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Ad oggi, la pena di morte non esiste più in 18 dei 50 Stati della federazione americana

Ad oggi, la pena di morte non esiste più in 18 dei 50 Stati della federazione americana

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Gli Stati Uniti, da un punto di vista amministrativo, sono composti da 50 Stati e 3 giurisdizioni (il Distretto di Columbia, il Governo Federale e l’Amministrazione Militare).
Ad oggi, la pena di morte non esiste più in 19 dei 50 Stati e in 1 delle 3 giurisdizioni, quella del Distretto di Columbia, che è il distretto sotto la diretta autorità del Congresso, meglio conosciuto come Washington D.C., capitale degli USA. Uno stato ha abolito la pena di morte nel 2015, il Nebraska.
La pena di morte è ancora in vigore in 31 Stati della federazione e in 2 giurisdizioni. Tra le giurisdizioni “mantenitrici”, però, 11 non effettuano esecuzioni da almeno 10 anni, 2 non ne compiono da 9 anni e 5 da oltre 5 anni. Praticamente, le giurisdizioni che hanno compiuto esecuzioni nell’arco degli ultimi 5 anni sono solamente 15.

Nel 2015 le esecuzioni sono state 28, concentrate in soli 6 stati. Nel 2014 erano state 35 ed erano avvenute in 7 stati.
Nel 2015 ci sono state 49 nuove condanne a morte, comminate in solo 14 Stati, più il Governo Federale, che ne ha emessa una. Nel 2014 le condanne erano state 73. Sono diminuiti anche i detenuti nel braccio della morte: al 1° gennaio 2016, c’erano 2.943 condannati a morte, 76 in meno rispetto al 1° gennaio 2015.
Le polemiche seguite dopo diverse esecuzioni mal riuscite, le molte controversie sulle fonti di approvvigionamento dei farmaci letali, il proscioglimento di persone ingiustamente condannate, la disponibilità dell’ergastolo senza condizionale e il costo della pena capitale, sono i fattori principali che hanno determinato il declino di esecuzioni, condanne a morte e detenuti nel braccio della morte.

Le esecuzioni
Le 28 esecuzioni del 2015 sono avvenute in solo 6 dei 31 Stati mantenitori: Texas (13), Missouri (6), Georgia (5), Florida (2), Oklahoma e Virginia (1). Nel 2016, al 30 giugno, sono state effettuate 14 esecuzioni, tutte concentrate in 5 stati: Texas (6), Georgia (5), Alabama, Florida e Missouri (1).
Le 28 esecuzioni del 2015 costituiscono il numero più basso da 25 anni (1991). Anche il fatto che solo 6 stati abbiano effettuato esecuzioni è un record: si tratta del numero più basso dal 1988.

Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976 fino al 30 giugno 2016, gli Stati Uniti hanno portato a compimento un totale di 1.436 esecuzioni. In proporzione alla popolazione, gli stati che compiono più esecuzioni sono, nell’ordine, Oklahoma, Texas, Delaware, Virginia e Missouri.
Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976, tre Stati hanno giustiziato solo “volontari”, ossia persone che hanno volontariamente accelerato la procedura rinunciando a tutti o a parte dei ricorsi possibili: Pennsylvania, Oregon e Connecticut.
In totale, dal 1976, 144 detenuti sono stati giustiziati in quanto “volontari”, il 10% del totale dei giustiziati.

Tutte le esecuzioni del 2015 sono avvenute per iniezione letale. Tutte hanno riguardato maschi, tranne 1 avvenuta il 30 settembre in Georgia.
L’età media delle persone giustiziate nel 2015 è 47 anni. Il tempo medio che i giustiziati nel 2015 hanno trascorrono nei bracci della morte prima dell’esecuzione è stato di 17,6 anni. Divisi per razze, i giustiziati nel 2015 sono stati 11 bianchi, 10 neri, e 7 ispanici. I 28 giustiziati nel complesso erano stati condannati per 43 omicidi, le cui vittime erano state 26 bianchi, 11 neri, e 6 ispanici.

Le condanne a morte
Oltre a quello delle esecuzioni, si sta registrando un trend di forte diminuzione delle condanne a morte, a sottolineare la minore propensione delle giurie popolari verso la pena capitale e la scelta sempre più diffusa della pubblica accusa di “accontentarsi” di condanne minori in cambio di iter processuali più brevi e certi.
Secondo il Death Penalty Information Center, nel 2015 le nuove condanne a morte sono state 49, ventiquattro in meno rispetto al 2014. È il numero più basso da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Il numero massimo era stato raggiunto nel 1996, con 315 condanne. È il 5° anno di seguito che le nuove condanne a morte si attestano sotto la cifra di 100.
Le condanne a morte, come le esecuzioni, sono avvenute prevalentemente in pochi Stati. Il 60% delle condanne a morte è stato emesso da solo 3 Stati: California (14), Florida (9) e Alabama (6). L’Alabama è lo Stato che ha emesso più condanne in proporzione alla popolazione. Il Texas, da molti anni in testa al numero di esecuzioni, nel 2015 ha emesso solo 2 condanne a morte, il suo numero più basso di sempre. Il numero più alto fu 48 nel 1999.

I bracci della morte
Al 1° gennaio 2016, secondo il Rapporto “Death Row USA” della NAACP Legal Defense Fund, c’erano 2.943 persone nei bracci della morte americani, 76 in meno rispetto al 1° gennaio 2015. È la prima volta che si scende sotto le 3.000 unità dalla primavera del 1995. All’epoca i bracci della morte stavano aumentando la loro popolazione perché si veniva da un periodo in cui la pena di morte era stata prima dichiarata incostituzionale (caso Furman v. Georgia, 1972) e poi di nuovo costituzionale nel 1976 (caso Gregg v. Georgia), dopo che gli stati avevano apportato alcune modifiche alle leggi capitali.

Il numero più alto di prigionieri nei vari bracci della morte statunitensi venne registrato nel 2001, con 3.670 unità. Da allora il calo è stato regolare e costante.
La California ha continuato ad avere la più grande popolazione del braccio della morte (743), seguita da Florida (396), Texas (263), Alabama (196) e Pennsylvania (180).
La California, con 40 milioni di abitanti, è di gran lunga lo stato più popoloso degli Usa (il Texas è secondo, con 28 milioni, la Florida è terza con 21 milioni). Il suo braccio della morte è così popolato in parte in relazione all’alto numero di condanne a morte emesse, ma in parte anche perché ha compiuto pochissime esecuzioni, 13 dal 1976 a oggi. L’ultima esecuzione risale al gennaio 2006.

Divisi per razze, nei bracci della morte ci sono 42,5% bianchi, 41,6% neri, 13% ispanici, 1,7% asiatici, 1% pellerossa più un detenuto del quale non è determinata la razza. Nel complesso, il 57% dei detenuti dei bracci della morte appartiene a minoranze razziali. Divisi per sesso, nei bracci della morte statunitensi ci sono 2.888 uomini (98,13%) e 55 donne (1,87%).
I bianchi non ispanici costituiscono il 64% della popolazione, i bianchi ispanici il 16%, i neri, il 12,6%, gli asiatici il 4,8%, e le altre minoranze, compresi gli indiani nativi, costituiscono il rimanente 2,6%. Nonostante i bianchi non ispanici costituiscano il 64% della popolazione, quasi il 57% dei detenuti dei bracci della morte appartengono alle minoranze.

Abolizioni e moratorie “de facto”
Ad oggi, la pena di morte è abolita in 19 Stati e 1 giurisdizione (tra parentesi l’anno di abolizione): Alaska (1957), Connecticut (2012), Hawaii (1957), Illinois (2011), Iowa (1965), Maine (1887), Maryland (2013), Massachusetts (1984), Michigan (1846), Minnesota (1911), Nebraska (2015), New Jersey (2007), New Mexico (2009), New York (2007), North Dakota (1973), Rhode Island (1984), Vermont (1964), West Virginia (1965), Wisconsin (1853), Distretto di Columbia (1981).
L’abolizione in Nebraska è stata impugnata per via referendaria. Attualmente la legge abolizionista è sospesa, e sarà sottoposta a referendum nel novembre 2016.
In quattro Stati – Washington, Colorado, Pennsylvania e Oregon – i Governatori hanno sospeso le esecuzioni “a tempo indeterminato” a causa degli evidenti difetti che connotano il sistema capitale.
Nell’agosto 2015 la Corte Suprema del Connecticut ha dichiarato incostituzionale tenere nel braccio della morte le 11 persone che erano state condannate prima che lo stato, nel 2012, abolisse la pena di morte, aprendo la strada a una serie di commutazioni individuali.
In Ohio il governatore Kasich ha rinviato tutte le esecuzioni al 2016 a seguito dei problemi pratici e procedurali legati al rifornimento di farmaci letali. Subito dopo il Procuratore Generale dello Stato ha comunicato che nemmeno nel corso del 2016 saranno effettuate esecuzioni.

