone riconosciute colpevoli di trafficare droga dall’Afghanistan ai Paesi dell’Europa Occidentale attraverso l’Iran”, ha dichiarato il 12 maggio 2011 il segretario generale del Consiglio Supremo Iraniano per i Diritti Umani, Mohammad Javad Larijani, nel corso della sua visita in Sudafrica. “Non possiamo vincere questa guerra da soli. Se l’Europa è interessata a prevenire il traffico di droga, allora dovrebbe prendere parte a questa guerra.” L’altra possibilità – ha aggiunto Larijani – è che l’Iran ignori il traffico di droga. “Possiamo chiudere i nostri occhi in modo che i trafficanti possano attraversare l’Iran e andare dove vogliono, in questo modo il numero di esecuzioni in Iran calerebbe del 74%. Farebbe molto bene alla nostra reputazione.”
Il 9 aprile 2013, i giornali danesi hanno riportato che la Danimarca aveva deciso di tagliare il suo contributo al programma anti-droga dell’Iran. L’aiuto è fornito alle autorità iraniane attraverso l’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro le Droghe e il Crimine). Negli ultimi anni diverse organizzazioni per i diritti umani hanno esortato l’UNODC e i Paesi donatori a smettere di contribuire indirettamente all’incremento delle esecuzioni in Iran. “La Danimarca ha negli ultimi due anni versato cinque milioni di dollari ogni anno per il programma di lotta alla droga in Iran”, ha reso noto il quotidiano danese Politiken. “Durante lo stesso periodo, le autorità iraniane hanno messo a morte centinaia di persone per presunti reati di droga e su questa base il Ministro per lo Sviluppo Christian Friis Bach (Radikale) ha deciso di sospendere immediatamente il sostegno al programma”, ha riferito Politiken. “E’ un segnale all’Iran che l’uso della pena di morte è inaccettabile e che in nessun modo noi vogliamo sostenerlo”, ha detto il Ministro.
Le esecuzioni di massa che hanno avuto luogo all’interno delle carceri in tutto il Paese si sono tutte svolte in segreto, in gruppi, senza preavviso e in forma extragiudiziale e arbitraria. Secondo fonti che hanno parlato con l’organizzazione International Campaign for Human Rights in Iran, le esecuzioni di gruppo all’interno del carcere Vakilabad sono svolte mettendo in fila i detenuti in un corridoio a cielo aperto che porta alla sala visite del carcere. Le esecuzioni si svolgono in segreto, senza la conoscenza o la presenza di avvocati e familiari dei prigionieri, che sanno delle avvenute esecuzioni solo uno o più giorni dopo. Gli stessi prigionieri non sono consapevoli della loro esecuzione imminente fino a poche ore prima che sia effettuata.
Le autorità governative o giudiziarie non pubblicano mai i dettagli, i numeri, i nomi, le date relativi alle esecuzioni né si assumono la responsabilità ufficiale delle impiccagioni. La Campagna è convinta che evitare gli annunci ufficiali delle esecuzioni è un tentativo deliberato per celare le statistiche reali delle esecuzioni in Iran.
Fonti della Campagna hanno anche detto che queste condanne a morte sono di norma emesse alla fine di processi spesso di soli pochi minuti e che gli imputati sono privati di un giusto processo. Tali modalità pongono queste esecuzioni nella categoria delle esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie.
“Una piccola sezione del Tribunale Rivoluzionario di Mashad esamina ‘diversi casi di traffico di droga ogni ora’, senza seguire le procedure per un processo equo o senza riguardo per le leggi iraniane in vigore, e in molti casi le numerose condanne a morte sono basate solo su rapporti dell’Ufficio di Intelligence, dell’Unità di Intelligence IRGC o dell’Unità di Intelligence della polizia, o con confessioni estorte ai sospetti tramite gravi torture fisiche per lo più all’interno di centri di detenzione della polizia. La maggior parte se non tutte le condanne a morte relative a casi di traffico di droga giudicati dal Tribunale Rivoluzionario di Mashad sono emesse alla fine di processi che durano solo ‘minuti’, senza la presenza di avvocati scelti dall’imputato o nominati dal tribunale, condanne che sono tutte confermate ed eseguite nel giro di pochi mesi”, ha detto una fonte locale della Campagna. “In molti casi, le condanne a morte di cittadini stranieri, per lo più afghani, sono emesse senza osservare il diritto di accedere ai servizi consolari. La mancanza di familiarità con la lingua ufficiale della corte, il persiano, impedisce agli imputati di comprendere il caso giudiziario e di rispondere alle domande”, ha aggiunto la fonte.
Iran Human Rights ritiene che una delle ragioni per le esecuzioni di massa segrete a Vakilabad e in altre carceri è il loro sovraffollamento. Secondo i dati ufficiali, ci sono circa 600.000 detenuti nelle carceri iraniane. Le fonti di IHR stimano che ci sono 20.000 prigionieri a Vakilabad, anche se il carcere ha la capacità di ospitarne solo 4.000. Secondo testimoni oculari, in alcuni reparti i detenuti devono dormire sulle scale e nei corridoi. La situazione è simile in molte altre prigioni iraniane, e sembra che l’esecuzione di massa di prigionieri nel braccio della morte sia una delle soluzioni che le autorità iraniane hanno trovato per risolvere il problema. Secondo notizie non confermate, ci potrebbero essere fino a 3.000 prigionieri nella prigione di Vakilabad a rischio di esecuzione nei prossimi mesi.
Ci sono state anche segnalazioni di esecuzioni segrete e senza preavviso in altre 15 prigioni iraniane. La maggior parte delle segnalazioni è pervenuta dalle carceri della zona di Teheran/Karaj: Evin, Ghezel Hesar e Rajai Shahr.
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta.
Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste con maschi e femmine insieme o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite sulla pubblica piazza come “lezione per chi guarda”.
Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo la prima elezione di Mahmoud Ahmadinejad, il quale già durante il suo mandato di sindaco di Teheran inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori. Le autorità iraniane hanno iniziato pattugliamenti di polizia nella capitale per arrestare le donne vestite in un modo giudicato sconveniente. I sostenitori della linea dura dicono che un velo inappropriato è una “questione di sicurezza” e che una “moralità spregiudicata” mette in pericolo l’essenza della Repubblica Islamica.
La versione iraniana del “prezzo del sangue” (Diya) stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”. Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente corrisponde a oltre 442 milioni di rial (circa 36.000 dollari). Il “prezzo del sangue” per la vita di una donna però continuerà a essere la metà di quello per la vita di un uomo.
Il 20 dicembre 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato – con 86 voti a favore, 32 contrari e 65 astensioni – una nuova risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Iran. L’Assemblea ha espresso profonda preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti umani relative ai casi di tortura e di trattamenti crudeli, inumani o degradanti, alla “allarmante” elevata frequenza dell’utilizzo della pena di morte in assenza delle garanzie riconosciute a livello internazionale e alla mancata abolizione della pena capitale nei confronti di persone che erano minori di 18 anni al momento del loro reato.
Il 20 dicembre 2012, l’Iran ha votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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