UGANDA. INCOSTITUZIONALE LA PENA DI MORTE OBBLIGATORIA
la Corte Costituzionale ugandese ha stabilito l’incostituzionalità della pena di morte come sanzione obbligatoria per certi reati, ordinando al Parlamento di emendare la legislazione in vigore.
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la Corte Costituzionale ugandese ha stabilito l’incostituzionalità della pena di morte come sanzione obbligatoria per certi reati, ordinando al Parlamento di emendare la legislazione in vigore. La stessa Corte ha tuttavia respinto la petizione - presentata da tutti i 417 prigionieri del braccio della morte ugandese - che chiedeva di riconoscere la pena capitale, eseguita nel Paese mediante impiccagione, come punizione crudele e degradante e quindi vietata dalla Costituzione.
Con tre voti contro due, i giudici della Corte hanno stabilito che l’obbligo di condanna a morte costituisca un ostacolo alla discrezionalità dei giudici nell’amministrare giustizia.
“In base alla legge, i tribunali hanno l’obbligo di emettere condanne capitali, ma non tutti i reati sono della stessa gravità”, ha scritto il giudice Galdino Okello nella sua motivazione, convergente con quella del giudice Amos Twinomujuni, secondo cui “E’ dovere dei magistrati emettere sentenze solo al termine di un giusto processo”.
I cinque giudici hanno invece respinto all’unanimità la richiesta dei condannati a morte di dichiarare incostituzionale la pena capitale, dal momento che “essa è prevista dalle leggi come sanzione in un giusto processo”, ha scritto il giudice Okello.
Gli avvocati presentatori dei ricorsi si sono detti delusi che la pena di morte non sia stata eliminata, esprimendo tuttavia soddisfazione per il pronunciamento contrario alla sua applicazione obbligatoria.
“I prigionieri del braccio della morte possono ora presentare appelli affiché i loro casi vengano riesaminati, cosa in precedenza non possibile”, ha dichiarato Livingstone Ssewanyana, dell’Iniziativa Diritti Umani Uganda, aggiungendo che insieme ai suoi colleghi studierà la sentenza e la possibilità di presentare un ricorso.
A condizione dell’anonimato, un alto funzionario governativo ha dichiarato ai giornalisti di accogliere con favore la sentenza, aggiungendo di non credere che Kampala voglia presentare appello, nel tentativo di reintrodurre la pena di morte come sanzione obbligatoria.
“La sentenza è molto positiva, fa muovere l’Uganda nella direzione di quegli standard internazionali che non prevedono più la pena capitale”, ha detto il funzionario governativo.
I 417 prigionieri avevano anche evidenziato il tormento legato alla lunga attesa prima dell’esecuzione, giunta in passato anche a 20 anni.
Anche su questo punto i giudici hanno dato ragione ai condannati: “Non si dovrebbe andare oltre i due anni – ha detto il giudice Okello – per consentire all’esecutivo di esercitare le sue prerogative di grazia e al condannato a morte di presentare gli appelli”.
Il giudice Twinomujuni ha suggerito da parte sua che, a fronte della costituzionalità della pena di morte, l’ergastolo potrebbe essere un’alternativa migliore. In Uganda, una condanna all’ergastolo si riduce in effetti alla detenzione per 20 anni.
Con tre voti contro due, i giudici della Corte hanno stabilito che l’obbligo di condanna a morte costituisca un ostacolo alla discrezionalità dei giudici nell’amministrare giustizia.
“In base alla legge, i tribunali hanno l’obbligo di emettere condanne capitali, ma non tutti i reati sono della stessa gravità”, ha scritto il giudice Galdino Okello nella sua motivazione, convergente con quella del giudice Amos Twinomujuni, secondo cui “E’ dovere dei magistrati emettere sentenze solo al termine di un giusto processo”.
I cinque giudici hanno invece respinto all’unanimità la richiesta dei condannati a morte di dichiarare incostituzionale la pena capitale, dal momento che “essa è prevista dalle leggi come sanzione in un giusto processo”, ha scritto il giudice Okello.
Gli avvocati presentatori dei ricorsi si sono detti delusi che la pena di morte non sia stata eliminata, esprimendo tuttavia soddisfazione per il pronunciamento contrario alla sua applicazione obbligatoria.
“I prigionieri del braccio della morte possono ora presentare appelli affiché i loro casi vengano riesaminati, cosa in precedenza non possibile”, ha dichiarato Livingstone Ssewanyana, dell’Iniziativa Diritti Umani Uganda, aggiungendo che insieme ai suoi colleghi studierà la sentenza e la possibilità di presentare un ricorso.
A condizione dell’anonimato, un alto funzionario governativo ha dichiarato ai giornalisti di accogliere con favore la sentenza, aggiungendo di non credere che Kampala voglia presentare appello, nel tentativo di reintrodurre la pena di morte come sanzione obbligatoria.
“La sentenza è molto positiva, fa muovere l’Uganda nella direzione di quegli standard internazionali che non prevedono più la pena capitale”, ha detto il funzionario governativo.
I 417 prigionieri avevano anche evidenziato il tormento legato alla lunga attesa prima dell’esecuzione, giunta in passato anche a 20 anni.
Anche su questo punto i giudici hanno dato ragione ai condannati: “Non si dovrebbe andare oltre i due anni – ha detto il giudice Okello – per consentire all’esecutivo di esercitare le sue prerogative di grazia e al condannato a morte di presentare gli appelli”.
Il giudice Twinomujuni ha suggerito da parte sua che, a fronte della costituzionalità della pena di morte, l’ergastolo potrebbe essere un’alternativa migliore. In Uganda, una condanna all’ergastolo si riduce in effetti alla detenzione per 20 anni.
— FONTI
- (Fonti: Agence France Presse, 10/06/2005)
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