Delle 33 giurisdizioni in cui vige ancora la pena di morte, 11 non hanno effettuato esecuzioni da più di dieci anni: Arkansas (ultima esecuzione nel 2005), California (2006), Colorado (1997), Kansas (1965), Nevada (2006), New Hampshire (1939), Oregon (1997), Pennsylvania (1999), Wyoming (1992), Amministrazione Militare (1961) e Governo Federale (2003).
Due stati non compiono esecuzioni da poco meno di 10 anni: Montana (agosto 2006), e North Carolina (agosto 2006). In 5 altri Stati non vi sono state esecuzioni da almeno 5 anni: Kentucky (2008), Louisiana (2010), South Carolina (2011), Utah (2010) e Washington (2010).

La politica legislativa
Nel corso del 2015 e nei primi sei mesi del 2016, sono state presentate molte leggi sulla pena di morte, alcune per abolirla, altre per rendere più rigide le norme per la sua applicazione, altre ancora per poterla utilizzare con più facilità. Molte di queste proposte hanno avuto vita breve, fermandosi nelle fasi preliminari dell’esame parlamentare.
Occorre ricordare che negli Stati Uniti i Parlamenti concentrano l’azione legislativa nei primi mesi dell’anno, ed ogni Stato ha una data limite entro la quale le nuove leggi devono passare, altrimenti devono essere ripresentate l’anno successivo. Queste le proposte di legge che hanno superato almeno le fasi iniziali di discussione.

Il 23 febbraio 2015, un disegno di legge per porre fine alla pena di morte in Montana, approvato dalla Commissione Giustizia 11-10, è stato bloccato alla Camera dopo un voto di parità 50 a 50.
In Delaware il 28 gennaio 2016 la Camera ha respinto 23-16 un disegno di legge (SB 40) che avrebbe abolito la pena di morte.
Il 28 gennaio 2016, in Missouri, un disegno di legge abolizionista ha superato 4-3 la Commissione Giustizia del Senato, con il voto favorevole di 2 senatori repubblicani e 2 democratici. Il 13 maggio 2016, il ddl è stato posto nel cosiddetto “calendario informale”, il che significa che il provvedimento non andrà avanti.
Il 3 marzo 2016, in New Hampshire, il Senato ha respinto 12-12 un ddl che avrebbe abolito la pena di morte, ma ha accettato di discuterne uno che istituirebbe una moratoria in attesa di elaborare un metodo che metta al riparo da eventuali errori giudiziari. Il New Hampshire è l’unico stato del New England ad avere ancora la pena di morte. L’ultima esecuzione risale al 1939, ed attualmente nel braccio della morte c’è un solo detenuto. Al Senato un voto di parità equivale ad una sconfitta.
Sempre in New Hampshire, il 10 marzo 2016, la Camera ha respinto con un voto per acclamazione il ddl HB 1522 che avrebbe esteso la pena di morte a “reati di terrorismo con più di una vittima e agli omicidi compiuti mentre la vittima esercita i propri diritti civili, come votare, frequentale la scuola, o altro”.
Il 3 marzo 2016, nello Utah, la Commissione Giustizia del Senato ha bocciato 2-5 il ddl HB 136 che avrebbe aggiunto l’aggravante di “traffico di esseri umani” a quelli per i quali può essere chiesta la pena di morte. Il ddl era passato il 2 febbraio in Commissione Giustizia alla Camera (6-3) e il 12 febbraio alla Camera (44-28).
Il 7 marzo 2016, in Florida, il Governatore Rick Scott, Repubblicano, ha ratificato la legge HB 7101 che modifica la legge capitale dopo che il 12 gennaio 2016 era stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. La nuova legge prevede che ora le giurie popolari possano emettere un verdetto di colpevolezza 10-2 (prima bastava 7-5), e soprattutto prevede che il parere della giuria sia vincolante per il giudice. In 28 dei 31 stati che usano la pena di morte occorre l’unanimità per emettere una condanna a morte. Fanno eccezione la Florida, l’Alabama e il Delaware.
Il 7 aprile 2016, in Alabama, il Senato ha approvato 20-6 il disegno di legge SB 237 per sospendere tutte le esecuzioni fino al 1° giugno 2017 in attesa che venga istituita ed entri in funzione una “Innocence Inquiry Commission”, una commissione che riveda le condanne a morte nei casi in cui siano emersi nuovi elementi. Il ddl è stato presentato dal senatore repubblicano Dick Brewbaker, che è favorevole alla pena di morte ma ritiene che alcune modifiche vadano apportate perché “la gente riacquisti fiducia nel sistema capitale”. Il ddl non ha proseguito il cammino, e giunti alla scadenza della sessione legislativa 2016 è stato accantonato con la formula “Aggiornato Sine Die”. Il 17 maggio 2016, sempre in Alabama, è andato alla ratifica del Governatore il disegno di legge HB 379 che aumenta la segretezza attorno alle esecuzioni. Il ddl è passato alla camera il 23 marzo con un voto 99-0, e al Senato il 3 maggio con un voto 28-0 (al 24 giugno non era stato ancora ratificato).
Il 12 aprile 2016, in Ohio, la Camera ha approvato 83-11 il disegno di legge HB 57 che aumenterebbe le aggravanti per le quali diventerebbe possibile chiedere la pena di morte. La legge, inoltrata al Senato, non ha proseguito il suo percorso.
Il 24 aprile 2016, in Virginia, è entrata in vigore la legge HB 815 che aumenta la segretezza attorno alle esecuzioni, e consente allo Stato di rivolgersi a laboratori artigianali per l’approvvigionamento di farmaci letali. Inizialmente la legge prevedeva la reintroduzione della sedia elettrica. Approvata da Camera e Senato, era stata mandata al Governatore per la ratifica. L’8 aprile, il Governatore Terry McAuliffe l’aveva restituita al Parlamento con una sua proposta di modifica, quella appunto di ampliare lo spettro dei possibili fornitori di farmaci letali, cassando la parte sulla sedia elettrica. Il 20 aprile la Camera ha approvato il cambiamento con un voto 59-40, e il Senato con un voto 22-16.
Il 3 maggio 2016, in Mississippi, il Governatore ha ratificato la legge SB 2237 che aumenta la segretezza attorno alle esecuzioni. La legge era passata al Senato 39-12 e alla Camera 103-13.

I metodi di esecuzione
Oggi tutti gli Stati della Federazione, il Governo Federale e l’Amministrazione Militare hanno l’iniezione come primo metodo di esecuzione.
Alcuni stati prevedono un secondo, eventuale, metodo che può essere, a seconda degli stati, la camera a gas, la fucilazione o l’impiccagione.
Alcuni Stati utilizzano un protocollo con tre farmaci, altri usano il protocollo a due farmaci, altri ancora quello con un singolo farmaco.
Il protocollo a tre farmaci usa un anestetico, seguito da un rilassante muscolare per paralizzare il detenuto e cloruro di potassio per fermare il cuore. Il protocollo a due farmaci prevede una dose di sedativo seguita da una dose letale di anestetico. Il protocollo con farmaco unico utilizza una dose letale di un anestetico.
L’azione di alcuni importanti gruppi per i diritti umani sulle industrie che producono i farmaci utilizzati per le iniezioni letali ha causato la difficoltà per le amministrazioni penitenziarie statunitensi di acquistare nuove dosi di farmaci letali. Questo ha portato, negli ultimissimi anni, a diversi cambiamenti dei protocolli di esecuzione, nel tentativo delle amministrazioni penitenziarie di aggirare il problema della non-collaborazione delle case farmaceutiche.
Nel tentativo di contrastare le campagne di sensibilizzazione da parte delle organizzazioni contro la pena di morte, che utilizzano le leggi sulla libertà d’informazione e i media per convincere i produttori di farmaci a interrompere la distribuzione ai penitenziari americani, alcuni Stati hanno anche approvato leggi per coprire con un manto di segretezza i nomi dei fornitori.

