Pakistan: confermata condanna a morte per l'omicidio della moglie


L'Alta Corte di Peshawar il 12 settembre 2026 ha confermato la condanna a morte di un uomo che in primo grado è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie.
L’omicida – ha detto l’Alta Corte - non può sottrarsi alle proprie responsabilità invocando il dovere di provvedere al mantenimento dei figli, considerata la gravità del reato e la violenza subita dalla vittima prima della sua uccisione.
Una sezione composta dai giudici Sahibzada Asadullah e Inamullah Khan ha così respinto l'appello presentato dal condannato Najeebullah al fine di ottenere una riduzione della pena, confermando la sua condanna a morte.
L’uomo è stato condannato per l'omicidio di Rizwana Shaheen, funzionaria del Dipartimento dell'Istruzione del Khyber, che fu ripetutamente colpita con un'arma da taglio il 17 giugno 2023 all'interno di un alloggio presso la Scuola Primaria Femminile Statale di Merikhel.
Inizialmente, su denuncia del custode scolastico Murad Ali, fu aperto un procedimento contro ignoti.
In seguito, i parenti della vittima, Shafqatullah e Muhammad Jehangir, indicarono il marito, Najeebullah, come imputato, sostenendo che l'avesse uccisa.
Durante il processo furono raccolte anche le dichiarazioni delle figlie della vittima.
Il tribunale di primo grado, dopo aver esaminato le prove, la perizia medica e il materiale forense, dichiarò Najeebullah colpevole e lo condannò a morte, ordinandogli inoltre di versare un milione di rupie a titolo di risarcimento agli eredi. Successivamente, Najeebullah impugnò la dichiarazione di colpevolezza e la sentenza capitale dinanzi all'Alta Corte.
Il giudice Sahibzada Asadullah ha redatto una sentenza di 49 pagine al termine delle arringhe. Secondo la sentenza, le prove documentali dimostrano che la donna è stata precedentemente vittima di violenze fisiche, tra cui lesioni alle mani e rottura di denti.
La donna si era rivolta al tribunale della famiglia locale chiedendo lo scioglimento del matrimonio, ma in seguito si era giunti a una riconciliazione grazie all'intervento degli anziani del luogo.
Pur riconoscendo che la morte della vittima e la condanna del padre avrebbero inevitabilmente avuto ripercussioni sui figli, la sentenza ha tuttavia stabilito che il benessere dei minori non può essere usato come scudo per sottrarsi alla responsabilità per un crimine così grave.
L’Alta Corte ha osservato che un legame familiare non può essere utilizzato per giustificare la violenza o privare una persona della protezione e della dignità garantite dalla legge. Ha rilevato che la vittima era a sua volta una madre e aveva diritto alla vita, alla dignità e alla protezione.
L’Alta Corte ha inoltre osservato che la natura dell'aggressione, che ha causato alla vittima otto ferite in diverse parti del corpo, non poteva essere considerata un semplice errore o una temporanea perdita di controllo.
Non riscontrando motivi per ridurre la pena, l'Alta Corte ha respinto l'appello e confermato la condanna a morte inflitta a Najeebullah.
- (Fonte: The News Pakistan, 13/09/2026)
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