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USA - Texas. Si riapre l’importantissima questione delle irregolarità in Texas nelle esecuzioni di detenuti di nazionalità straniera

USA - Texas. Si riapre l’importantissima questione delle irregolarità in Texas nelle esecuzioni di detenuti di nazionalità straniera

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Si riapre l’importantissima questione delle irregolarità in Texas nelle esecuzioni di detenuti di nazionalità straniera. Il 7 giugno una richiesta di clemenza è stata presentata a favore di Humberto Leal, e porta le firme di ex militari, ex diplomatici, tra cui Thomas Pickering, l’ex rappresentante degli Usa alle Nazioni Unite, ex giudici, ex procuratori, e associazioni di americani residenti all’estero. Oggi, altre personalità, tra cui l’ex direttore del Fbi William Sessions e l’ex governatore del Texas Mark White, hanno scritto direttamente al governatore del Texas, Rick Perry. Anche l’Ambasciatore del Messico in Usa, Arturo Sarukhan, ha fatto passi formali. Humberto Leal, 38 anni, messicano, è accusato di aver violentato e ucciso una ragazza di 16 anni nel 1994. la sua esecuzione è fissata per il 7 luglio. La richiesta di clemenza è incentrata sul fatto che nei confronti di Leal, e di molti altri messicani, non sarebbe stato rispettata la “Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari”. La Convenzione di Vienna è un accordo internazionale che risale al 1963, e che è stato sottoscritto da 166 paesi, compresi gli Stati Uniti. L’art. 36 della Convenzione prevede che quando un cittadino straniero viene arrestato, le autorità locali devono informarlo esplicitamente che ha il diritto che dell’arresto vengano informate le autorità consolari del suo paese, e che ha diritto a ricevere assistenza legale nella propria lingua dal proprio consolato. La clemenza viene sollecitata evidenziando il fatto che se gli Stati Uniti violano apertamente gli accordi internazionali, questo pone in posizione di pericolo i molti cittadini statunitensi all’estero, compresi i militari, i quali potrebbero subire lo stesso trattamento. I militari, ad esempio, hanno scritto: “Gli accordi di assistenza consolare sono essenziali per garantire trattamenti umani e non discriminatori sia per i cittadini non statunitensi sotto custodia delle autorità statunitensi, sia per i cittadini statunitensi sotto custodia di autorità estere. In qualità di comandanti militari in pensione, sappiamo che la salvaguardia delle garanzie consolari è particolarmente importante per il personale militare statunitense, che quando opera all’estero è esposto al rischio di essere arrestato da governi stranieri”. La polemica sulla Convenzione di Vienna non è nuova. Il 14 agosto 2002 il Texas giustiziò un cittadino messicano, Javier Suarez Medina, nonostante l’intervento personale del Presidente del Messico, Vicente Fox, di Mary Robinson, Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e dell’allora Segretario di Stato Usa Colin Powell. Il Messico allora si rivolse alla Corte Penale Internazionale (ICJ) dell’Aja, che nel marzo 2004  riconobbe la violazione da parte degli Usa della Convenzione di Vienna del 1963, non avendo informato gli imputati messicani del loro diritto all’assistenza legale da parte del proprio consolato. La Corte Internazionale, emettendo una sentenza limitata ai soli casi di condanne a morte, aveva chiesto agli Usa di rivedere i processi. I casi di condannati a morte detenuti negli Usa segnalati dal governo messicano allora erano 51 in 9 diversi stati, 14 dei quali nel braccio della morte del Texas. Lo stato del Texas, dopo un ordine da parte dell’allora Presidente George W. Bush perché un altro messicano, Josè Medellin, non venisse giustiziato, rispose di non sentirsi vincolato da un accordo firmato dal governo federale. Questa impostazione venne confermata dalla Corte Suprema degli Usa che, il 25 marzo 2008, nel caso Medellin v. Texas decise 6-3 che il Presidente non ha il potere di ordinare agli stati di ignorare le loro regole procedurali al fine di rispettare le sentenze emesse dalla Corte Internazione di Giustizia. Tecnicamente il ricorso presentato dal Texas (stato di cui, tra l’altro, proprio Bush era stato governatore per due mandati) era incentrato sulla divisione di ruoli e di competenze che hanno il governo federale, ossia il governo centrale di Washington, che è quello che ha aderito alla Convenzione di Vienna, e i governi dei singoli stati. Il presidente Bush inizialmente aveva contrastato l’applicazione “garantista” della Convenzione di Vienna, arrivando ad ipotizzare il ritiro degli Usa dalla Convenzione stessa. In un secondo tempo, considerando che Corte Internazione di Giustizia è il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite, aveva invertito l’impostazione, sostenendo pubblicamente che non fosse opportuno che gli Usa aprissero nuovi contenziosi in politica estera. La sentenza dette torto a Medellin spiegando la differenza tra governo federale e governi dei singoli stati. Poiché, argomentava la Corte, il reato di cui doveva rispondere Medellin non era un reato federale, il presidente Bush, che era a capo del governo federale, ma non del governo locale del Texas, non poteva imporre la volontà del governo federale in quei casi in cui un accordo internazionale o una sua parte contrastava con la legge interna di uno stato. Questo perché i singoli stati hanno una loro autonomia giurisdizionale e legislativa fortemente garantita dalla costituzione. A supporto di questa posizione, la Corte Suprema elencava una serie di precedenti, a partire dal 1829, in cui gli accordi internazionali vengono divisi tra “vincolanti anche per i singoli stati” e “vincolanti solo per il governo federale”. A giudizio della Corte Suprema, l’Accordo di Vienna, quando entra in esplicito contrasto con le norme preesistenti all’interno di uno stato, è tra quelli NON vincolanti per i singoli stati. Inoltre Medellin, pur essendo nato in Messico, in realtà risiedeva in Texas sin dall’infanzia, e al momento dell’arresto erano stati rispettati nei suoi confronti tutti gli obblighi previsti dalla legge, compresa la lettura dei cosiddetti “diritti Miranda” (“Lei ha diritto ad un avvocato…” etc), ed avendo Medellin risposto affermativamente alla domanda se comprendeva i suoi diritti, la Corte Suprema aveva ritenuto sostanzialmente rispettati i suoi diritti costituzionali. La Corte Suprema aveva poi indicato quale sarebbe stata la procedura corretta da seguire. Il Presidente, invece di tentare di imporre direttamente alle Corti d’Appello di rivedere i 51 casi di cittadini messicani condannati a morte negli Usa, avrebbe dovuto chiedere al Congresso e ai singoli stati di trovare una soluzione legislativa che esplicitamente inserisse quelle norme indicate dalla Corte Internazionale nelle legislazioni degli Stati Uniti e dei singoli stati, stando però anche attento a non minare la sovranità nazionale e dei singoli stati. Medellin, nonostante un appello dell’ultimo minuto del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, venne giustiziato il 5 agosto 2008 (vedi), suscitando le ferme proteste del governo messicano e dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. Ora, nell’imminenza dell’esecuzione di Leal, la questione si riapre. La portavoce del governatore Perry oggi ha commentato la notizia dichiarando alla Reuters: “Il Governatore, per prendere in considerazione 8un gesto di clemenza, dovrebbe prima ricevere un parere favorevole dalla Board of Pardons and Paroles”.
FONTI
  • (fonti: Public News Service, Reuters, 08/06/2011)