In alcuni Stati rimangono in vigore i “vecchi metodi”, disponibili su richiesta del condannato e di solito solo per i reati commessi prima dell’entrata in vigore dell’iniezione.
La sedia elettrica rimane disponibile in 8 Stati: Alabama, Arkansas, Florida, Kentucky, Oklahoma, South Carolina, Tennessee e Virginia. La camera a gas in 5 Stati: Arizona, California, Missouri, Oklahoma (a partire dal 17 aprile 2015, la camera a gas azoto verrebbe impiegata se la droga per l’iniezione letale non è disponibile o se tale metodo è dichiarato incostituzionale) e Wyoming. La fucilazione in 3 Stati: Mississippi, Oklahoma e Utah.
L’impiccagione in 3 Stati: Delaware, New Hampshire e Washington.
Il 23 marzo 2015, il Governatore Repubblicano dello Utah, Gary Herbert, ha ratificato la legge per la reintroduzione della fucilazione come “secondo metodo di esecuzione”. La legge prevede che l’amministrazione penitenziaria utilizzi preferibilmente l’iniezione letale, ma nel caso non riesca a reperire i farmaci letali, può utilizzare la fucilazione.
Il 17 aprile 2015, la Governatrice Repubblicana dell’Oklahoma, Mary Fallin, ha ratificato la legge inventa un nuovo tipo di camera a gas, prevedendo l’uso dell’azoto come metodo di riserva per compiere le esecuzioni. L’azoto è il gas inerte, di per sé non velenoso, che compone per il 79% l’aria che respiriamo, assieme al 21% di ossigeno. Una camera a gas che venisse riempita di azoto provocherebbe la morte non per “avvelenamento” come avveniva nelle vecchie camere a gas che utilizzavano il cianuro, ma per asfissia per totale mancanza di ossigeno. Gli oppositori della legge notano che un tale metodo di esecuzione non è mai stato usato in nessuna parte del mondo – nemmeno sugli animali – e non si sa quindi assolutamente niente su come possa funzionare. Il 3 maggio 2016, in Mississippi, il Governatore ha ratificato la legge SB 2237 che consente all’amministrazione penitenziaria di utilizzare la fucilazione nel caso l’iniezione letale diventi o troppo costosa o impossibile da attuare.

Delle 1.436 esecuzioni compiute negli USA da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1977 e fino al 30 giugno 2016, 1.261 sono avvenute per iniezione letale, 158 sulla sedia elettrica, 11 nella camera a gas, 3 per impiccagione e 3 per fucilazione.

La Corte Suprema
Negli anni più recenti la Corte Suprema degli Stati Uniti ha preso decisioni “miliari”, da una parte, nel vietare le esecuzioni di malati mentali (2002) e di minori (2005), dall’altra, nel confermare la costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale (2008).
Come è noto, i giudici della Corte Suprema sono nominati “a vita”, e quindi, a causa del ricambio molto lento dei giudici, cambiano anche lentamente le linee guida della corte stessa. Ma alcune sentenze emesse nel 2015 e nei primi mesi del 2016 hanno scosso i sistemi capitali di singoli stati.

La prima sentenza importante è stata una sconfitta per il fronte abolizionista, ma per la prima volta da molti anni, questa sconfitta è stata di stratta misura.
Il 29 giugno 2015, la Corte ha confermato la costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale dell’Oklahoma e, in particolare, dell’utilizzo del Midazolam, il farmaco che è stato al centro di alcune recenti esecuzioni difettose negli Stati Uniti. Con 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha ritenuto in Glossip v. Gross che i ricorrenti non sono riusciti a stabilire che l’uso del Midazolam viola l’Ottavo Emendamento della Costituzione, che proibisce punizioni crudeli e inusuali. Nella sentenza scritta dal Giudice Samuel Alito, la Corte ha detto che, per avere ragione, i ricorrenti avrebbero dovuto indicare un “metodo alternativo conosciuto e disponibile” che avrebbe assicurato un minor rischio di dolore. In un parere radicalmente dissenziente, il Giudice Stephen Breyer, a cui si è unita il Giudice Ruth Bader Ginsburg, ha posto “una questione più di fondo: se la pena di morte viola la Costituzione ... Il sistema attuale della pena di morte ha tre difetti costituzionali fondamentali: (1) inaffidabilità grave, (2) arbitrarietà nell’applicazione, e (3) irragionevolmente lunghi ritardi che minano lo scopo intrinseco della pena capitale. Forse per questo, (4) in molte parti degli Stati Uniti, la pratica è stata abbandonata”. Questa sentenza ha fatto scrivere a diversi commentatori che forse la Corte è pronta ad affrontare non solo singoli aspetti delle leggi dei singoli stati, ma la costituzionalità della pena di morte in sé. Nei mesi successivi però la Corte Suprema sembra essersi volutamente tenuta alla larga da tale prospettiva. Alcuni commentatori ritengono che ciò dipenda dal fatto che allo stato attuale, dopo la morte di uno dei 9 membri, Antonin Scalia, si è in attesa che venga confermata dal Senato la nomina del nuovo giudice, che secondo il Presidente Obama dovrebbe essere Merrick Garland. La posizione di Garland sulla pena di morte però è nota: ritiene che la questione della costituzionalità sia stata affrontata e risolta nel 1976 con la sentenza Gregg v. Georgia (che dichiarò la costituzionalità della pena capitale), e che da allora i parametri di costituzionalità non siano cambiati. Alla data del 23 giugno 2016 la procedura al Senato per la conferma della nomina non era ancora conclusa.

Ma se la Corte sembra non intenzionata ad affrontare il nodo principale, ha però messo in discussione alcune centinaia di condanne a morte emesse in Florida, Alabama e Delaware.
Il 12 gennaio 2016, la Corte ha dichiarato incostituzionale la legge capitale della Florida, con ricadute su altri due stati, Alabama e Delaware, che hanno leggi molto simili. Affrontando il caso Hurst v. Florida, la Corte ha dichiarato incostituzionale la legge nella parte in cui il giudice ha più potere della giuria popolare nel decidere una condanna a morte. Con un voto 8-1 la corte ha annullato la condanna a morte di Timothy Hurst, e contestualmente ha dichiarato incostituzionale il maggior potere che ha il giudice rispetto alla giuria popolare nel decidere la sentenza. Il voto della giuria popolare in quasi tutti gli stati equivale ad una condanna a morte, perché il giudice ha il dovere di rispettarlo. In tre stati invece, Florida Alabama e Delaware, il giudice non è obbligato per legge a seguire il voto della giuria popolare.
Secondo la Corte Suprema, questo viola il Sesto Emendamento, che garantisce il diritto dell’imputato ad essere giudicato da una “giuria di pari”, in quanto se un membro del collegio giudicante (in questo caso il giudice) ha un potere maggiore di quello degli altri membri, la giuria chiaramente non è composta da “pari”.
La sentenza Hurst v. Florida al di là del “tecnicismo” sul ruolo del giudice, non affronta in maniera esplicita il vero nodo della questione, e cioè il fatto che Florida, Alabama e Delaware sono gli unici tre stati che consentono l’emissione di condanne a morte senza un voto all’unanimità. Secondo molti osservatori, quella della Corte Suprema è una scelta di compromesso, che rinvia ai giudici e ai politici locali ulteriori decisioni.
Dopo questa sentenza, Alabama e Florida hanno modificato le loro leggi, vincolando anche loro il giudice al rispetto del voto di maggioranza. In Delaware invece il Parlamento non ha agito, e un giudice ha bloccato tutti i procedimenti capitali passati e presenti.
Nonostante le nuove leggi, la Corte Suprema ha di nuovo messo in crisi il sistema capitale dei 3 stati: il 2 maggio 2016 ha annullato la condanna a morte di Bart Johnson (il caso è Bart W. v. Alabama) perché emesse ai sensi di una legge che nel frattempo è stata dichiarata incostituzionale. Il 31 maggio la Corte Suprema ha ribadito pedissequamente la sua posizione, annullando anche la condanna a morte di Corey Wimbley (il caso è Wimbley v. Alabama). Appare chiaro a questo punto che tutte le condanne a morte emesse in questi decenni in Florida, Alabama e Delaware, stati che hanno oltre 600 persone nei bracci della morte, potrebbero essere messe in discussione.

I proscioglimenti e le commutazioni
“Esonerato” è un termine tecnico che, nella giustizia statunitense, indica chi è condannato in primo grado, ma poi assolto in appello. Come è noto l’appello negli Stati Uniti non è un atto unico e irripetibile, ma può essere ripresentato ogni volta che la difesa ritiene di aver trovato elementi probatori nuovi. Non è raro che alcuni ‘appelli’ si tengano anche 20 anni o più dopo il primo grado. In alcuni casi gli “esonerati” sono palesemente innocenti (quando ad esempio i test del DNA dimostrano la colpevolezza di qualcun altro), in altri casi si arriva al proscioglimento in appello per “insufficienza di prove” o perché, a tanti anni di distanza dai fatti, la Pubblica Accusa non ha più testimoni attendibili per rifare un processo.

Il Death Penalty Information Center (DPIC) tiene una lista di questi “esoneri” dal braccio della morte, in base alla quale dal 1973 al 31 maggio 2016 le persone prosciolte sono state 156 in 26 diversi Stati. Secondo “The Innocence List”, il tempo medio tra la condanna e il riconoscimento di innocenza è di 11,3 anni. In 20 casi la prova dell’innocenza è stata raggiunta grazie a nuovi test del DNA. Secondo i criteri stabiliti dal DPIC, nel corso del 2015 sono stati prosciolti 6 detenuti del braccio della morte in 6 Stati.
Secondo uno studio sovrapponibile pubblicato il 3 febbraio 2016 dal Registro Nazionale degli Esonerati [Il National Registry of Exonerations (NRE) è un progetto avviato nel 2012 dalla University of Michigan e dalla Northwestern University], altre 5 persone condannate a morte andrebbero aggiunte alla lista degli esonerati per il 2015. L’NRE usa criteri leggermente diversi da quelli usati dal DPIC. Nel 2016, al 30 giugno, non ci sono stati prosciolti.

Il 23 marzo 2015, venticinque anni dopo la condanna a morte per l’uccisione del figlio di quattro anni, tutte le accuse contro Debra Jean Milke, bianca, sono state ritirate. Milke era uscita dal carcere nel 2013 dopo aver passato 22 anni nel braccio della morte in Arizona, ma era ancora di fronte alla possibilità di un nuovo processo ed era rimasta libera su cauzione con un braccialetto di monitoraggio elettronico. La sua condanna era basata quasi interamente su affermazioni di un detective della polizia secondo cui la donna gli aveva confessato di aver ucciso il figlioletto. La confessione non è mai stata registrata ed era anche emerso che il detective aveva in passato già mentito sotto giuramento e violato i diritti degli indagati.
Il 3 aprile 2015, Anthony Ray Hinton, nero, è stato rilasciato dopo aver trascorso quasi 30 anni nel braccio della morte dell’Alabama. Hinton era stato condannato per l’omicidio nel 1985 di due manager di un fast-food sulla base della testimonianza di un perito statale secondo cui i proiettili dei due omicidi provenivano da un’arma trovata in casa sua. Nel 2014, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva stabilito all’unanimità che gli era stata fornita una scarsa difesa legale e aveva rinviato il caso alla corte di stato. I procuratori hanno deciso di non procedere dopo che nuovi esperti dello Stato hanno detto di non potere collegare i proiettili all’arma di Hinton.
Il 21 aprile 2015, nel Mississippi, il Procuratore Distrettuale Forrest Allgood, ha rinunciato a riprocessare Willie Manning, nero. Nel febbraio 2015, la Corte Suprema del Mississippi aveva annullato la condanna a morte perché elementi importanti per la difesa erano stati occultati dalla pubblica accusa. Il cliente di un albergo durante il processo aveva sostenuto di aver visto dalla finestra Manning entrare nell’appartamento delle vittime. La polizia però sapeva che non poteva essere così, perché l’appartamento dal quale avrebbe visto Manning era vuoto al momento dell’omicidio, e del resto i registri dell’albergo non elencavano il testimone come presente. Il testimone ha poi ritrattato, dicendo che temeva di essere accusato del reato se non avesse testimoniato.
L’8 giugno 2015, dopo dodici anni di carcere, dieci dei quali nel braccio della morte del Texas, è stato scarcerato Alfred Dewayne Brown, 33 anni, nero. Ad attenderlo fuori dal carcere di Houston c’era anche la giornalista Lisa Falkenberg, che con i suoi articoli, per i quali ha vinto il Pulitzer 2015, ha aiutato a riaprire il caso. Brown era stato condannato a morte nel 2005 con l’accusa di aver partecipato a una rapina nel 2003 nel corso della quale erano rimaste uccise 2 persone. All’epoca del processo Brown sosteneva di essere stato a casa con la fidanzata e di aver fatto una telefonata. Il tabulato di questa telefonata per anni è sembrato non esistere, e invece è stato ritrovato 2 anni fa, a casa di un detective della squadra omicidi. Dopo il ritrovamento del tabulato lo stesso giudice che aveva condannato Brown aveva sollecitato la corte d’appello a rivedere rapidamente il caso e la attuale procuratrice della Harris County, Devon Anderson, aveva dato parere favorevole. Il 5 novembre 2014 la Corte d’appello di Stato aveva annullato il verdetto di colpevolezza di Brown, riconoscendo che si trattava di quello che in gergo si chiama “Brady case”, ossia il comportamento omissivo da parte della pubblica accusa che secondo la legge dovrebbe passare alla difesa anche le eventuali notizie positive riscontrate durante l’indagine.
L’8 giugno 2015, la Corte Superiore della Georgia ha accolto la richiesta della pubblica accusa di far cadere tutte le imputazioni contro Lawrence William Lee, bianco, che ha passato più di 27 anni in carcere, tra cui più di 20 nel braccio della morte, per un triplice omicidio durante una rapina. Nel maggio 2008, la Corte Superiore aveva concesso a Lee un nuovo processo, dopo aver rilevato che i pubblici ministeri avevano tenuto nascosti importanti elementi favorevoli alla difesa (sulla scarsa credibilità di alcuni testimoni e in più elementi che collegavano altri due sospetti agli omicidi). Inoltre la pubblica accusa aveva presentato prove e argomenti che sapeva essere falsi. Il 12 ottobre 2015, in Florida, Derral Hodgkins, 55 anni, bianco, è uscito dal carcere. Era stato condannato a morte nel 2011 con l’accusa di aver ucciso, il 28 settembre 2006, Teresa Lodge, 46 anni. Il 18 giugno 2015 la Corte Suprema di Stato aveva annullato il verdetto di colpevolezza. L’unica prova contro Hodgkins era che sotto le unghie della vittima furono trovati frammenti della sua pelle. Hodgkins disse di aver avuto un atto sessuale consensuale con la vittima 3 giorni prima che la donna venisse uccisa, durante il quale la donna aveva affondato le unghie nelle sue spalle. Secondo la Corte Suprema, questa versione poteva essere credibile, e considerato che la polizia non è riuscita a trovare nessun altro elemento contro l’imputato, e che le impronte digitali di almeno 8 persone erano state trovate sulla scena del crimine, ma non quelle di Hodginks, aveva ordinato l’annullamento del verdetto di colpevolezza. La Corte aveva ordinato la ripetizione del processo, impedendo però alla pubblica accusa di usare come elemento di prova, come aveva fatto nel processo annullato, il fatto che Hodgkins avesse scontato in precedenza una condanna a 17 anni per reati sessuali. Completamente sprovvista di prove, la pubblica accusa ha ritirato le accuse contro Hodgkins.

Il 7 settembre 2015 dallo stato di Washington una notizia ha riaperto il dibattito sulla ingiustizia intrinseca della pena di morte. Dalla amministrazione penitenziaria di quello stato infatti è arrivata la notizia che, in considerazione della buona condotta tenuta per 11 anni, Gary Ridgway avrebbe lasciato l’isolamento. Ridgway, 66 anni, bianco, è stato condannato all’ergastolo senza condizionale per 48 omicidi di donne e ragazze. Soprannominato dalla stampa “l’assassino del Green River”, dal luogo dove venne ritrovata una delle sue vittime, venne arrestato nel 2001 dopo che test del Dna lo collegarono a 3 omicidi. Propose un accordo alla pubblica accusa: avrebbe confessato altri omicidi, e dove possibile avrebbe fatto ritrovare i corpi, in cambio di una non condanna a morte. Nel 2003 la pubblica accusa accettò l’accordo, e Ridgway confessò 48 omicidi. Allo sceriffo Reichert nel 2001 aveva parlato di 71 omicidi, mentre nel 2004 al processo disse di averne commessi talmente tanti da non riuscire a tenerne il conto. La maggior parte degli omicidi avvennero tra il 1982 e il 1984, nelle zone tra Seattle e Tacoma, nello stato di Washington. Quasi tutte le vittime erano donne indifese: minorenni fuggite di casa, prostitute, o tossicodipendenti. La condanna all’ergastolo senza condizionale venne formalizzata nel 2004, e da allora Ridgway è sempre stato tenuto in isolamento. In considerazione della buona condotta, è stato trasferito nel carcere di alta sicurezza di Florence, in Colorado, dove potrà stare con gli altri detenuti. Il caso di Ridgway viene spesso citato dagli oppositori della pena di morte, in quanto uno dei peggiori criminali della storia degli Stati Uniti è riuscito evidentemente ad evitare la pena di morte praticamente solo per il fatto di aver nascosto bene i cadaveri.

Pena di morte a parte, l’Amministrazione Obama, sin dalla campagna elettorale del primo mandato, ha spesso fatto riferimento alla necessità di riforme per attenuare la durezza del sistema giudiziario e carcerario della nazione.
Il 3 giugno 2016 il Presidente Barak Obama ha emanato 42 provvedimenti di clemenza per altrettanti detenuti federali. Nell’arco dei suoi 2 mandati, Obama ha, a questo punto, emesso 348 “commutazioni” (è il termine tecnico usato negli Usa), 130 delle quali hanno riguardato persone condannate all’ergastolo. Tutte le commutazioni hanno riguardato persone condannate per reati non violenti legati all’uso e allo spaccio di droga. Obama da tempo sostiene che occorre riformare il sistema delle “pene minime obbligatorie”, introdotte nel sistema federale dal Presidente Clinton. La “pena minima obbligatoria” non dà al giudice il potere di valutare autonomamente la gravità di un reato né di contestualizzarlo utilizzando eventuali attenuanti, ma lo vincola ad emettere, ad esempio, una condanna obbligatoria a 30 anni o all’ergastolo se un imputato viene arrestato per tre volte per spaccio. Una legge di riforma è da tempo in discussione al Congresso, ma avanza molto lentamente e con difficoltà. La Vice Procuratrice Generale degli Stati Uniti, Sally Yates, ha detto di ritenere che ci saranno “molte altre commutazioni nei mesi a venire”. I 348 provvedimenti di clemenza emessi sino ad oggi da Obama sono un numero maggiore di quello dei precedenti 7 presidenti messi assieme, e inferiore solo alle circa 14.000 commutazioni disposte dal Presidente Gerald Ford a metà degli anni ‘70, quando l’allora presidente decise un colpo di spugna per tutti coloro che erano stati condannati per renitenza alla leva o diserzione ai tempi della guerra del Vietnam. In occasione di un altro blocco di 46 commutazioni il 13 luglio 2015, Obama, parlando davanti alle telecamere, aveva detto: “Come ex assistente del Procuratore Generale degli Stati Uniti e avvocato penalista, so bene come le condanne a livello federale possano, in troppi casi, portare colpevoli per fatti non violenti di droga a trascorrere decenni, se non la vita, in carcere... In alcuni casi, la pena prevista dalla legge è stata sproporzionata rispetto al reato”.

I costi della pena di morte
Oltre alla questione degli errori giudiziari, che ha animato il dibattito politico negli anni recenti, sta prendendo piede la questione dei “costi della pena di morte”.
Come è noto, a differenza dei sistemi giudiziari europei, negli Stati Uniti i vari uffici giudiziari hanno bilanci ben precisi che devono essere rispettati al centesimo. Se un procuratore vuole istruire un processo in cui poter chiedere la pena di morte deve portare più prove, più analisi di laboratorio, più testimoni, e lo Stato deve garantire all’imputato avvocati e consulenti d’ufficio di miglior livello. E questo ha dei costi. Il condannato a morte ha inoltre diritto a presentare tutta una serie di ricorsi e appelli che invece non vengono concessi per le condanne detentive. Questo significa che un procuratore che inizia un processo capitale mette in moto un meccanismo che drena molti fondi dalle casse dello Stato, mentre, a causa di queste alte spese, spesso rimangono pochi fondi per altre attività. Sta sempre più prendendo piede un’idea alternativa: rinunciare ai processi capitali, che di solito si svolgono contro persone sulle quali esistono già prove convincenti, e dedicare i fondi risparmiati alla riapertura di casi archiviati, o comunque per andare alla ricerca di assassini non ancora individuati. Nei dibattiti pro o contro l’abolizione viene spesso sollevato il sospetto che i processi capitali vadano a vantaggio di pochi procuratori che cercano visibilità, spesso al fine di agevolare carriere politiche, mentre gli alti costi finiscono per ricadere sull’intera collettività.

Il 7 gennaio 2015, la Seattle University ha pubblicato i risultati di uno studio sui costi dei processi per i 147 casi di omicidio aggravato di primo grado rubricati nello Stato di Washington dal 1997. Secondo lo studio i casi capitali costano un milione di dollari in più rispetto a casi analoghi in cui la pena capitale non è richiesta.
Il 22 giugno 2015, è stato pubblicato in North Carolina uno studio condotto dal Center for Death Penalty Litigation che ha cercato di calcolare i costi di 56 processi in cui, a partire dal 1989, la pubblica accusa ha chiesto la pena di morte, senza ottenerla. Lo studio, dal titolo “I costi nascosti degli errori della pubblica accusa nei casi capitali in North Carolina” (“The Hidden Costs of Wrongful Capital Prosecutions in North Carolina”) esamina sia i costi finanziari, sia quelli umani, sia la perdita di credibilità per le istituzioni nei quali i pubblici ministeri hanno perseguito la pena di morte, nonostante la debolezza dell’impianto accusatorio, con conseguente assoluzione o archiviazione del procedimento. Il 1° aprile 2016, in Ohio, l’Attorney General, Mike DeWine, ha pubblicato un rapporto sulla pena di morte nel suo stato. Dal 1981 lo stato ha emesso 324 condanne a morte ed ha compiuto 53 esecuzioni, mentre 19 condanne a morte sono state commutate e 27 detenuti del braccio della morte sono deceduti per cause naturali. Attualmente ci sono 142 casi capitali aperti. Nel 2015 è stata emessa una sola condanna a morte, riflettendo una minore tendenza della pubblica accusa a puntare su questo tipo di condanna. Attualmente, se anche volesse compiere una esecuzione, lo stato non è in possesso dei farmaci letali necessari. Nella sua relazione DeWine non ha affrontato esplicitamente il capitolo dei “costi”, ma la vistosa sproporzione tra i casi perseguiti come reato capitale e le esecuzioni effettivamente compiute si inscrive nella media nazionale.
In Louisiana uno studio pubblicato il 28 aprile 2016 ha calcolato che solo il 12% delle condanne a morte arriva a esecuzione. Lo studio, dal titolo “Louisiana Death Sentenced Cases and Their Reversals, 1976-2015” rileva che dal 1976 sono state emesse 241 condanne a morte, di cui solo 28, meno del 12%, hanno concluso il loro iter con una esecuzione, mentre 127 condanne sono state annullate, in percentuale più del 50%. Tra le condanne a morte annullate vanno contate anche 9 proscioglimenti, persone cioè riconosciute innocenti.
Il 15 giugno 2016, nello Utah, è stato pubblicato un rapporto, commissionato dal Parlamento e compilato da un’agenzia statale. Vi si calcola che ogni condannato a morte costi al contribuente 1,66 milioni di dollari di più rispetto ad un condannato all’ergastolo senza condizionale.

Ma, oltre agli studi che analizzano la situazione nei singoli stati, sono stati pubblicati anche dati sulla situazione complessiva degli Stati Uniti.
In un articolo pubblicato il 17 marzo 2015, il Washington Post così ha riassunto i costi della pena di morte: solo il 16% delle persone condannate a morte è stato giustiziato. Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976, al 31 dicembre 2013, negli Usa sono state emesse 8.466 condanne capitali. Nello stesso periodo preso in considerazione, le esecuzioni sono state 1.359, il 16%. Delle 8.466 condanne emesse, 3.194 sono state annullate in appello, 2.979 detenuti rimangono nei bracci della morte, 1.359 sono stati giustiziati, 509 sono morti di cause naturali o per suicidio, 392 hanno ottenuto un provvedimento di clemenza da parte del governatore con la pena commutata in ergastolo e 33 hanno lasciato il braccio della morte per “motivi vari”. C’è molta differenza tra gli stati per come applicano la pena di morte. Lo stato che ha la percentuale più alta di rispondenza tra condanne ed esecuzioni è la Virginia, con il 72%. Ha emesso 152 condanne a morte ed ha compiuto 110 esecuzioni. Nessun altro stato raggiunge il 50%, il Texas si avvicina al 50%, il South Dakota si avvicina al 45%, il Missouri non arriva al 40%. Il 5° stato in ordine di percentuale è l’Oklahoma, che non arriva al 30%. Tre stati hanno emesso più di 1.000 condanne a morte: Texas (1.075), Florida (1.040) e California (1.013). Di queste condanne, il Texas ne ha eseguite 508, la Florida 81, e la California 13. Indipendentemente dall’opinione che si può avere sulla pena di morte, una così evidente disparità su come i diversi stati applicano la pena di morte solleva dubbi sul rispetto del principio costituzionale della “uguale protezione”, attiva e passiva, che i cittadini devono avere dalla legge. Con questa impostazione, un giudice federale in California (16 luglio 2014) ha dichiarato incostituzionale la pena di morte nello stato per la lentezza e arbitrarietà con cui viene applicata, sconfinando nella tortura, ossia nella “punizione crudele ed inusuale” che viene esplicitamente vietata dall’8° emendamento alla costituzione degli Stati Uniti. Infine, la lentezza del sistema capitale mette a dura prova sia gli imputati, sia le vittime, costrette a processi ripetuti nel tempo, a verdetti altalenanti, e ad attese anche di decenni. Un sistema del genere sembra tradire la promessa di giustizia, e sconfinare piuttosto nella tortura.

Quanto ai costi indiretti, una testata online, murderdata.org, ha pubblicato nel maggio 2015 un chiaro quadro d’insieme: gli Stati Uniti uccidono legalmente 40 assassini l’anno, ma ne lasciano completamente liberi 5.000. Murderdata valuta che ogni anno negli Stati Uniti almeno 5.000 omicidi non vengano risolti. Dal 1980 al 2012 sono almeno 211.000 gli omicidi non risolti (per “soluzione” si intende un arresto a cui segue un processo, non necessariamente una condanna, oppure quando un sospettato viene identificato ma non è possibile arrestarlo, ad esempio perché è morto). L’ultimo dato ufficiale, relativo al 2013, calcola che erano stati commessi in tutti gli Stati Uniti 14.103 omicidi, e ne erano stati risolti 8.614, il 61%. I casi non risolti sono quindi il 39%. Murderdata si basa sulle statistiche ufficiali fornite dal FBI (Uniform Crime Report), ma ha integrato i dati ufficiali con altri dati che stimano l’esistenza di almeno 2.000 omicidi l’anno non conteggiati dal FBI dal 1980 al 2012. Gli “omicidi non conteggiati” sono stati ricavati da una estensiva rassegna stampa, dal ricorso alle leggi sulla trasparenza e dalla possibilità di “accesso agli atti”.
Questa discussione ha riflessi anche sul tema della pena di morte. Come è noto, le principali iniziative abolizionistiche degli ultimi anni chiedono di risparmiare fondi dai processi capitali per destinarli alla soluzione di casi irrisolti. Prendendo spunto dai dati di Murderdata, NPR (National Public Radio, una organizzazione indipendente no-profit che comprende oltre 900 stazioni radio statunitensi) ha intervistato diversi esperti del settore, chiedendo possibili spiegazioni dell’alto tasso di casi non risolti. In Canada ad esempio (secondo i dati ufficiali di Canadian Centre for Justice Statistics) sono stati compiuti, nel 2013, 503 omicidi, e ne sono stati risolti il 75%. Il Canada ha una popolazione di 35 milioni di abitanti, contro i 318 milioni degli Usa. Il Canada non ha la pena di morte, ed ha un tasso di omicidi molto inferiore agli Usa, e un tasso di casi risolti più alto. Questo viene spiegato con risorse economiche ed umane meglio impiegate.
Se, come calcolano Murderdata e NPR, i casi irrisolti sono più di 5.000 l’anno, è chiaro che questa impostazione acquisisce peso argomentativo. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno giustiziato in media 40 detenuti l’anno. Ha senso tenere in piedi una struttura che drena enormi risorse per punire 40 assassini, se poi se ne lasciano liberi 5.000?

Le prese di posizione dei carcerieri e dei familiari delle vittime
Gli effetti della pena di morte su chi compie le esecuzioni sono stati descritti chiaramente da chi per anni ha lavorato nei bracci della morte.
Il 13 aprile 2015, tre persone che hanno lavorato nei bracci della morte hanno descritto l’effetto che hanno avuto su di loro le esecuzioni. Frank Thompson, che ha lavorato come agente penitenziario in Oregon e Arkansas, ha detto che credeva nella pena di morte fino a quando non ha cominciato a pensare “a quelle imperfezioni del sistema penale che una parte del mio cervello sapeva esistessero, ad esempio il fatto che i poveri siano sfavoriti, o che la pena di morte non abbia potere deterrente”. Jerry Givens, che è stato capo del team delle esecuzioni del braccio della morte della Virginia dal 1982 al 1999, dirigendone in prima persona 62, ha sollevato dubbi simili. “Sapevo che il sistema era imperfetto quando abbiamo prosciolto Earl Washington Jr…. Ci sono due tipi di persone nei bracci della morte, i colpevoli e gli innocenti, e quando ci sono i colpevoli e gli innocenti non dovrebbero esserci i bracci della morte”. Il reverendo Carroll Pickett, presbiteriano, è stato cappellano nel braccio della morte del Texas ed ha partecipato a 95 esecuzioni. Una volta lasciato l’incarico a Huntsville, ha scritto un libro di memorie che ha vinto diversi premi. Rispondendo ad alcune domande dell’Huffington Post, Pickett ha detto tra l’altro: “Stare accanto al lettino delle esecuzioni quasi 100 volte, e vedere uccidere persone innocenti, veder uccidere uomini che si sono pentiti, e vedere il dolore dei loro familiari, e dei miei colleghi che lavoravano per l’amministrazione penitenziaria, è qualcosa che non esce dalla mia mente”.
L’8 aprile 2015 in Virginia Mark Earley, un ex procuratore che nella sua carriera ha ordinato 36 esecuzioni, ha spiegato il suo cambiamento di opinione in un articolo per la University of Richmond Law Review. Earley scrive: “Se pensate che il governo abbia sempre ragione, che non faccia mai errori gravi, e che non sia contaminato dalla corruzione, allora vi troverete a vostro agio nel supportare la pena di morte. L’aver supervisionato un sistema legale che ha messo a morte così tanta gente con tanta efficienza ha eroso le mie posizioni.” Earley ha spiegato di essersi accorto gradualmente dei difetti del sistema, ma l’interesse politico che aveva in quanto Attorney General “aveva eretto un muro tra me e i miei dubbi”. Da quando ha lasciato l’incarico, Early ha detto che “ha raggiunto la conclusione che la pena di morte è basata su una falsa premessa utopica. Questa falsa premessa è che abbiamo avuto, abbiamo e avremo un livello di accuratezza del 100% nelle condanne a morte e nelle esecuzioni”.
Il 24 febbraio 2016, in Ohio, due ex capi dell’Amministrazione Penitenziaria hanno aderito ad un gruppo abolizionista. Reginald Wilkinson e Terry Collins, che hanno diretto l’Amministrazione Penitenziaria ed hanno gestito 34 esecuzioni, hanno aderito a Public Safety Officials on the Death Penalty (PSODP), una ONG con base a Washington che riunisce membri delle forze dell’ordine, del sistema penitenziario e della pubblica accusa. Non tutti i membri della ONG sono contrari alla pena di morte, ma tutti si dichiarano “fortemente preoccupati dell’equità e dell’efficacia della pena di morte in America. Il sistema attuale è inefficiente, costoso, e compie errori”. Collins è anche membro della ONG “Ohioans Against Executions”, e recentemente ha pubblicato un rapporto in cui ha scritto: “La pena di morte è un meccanismo difettoso che non vale la pena aggiustare”.

Forse, le prese di posizione più inattese sono proprio quelle dei parenti delle vittime, i quali hanno avuto un ruolo importantissimo nelle recenti abolizioni in Connecticut, New Jersey, New Mexico, Maryland e Nebraska.
Il 4 marzo 2015, diversi familiari delle vittime di omicidio hanno espresso il loro sostegno al progetto di legge abolire la pena di morte in Nebraska. Miriam Kelle, il cui fratello è stato assassinato, ha detto che la pena di morte ha condannato i familiari delle vittime di omicidio a una sorta di ergastolo in purgatorio. Invece di concentrare le loro energie sul lutto e andare avanti con la loro vita, inseguono gli appelli, e sono costretti a chiedere giustizia per decenni. Elle Hansen, che ha perso tre persone care per omicidio, ha denunciato le distinzioni arbitrarie nei tribunali del Nebraska tra casi meritevoli della pena di morte e casi che non sono al livello. “Voglio condividere il dolore e l’indignazione che provo quando sento i politici dire che abbiamo bisogno della pena di morte per il peggiore dei peggiori… È un concetto assurdo. Vi garantisco che ognuna delle nostre perdite è la peggiore delle peggiori”. La Kelle è stata intervistata di nuovo il 27 maggio 2015, quando il Parlamento ha espresso il voto finale sull’abolizione della pena di morte in Nebraska. Era infatti tra le persone che hanno applaudito dalla galleria. Kelle, sorella di James Thimm, torturato e ucciso nel 1985 da Michael Ryan. Ryan, leader di una setta religiosa, è morto di cancro il 26 maggio nel braccio della morte del Nebraska, dove aveva trascorso 30 anni. “Ce l’abbiamo fatta. Non posso crederci. Mi hanno tenuta sulle spine, ma ce l’abbiamo fatta”, ha detto la Kelle, ricordando che negli ultimi 10 anni lei ha lavorato al fianco del senatore Chambers per ottenere l’abolizione. A chi notava la sua commozione, Kelle ha risposto: “Sono solo lacrime di gioia… è la prima volta che su una storia come questa versiamo lacrime di gioia… Ma non abbiamo finito, vogliamo che nessuno venga considerato irrimediabilmente malvagio, vogliamo programmi di prevenzione per i giovani e i giovanissimi a rischio”.
Nell’aprile 2015, alcune vittime o familiari delle vittime della strage alla Maratona di Boston del 2013 hanno preso una posizione pubblica contro la pena di morte per l’attentatore Dzhokhar Tsarnaev, poi condannato a morte il 15 maggio. Bill e Denise Richard, il cui figlio di 8 anni, Martin, è rimasto ucciso nella strage, e la cui figlia Jane ha perso una gamba, non hanno insistito tanto su una questione di principio, ma sulla necessità di chiudere il processo in tempi brevi, senza dover poi affrontare continue riaperture del caso, e il riaffiorare di ricordi dolorosi, come invece accadrebbe con i molti ricorsi disponibili per i condannati a morte. Anche Jessica Kensky e Patrick Downes hanno preso posizione contro la pena di morte. I due, sposati da poco, nell’esplosione del 2013 hanno entrambi perso una gamba. “All’inizio ci auguravamo che anche l’imputato provasse il dolore che abbiamo provato noi e le altre vittime. Ma ora ci basta sapere che non potrà mai più nuocere a nessuno e ci auguriamo che il processo si concluda rapidamente e definitivamente, e l’imputato sparisca al più presto possibile dalla coscienza collettiva. Dobbiamo superare l’impulso di vendetta.” Jennifer Lemmerman, sorella di Sean Collier, l’agente della security rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con i fratelli Tamerlan (poi ucciso dalla polizia) e Dzhokhar Tsarnaev, si è detta anche lei contraria alla condanna a morte. “Quando qualcuno si dichiara contrario alla pena di morte, gli si dice sempre di immaginare come si sentirebbe se fosse il parente di una delle vittime. A me è stato dato questo orribile punto di vista e posso dire che la mia posizione contro la pena di morte si è solo rafforzata.” Ha poi proseguito: “Non riesco a immaginare che uccidere in risposta a un’uccisione possa darmi pace o giustizia… ho scelto di ricordare Sean per la luce che mi ha portato. Non voglio più buio”.
Il 18 maggio 2015, il Daily Mail ha pubblicato la storia del figlio di una vittima che ha cambiato idea circa la pena di morte. Clifford O’Sullivan aveva solo sei anni quando è comparso in un tribunale della California al processo contro Mark Scott Thornton, l’assassino di sua madre. O’Sullivan fu chiamato a testimoniare, e allora, emozionato, chiese che “l’uomo cattivo” venisse ucciso. Clifford, che ora ha 26 anni, ha raccontato che a fargli cambiare idea è in buona parte il fatto che la pena di morte aumenta il dolore dei parenti delle vittime, e sbagliano quelli che ritengono che aiuti a “superare”. “Se gli fissano una data per l’esecuzione, fermerò il meccanismo, così come a suo tempo l’avevo avviato”.
Il 19 marzo 2015 in Pennsylvania, Mamie Norwood ha ribadito la sua contrarietà all’esecuzione di Terrance Williams. “Smettetela di cercare di giustiziare l’uomo che ha ucciso mio marito” ha scritto la Norwood, 78 anni, nera, moglie di Amos Norwood, ucciso l’11 giugno 1984 da Williams. Il 13 febbraio 2015 il governatore Tom Wolf aveva sospeso l’esecuzione di Williams. Contro la decisione del governatore il procuratore distrettuale Seth Williams ha fatto ricorso alla Corte Suprema, ed un deputato repubblicano, Mike Vereb, ha sollecitato una mozione di condanna per l’uso “eccessivo” di potere che il governatore avrebbe fatto. Entrambi nelle loro dichiarazioni pubbliche hanno detto che la decisione del governatore manca di rispetto ai familiari delle vittime, e provoca in loro ulteriore dolore. La signora Norwood ha invece detto di non aver mai parlato né con il procuratore né con il deputato, e di non gradire che loro parlino a suo nome. “Sono scioccata e turbata dal fatto che voi ed altri politici mi usiate, e diciate cose non vere. Siete voi quelli che mi stanno provocando “ulteriore dolore” ... io sono una donna di colore anziana, e sono avvilita che io, i miei sentimenti e i miei desideri veniamo ignorati, e poi falsamente rappresentati da politici che dicono di parlare a nome mio”.
Il 3 maggio 2015 in Pennsylvania, Bryon e Darla Dickson, genitori di un poliziotto ucciso in servizio, hanno espresso in pubblico il perdono per l’uomo accusato dell’omicidio. Lo hanno fatto durante un servizio religioso dedicato ai poliziotti della comunità. I coniugi Dickson hanno ringraziato i colleghi del figlio che hanno partecipato alla caccia all’uomo durata 6 settimane per catturare Eric Frein, 31 anni, bianco, accusato di aver ucciso il loro figlio, Bryon Dickson II, e di aver ferito gravemente un altro poliziotto. Contro Frein la pubblica accusa intende chiedere la condanna a morte. Durante il loro intervento i coniugi Dickson hanno parlato della loro fede, che li ha spinti verso il perdono, ed evitare di rinchiudersi in una spirale di amarezza. “Non ne viene niente di buono dall’odiare qualcuno per qualsiasi cosa possa averti fatto, perché l’odio ti corrode. E alla fine, cosa fa per te? Assolutamente niente”, ha detto Bryon Dickson. Darla Dickson ha detto di essersi ispirata a Cristo: “Come lui ha personato i suoi assassini, noi dobbiamo perdonare l’assassino di nostro figlio”.
Il 21 gennaio 2016, in Connecticut, Dawn Mancarella ha definito il sistema capitale “guasto, uno spreco di denaro che non porta nessun conforto alle vittime”. Mancarella, la cui madre venne uccisa 20 anni fa, aveva già testimoniato in Parlamento contro la pena di morte nel 2012 (in quell’anno lo stato la abolì). Nel gennaio 2015 aveva rilasciato una testimonianza scritta in cui ribadiva la sua posizione, testimonianza che è stata acclusa agli atti giudiziari relativi alla causa in cui si discuteva il destino delle 11 persone presenti nel braccio della morte al momento dell’abolizione. Tra le altre cose la giovane Mancarella ha detto: “La pena di morte è uno spreco di energia e di denaro, che non fa giustizia, e non porta nessun sollievo alle vittime”. “La pena di morte, a causa della lunghezza delle procedure processuali, a e la loro ripetitività, costringe i parenti delle vittime a rivivere più volte, nel corso degli anni, l’uccisione dei loro cari, questo è l’opposto del concetto di giustizia, e non è in grado di restituire serenità ai parenti delle vittime, nemmeno se il condannato viene messo a morte in 1 anno, 10 anni o 20 anni”. Mancarella contesta anche l’uso dei fondi statali: “È frustrante vedere quanti milioni di dollari costa un singolo processo capitale, per poi sentirsi dire che invece non ci sono fondi per i progetti di assistenza ai parenti delle vittime” e conclude: “è ora di restituire il tempo e l’energia male utilizzata alle vittime, perché possa guarire l’anima dei loro parenti, e rendere veramente onore al loro sacrificio”.
Il 19 febbraio 2016, in Florida, Darlene Farah ha ribadito la sua richiesta che l’assassino della figlia non venga condannato a morte. Darlene Farah è la madre di Shelby Farah, 20 anni, uccisa durante una rapina in un negozio nel 2013. Nel processo iniziato nel marzo 2016 contro James Xavier Rhodes, 24 anni, la pubblica accusa punta sulla pena di morte, nonostante più volte la signora Farah abbia chiesto di non farlo. La signora Farah in una intervista ha detto: “La pena di morte ci infliggerebbe ulteriore dolore. Non voglio che la mia famiglia debba attraversare i molti anni di processi e appelli tipici dei casi capitali. Preferisco che la mia famiglia venga messa nelle condizioni di celebrare la vita di Shelby, onorarne la memoria, e iniziare il lungo percorso di guarigione morale”. La signora Farah ha aggiunto che la figlia non avrebbe voluto che la pena di morte venisse chiesta nel suo caso, e che continuare ad uccidere in nessun modo porta onore alla figlia, né porta sollievo alla famiglia.

Il bilancio crimine/repressione
Nel novembre 2015 è stata pubblicata l’ultima edizione dell’Uniform Crime Report, il voluminoso insieme di dati e statistiche curato dal Federal Bureau of Investigation (FBI). Il “Rapporto sulla criminalità 2015”, con i dati aggiornati al 2014, viene compilato assemblando i dati degli oltre 18.000 corpi di polizia locale e nazionale, e copre circa 318 milioni di abitanti, compresi 3,5 milioni di Puerto Rico. Nel “Crime in the United States, 2014” si rileva che il tasso di omicidi negli Usa rimane lo stesso dello scorso anno: 4,5 omicidi ogni 100.000 abitanti. La prima rilevazione, nel 1993, dava una percentuale del 9,5. Come numero totale, gli omicidi (esclusi gli omicidi colposi) nel 2014 sono stati 14.249. Nel corso degli ultimi 5 anni gli omicidi sono calati del 3,2%, e del 14,9% nel corso degli ultimi 10 anni. Non si può non notare che il calo degli omicidi è avvenuto mentre nel paese calavano le esecuzioni: le esecuzioni sono calate del 23% negli ultimi 5 anni, e del 41%, negli ultimi 10 del 41%. Ai 14.249 omicidi propriamente detti devono essere aggiunti i cosiddetti “omicidi giustificati”, ossia quelli compiuti dalla polizia nello svolgimento delle proprie funzioni, o da privati cittadini per quella che viene considerata legittima difesa. La polizia nel 2014 ha ucciso 444 persone. Privati cittadini hanno ucciso, rispettando la legge, 277 persone. Il dato degli omicidi compiuti dalla polizia è stato contestato nei mesi scorsi da alcune banche dati online compilate da volontari (tra cui “Fatal Encounters” e Killed by Police”) che stimano in circa 1.100 l’anno le vittime della polizia. Il FBI riconosce l’incompletezza dei propri dati, spiegata dal fatto che le polizie locali non hanno l’obbligo di fornire tutti gli aggiornamenti relativi a questo tipo di “crimine”. Il rapporto divide gli Usa in 4 zone. Il tasso di omicidi più basso (3,3 casi ogni 10.000 abitanti) si registra nel Nord-Est, in una zona del paese dove la pena di morte è stata quasi completamente abolita da tempo. Il tasso di omicidi più alto (5,5) è quello del Sud, dove il ricorso alla pena di morte è di gran lunga il più alto del paese. Per avere una misura di comparazione, in Italia negli ultimi anni il numero di omicidi si è sempre tenuto poco sopra le 500 unità, con un tasso omicidiario inferiore all’1/100.000.

Secondo i dati ufficiali contenuti nel rapporto Prisoners in 2014 (NCJ 248955), alla data del 31 dicembre 2014 nelle carceri federali e statali degli Stati Uniti erano detenute 1.561.500 persone. Secondo un altro rapporto ufficiale (Correctional Populations in The United States, 2014) altre 744.000 persone sarebbero detenute nelle carceri locali [come è noto, negli Stati Uniti si usano due termini diversi: Prison è il carcere statale o federale, Jail è il carcere locale], 3.9 milioni sottoposte a controlli periodici (libertà vigilata), e oltre 850.000 persone in libertà condizionale. Il numero complessivo delle persone che vengono definite “sotto la supervisione dei sistemi correzionali per adulti” è di 6.851.000. La popolazione detenuta è composta al 7% da donne; 131.000 detenuti provenienti da 30 stati e dal circuito federale sono tenuti in carceri gestite da privati. Il numero complessivo dei detenuti sta diminuendo di circa l’1% l’anno dal 2007 ad oggi. Entrambe questi rapporti sono a cura del BJS (Bureau of Justice Statistics), un’agenzia federale.

I sondaggi
Negli ultimi anni i sondaggi sono stati caratterizzati da una ambivalenza di fondo: davanti alla domanda “secca” se si è favorevoli alla pena di morte, i sì rimangono elevati e il loro calo, anno per anno, è molto lento. Quando invece nel sondaggio è inserita esplicitamente una domanda sull’ergastolo senza condizionale, allora le cose cambiano.

Il 1° giugno 2015 è stato diffuso il sondaggio della Quinnipiac University, secondo il quale il 48% è pro-ergastolo e il 43% pro-morte.
Il 4 giugno 2015 è stato diffuso il sondaggio Gallup, secondo il quale il 45% è pro-ergastolo e il 50% pro-morte.
Sempre il 4 giugno 2015 è stato diffuso anche il sondaggio ABC News/Washington Post, secondo il quale il 52% è pro-ergastolo e il 42% pro-morte.
Il sondaggio più accurato dovrebbe essere quello della Quinnipiac, che ha un campione di 1.700 intervistati, mentre gli altri due l’hanno di 1.000.
Il 15 ottobre 2015 è stato pubblicato l’aggiornamento del tradizionale sondaggio Gallup sulla pena di morte. Diminuiscono del 2% i favorevoli alla pena di morte e i contrari sono al livello più alto da 43 anni. Secondo Gallup, 61% è favorevole alla pena di morte, mentre l’anno scorso erano 63%. La percentuale minore di favorevoli venne raggiunta nel 2013, con il 60%, quella più alta nel 1994, con l’80%. Gallup effettua questo sondaggio periodicamente dal 1937, e nella versione autunnale non inserisce la domanda sull’ergastolo senza condizionale, domanda che invece viene inserita nella versione di primavera. Da diversi anni, quando viene proposta l’alternativa tra pena di morte ed ergastolo senza condizionale, le due percentuali sono in equilibrio. Confermati i trend tradizionali, ossia che la percentuale di contrari è più altra tra gli appartenenti alle minoranze razziali (55% dei neri è contraria, mentre il 68% dei bianchi è favorevole).
Secondo uno studio del Public Religion Research Institute pubblicato nel novembre 2015, il 52% degli statunitensi preferisce l’ergastolo senza condizionale, contro un 47% che preferisce la pena di morte. Il sondaggio, dal titolo “American Values Survey”, è stato condotto su un campione di 2.695 persone. Analizzando i dati, la cosa più notevole è forse la suddivisione per razze. Neri e ispanici sono generalmente diffidenti verso l’amministrazione della giustizia, che considerano minata da forme di discriminazione razziale e sociale.

[Per la versione “lunga” delle notizie qui riassunte brevemente vedi il sito Nessuno tocchi Caino. Per ulteriori informazioni sulla pena di morte negli Stati Uniti, vedi il sito web del Death Penalty Information Center]

Le Nazioni Unite
Il 19 dicembre 2016, gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali votata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite.