Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un emendamento...
Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un emendamento...
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Secondo la legge attuale, 46 reati sono soggetti alla pena di morte, un terzo dei quali sono reati economici come corruzione e uso di tangenti.
Il 29 agosto 2015, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha modificato il codice penale, eliminando la pena di morte per nove reati. I nove reati comprendono il contrabbando di armi, munizioni, materiali nucleari o denaro contraffatto; contraffazione di denaro; raccolta di fondi per mezzo di frodi; favorire o costringere un’altra persona a prostituirsi; ostacolare un comandante o una persona di turno nell’esercizio dei suoi compiti; invenzione di voci per indurre in errore altri in tempo di guerra. La pena massima per questi reati sarà l’ergastolo. L’eliminazione della pena di morte per questi nove reati incide poco e nulla sulla pratica della pena capitale in Cina, che si concentra in gran parte su casi di omicidio, stupro, rapina e reati di droga. Tuttavia, mostra che il Governo continua a fare passi in avanti verso la graduale abolizione.
Inoltre, il Comitato ha inserito all’ultimo minuto una disposizione che riguarda i reati di corruzione e di aver accettato tangenti.
La disposizione autorizza i tribunali ad aggiungere una condizione al momento della condanna, stabilire cioè che il condannato passi la vita in prigione senza possibilità di riduzione della pena o di liberazione condizionale. La condizione può essere applicata solo nel caso in cui il condannato per corruzione abbia ricevuto la pena capitale con due anni di sospensione, alla fine dei quali, è possibile la sua commutazione in ergastolo e, quindi, potenzialmente uscire dal carcere dopo aver trascorso un periodo di tempo che non può essere superiore al massimo della pena della reclusione a tempo determinato, ovvero circa 18 anni. L’introduzione dell’ergastolo senza condizionale in gravi casi di corruzione potrebbe anche spianare la strada in Cina per eliminare del tutto la pena di morte per corruzione, ma può avere implicazioni più ampie per l’abolizione della pena di morte perché potrebbe essere esteso ad altri tipi di reati, tra cui reati violenti.
È stata la seconda volta che la Cina ha ridotto il numero di reati capitali dal 1979, quando è entrato in vigore l’attuale Codice Penale. Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo aveva già emendato il Codice Penale riducendo di 13 il numero dei reati punibili con la pena di morte, portandoli a 55. Erano per lo più reati di natura economica e non violenta. Nel 2011 inoltre si è stabilito che la condanna a morte non possa essere imposta a persone che al momento del processo abbiano 75 anni e oltre, fatta eccezione per i casi di omicidio commesso con eccezionale crudeltà. In precedenza, solo i minori di 18 anni al momento del crimine e donne incinte al momento del processo non erano passibili di morte.
Primatista di esecuzioni, anche se in netta diminuzione.
Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali condanne a morte ed esecuzioni sarebbero via via diminuite rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema.
La Fondazione statunitense Dui Hua ha stimato che la Cina ha giustiziato circa 2.400 persone nel 2015, lo stesso numero di esecuzioni stimato nel 2014 e nel 2013. Questo dato rappresenta un calo del 20 per cento rispetto alle circa 3.000 esecuzioni del 2012 e un calo più significativo rispetto alle 6.500 nel 2007 e alle 12.000 del 2002.
Secondo la Dui Hua, la riduzione è stata probabilmente determinata da un maggiore utilizzo della pena di morte con due anni di sospensione (che è quasi sempre commutata nel carcere a vita o a una pena detentiva a termine), dai miglioramenti in materia di giusto processo recentemente codificati nelle revisioni al codice di procedura penale dalla Corte Suprema del Popolo che ha continuato a riesaminare le sentenze capitali e dalla decisione di abbandonare l’uso di prigionieri giustiziati come fonte primaria in Cina per la donazione di organi.
La politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”
Il 13 marzo 2016, presentando il suo rapporto alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Zhou Qiang, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni.
Nel 2015, i tribunali cinesi a vari livelli hanno definito 1.099.205 casi penali, che hanno coinvolto 1.232.695 persone, un incremento del 7,45 e del 4,06 per cento rispettivamente in rapporto al 2014. I tribunali penali hanno trattato 187.993 casi di crimini violenti, mostrando un calo nella maggior parte dei casi: omicidio intenzionale, 10.187 casi, in calo del 5,81%; lesioni, 122.209, in calo del 3,04%; stupro, 21.252, in calo del 9,39%; sequestro di persona, 787, in calo del 24,54%; esplosioni, 131, in calo del 18,13%; scippo, 6.839, in calo del 12,80%; rapina, 26.588, in calo del 16,27%. Condanne a cinque anni e più di carcere, condanne a morte o condanne a morte sospese sono state comminate a 115.464 persone, pari al 9,37% dei condannati.
Nel 2015, la Corte Suprema ha trattato 15.985 cause e ha concluso 14.135 casi, in crescita del 42,6 e 43 per cento, rispettivamente, rispetto al 2014.
Considerato che, sin dal febbraio 2010, la Corte Suprema ha raccomandato di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”, suggerendo ai tribunali che i criminali non meritevoli di immediata esecuzione debbano essere condannati a morte con due anni di sospensione, è realistico ritenere che le esecuzioni nel 2015 siano state circa 2.400, come stimato dalla Fondazione Dui Hua.
Le riforme della Corte Suprema
La riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007 è ritenuta una delle più importanti sulla pena di morte in Cina e segna un’inversione rispetto alle campagne del “colpire duro” avviate negli anni 80 e che avevano portato nel 1983 la Corte Suprema a delegare alle corti provinciali la definizione in ultima istanza dei casi capitali.
In base alla riforma del 2007, la revisione di ogni caso giudiziario è effettuata da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che devono riesaminare tutte le prove, la legge applicata, la commisurazione della pena, il dibattimento nel precedente processo e devono sentire l’imputato di persona o per lettera prima di giungere alla decisione finale. Se i giudici reputano insufficienti le prove, non commisurata la pena o illegale il dibattimento, devono sottoporre il caso al comitato giuridico della Corte Suprema, il quale è tenuto a esaminarlo con un magistrato della Procura Suprema. I casi capitali che non abbiano avuto un processo d’appello pubblico non sono rivisti dalla Corte Suprema ma sono rinviati alla corte di seconda istanza per lo svolgimento di un pubblico processo.
Dopo la riforma del 2007, la Cina ha continuato ad adottare nuove misure per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate.
Nel maggio 2008, la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia cinesi hanno emanato congiuntamente un regolamento sul ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali, il quale dispone che le istituzioni di sostegno legale debbano designare avvocati esperti di casi capitali e che questi ultimi non possano trasferire il caso ai propri assistenti.
Nel 2011, la Corte Suprema ha raccomandato ai tribunali di “sospendere la condanna a morte per due anni in tutti i casi che non richiedono l’esecuzione immediata”. Nella normale pratica giudiziaria, in questi casi la condanna è commutata in ergastolo dopo due anni. La Corte Suprema ha raccomandato inoltre di “applicare la pena di morte solo a un’estrema minoranza di criminali responsabili di crimini molto gravi”.
Nel marzo 2012, il Congresso Nazionale del Popolo ha riformato la legge di procedura penale in senso più garantista. Secondo la riforma, la Corte Suprema, nel corso del procedimento di verifica, può interrogare l’imputato e deve sentire le argomentazioni dell’avvocato difensore, se ne fa richiesta. Inoltre, per la prima volta, la riforma chiarisce che le confessioni estorte con mezzi illegali, come la tortura, le deposizioni dei testimoni e delle vittime ottenute illegalmente devono essere escluse dai processi. Per evitare le confessioni estorte illegalmente, gli indagati, dopo essere stati fermati o arrestati, devono essere condotti in un centro di detenzione per la custodia cautelare e l’interrogatorio deve essere audio o video-registrato.
Il 22 gennaio 2015, la Corte Suprema del Popolo ha ribadito che i criteri per infliggere la pena capitale devono essere rigorosamente rispettati in modo da garantire che tale pena sia “utilizzata solo per pochissimi condannati i cui crimini siano estremamente gravi”.
Maggiore trasparenza nei processi giurisdizionali
Assoluzioni nel sistema giudiziario cinese sono state estremamente rare in passato, considerato che la quasi totalità degli imputati è stata sempre giudicata colpevole, secondo le statistiche ufficiali. La Cina ha di tanto in tanto esonerato detenuti condannati ingiustamente dopo che altri hanno confessato i loro crimini oppure, in alcuni casi, perché la presunta vittima di omicidio è stata poi ritrovata viva.
Nel 2015, tuttavia, i tribunali cinesi hanno “corretto” 1.357 verdetti, secondo il rapporto di Zhou Qiang alla sessione del 2016 del Congresso Nazionale del Popolo. Un totale di 1.039 accusati sono stati giudicati innocenti dai tribunali cinesi nel 2015, ha detto Zhou, rispetto ai 1.232.000 che sono stati giudicati colpevoli, un tasso di condanne del 99,92 per cento, quasi lo stesso dell’anno precedente. Il Paese deve trarre insegnamenti dalle assoluzioni e “migliorare i meccanismi che possono efficacemente prevenire e correggere i casi errati e falsi in modo tempestivo”, ha detto Zhou, il quale ha promesso per il 2016 miglioramenti al sistema di assistenza legale, per aiutare coloro che vogliono fare appello o ottenere la revisione della loro condanna a morte. Nel 2015, 31.527 prigionieri sono stati rilasciati in base ad un decreto di amnistia, che è stato adottato dal Congresso e firmato dal presidente Xi Jinping il 29 agosto 2015, prima di una commemorazione nazionale del 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale. Tra i rilasciati c’erano quasi 2.000 veterani di guerra così come alcuni prigionieri molto vecchi, molto giovani o disabili. “Sono stati liberati tutti coloro che erano qualificati per la liberazione anticipata, nessuno è stato tralasciato”, ha detto Zhou. L’amnistia è stata l’ottava dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, e la prima in 40 anni dopo la precedente del 1975.
Il 2015 ha visto anche un aumento di casi in cui i cittadini hanno citato in giudizio il Governo. Le corti hanno trattato 241.000 casi di questo tipo, con un incremento annuale del 59,2 per cento. I procuratori hanno cercato una “interazione costruttiva con gli avvocati”, ha detto il procuratore generale Cao Jianming presentando il rapporto della Procura della Corte Suprema alla sessione del Congresso. Per supportare gli avvocati della difesa è stato istituito un sistema on-line, che li ha aiutati a pianificare gli appuntamenti con i loro clienti e presentare azioni legali, mentre un database digitale di documenti legali è disponibile per 29 divisioni provinciali, aiutando gli avvocati ad accedere facilmente ai documenti. I pubblici ministeri hanno fatto notevoli sforzi per garantire la giustizia procedurale. Essi hanno presentato ricorsi contro circa 6.600 sentenze penali e circa 3.500 sentenze civili. Hanno inoltre spinto la polizia ad abbandonare circa 10.000 casi e impedito abusi di potere e la raccolta illegale di prove in circa 31.000 casi. Circa 25.000 sospetti non sono stati perseguiti a causa della mancanza di prove o perché i fatti non costituivano reato. I procuratori hanno anche stretto il controllo sulla polizia in relazione alle misure obbligatorie sui sospetti. Sono intervenuti sulla polizia per rilasciare o facilitare la custodia di quasi 30.000 sospetti. Il numero degli indagati, posti in custodia per più di tre anni senza essere accusati, si è ridotto da 4.459 nel 2013 a sei entro il 2015.
La guerra alla droga
Secondo la legge penale cinese, un trafficante di droga può essere condannato a morte per la produzione, il trasporto o il traffico di un quantitativo pari o superiore a 50 grammi di eroina o a un chilo di oppio. Anche i trafficanti catturati con 150 chili di marijuana rischiano la pena di morte. La condanna più mite per un tale reato è di 15 anni.
Il 7 aprile 2016, la Corte Suprema ha emesso una nuova interpretazione giudiziaria sulle norme relative a sentenze e condanne per droga, inasprendo le pene. Il documento ha previsto norme più severe per la ketamina abbassando della metà la soglia di criminalizzazione. Il nuovo documento ha anche aggiunto 12 nuovi tipi di droghe illegali soggette a sanzioni penali e ha abbassato la soglia sanzionatoria per l’uso illegale per 33 precursori chimici.
Il rapporto della Corte Suprema presentato il 13 marzo 2016 alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo mostra che le droghe (illegali) sono un problema crescente in Cina. I tribunali a tutti i livelli hanno concluso 139.024 casi di droga nel 2015, con un incremento di oltre il 30 per cento rispetto al 2014. Un totale di 137.198 imputati per droga sono stati condannati e quasi il 20 per cento di loro ha ricevuto pesanti sanzioni – dai cinque anni di reclusione in su, inclusa la pena di morte.
Il numero effettivo di esecuzioni per reati di droga è sconosciuto, anche se è apparentemente diminuito nel 2015-2016 rispetto agli anni precedenti per effetto della riforma del 1° gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione finale di tutte le condanne a morte, oltre che delle direttive della Corte Suprema che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a “un numero estremamente ridotto di criminali efferati”.
In ogni caso, com’è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali o di date simboliche internazionali come il 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga.
La civiltà dell’iniezione letale
Le sentenze capitali sono per lo più eseguite con un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata al cuore oppure alla nuca.
Nel 1996, con un emendamento al Codice di Procedura Penale, la Cina ha autorizzato esecuzioni tramite iniezione letale, per la quale sarebbe stato usato lo stesso cocktail di tre farmaci introdotto per la prima volta negli Stati Uniti. “L’iniezione è più umana, riduce la paura e la sofferenza”, hanno dichiarato le autorità cinesi. “È preferita sia dai condannati sia dai loro familiari.” Il nuovo sistema è “più pulito, più sicuro e più conveniente” rispetto all’uso di armi da fuoco, secondo il direttore del dipartimento ricerca della Corte Suprema del Popolo, Hu Yunteng.
L’iniezione letale è stata applicata per la prima volta il 28 marzo 1997 a Kunming, capoluogo della Provincia dello Yunnan.
È impossibile sapere quante persone sono state giustiziate con l’iniezione letale, dal momento che in Cina i dati sulla pena di morte sono coperti dal segreto di Stato.
In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni da 24 posti, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo. Questo evita il trasferimento dei condannati nei posti previsti per le esecuzioni, una procedura che implica notevoli misure di sicurezza. Il detenuto è assicurato con delle cinghie a un lettino di metallo posto sul retro del furgone. Una volta inserito l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata nella vena. Il mezzo è dotato anche di una telecamera che filma l’esecuzione, in modo che rimanga una registrazione audio-video da visionare in caso di eventuali contestazioni procedurali.
Secondo alcuni osservatori sui diritti umani, il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale avrebbe favorito il traffico illegale di organi dei condannati. Le iniezioni lasciano intatto il corpo e richiedono la presenza di medici. Gli organi possono essere espiantati in un modo più veloce ed efficace che nel caso in cui i detenuti siano fucilati.
In passato, le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il collegamento tra l’alto numero di esecuzioni in Cina e la crescente domanda di trapianti, accusando le autorità di costringere i condannati a morte a firmare autorizzazioni all’espianto. Il regime di Pechino ha ammesso nel 2005 di prelevare organi di prigionieri nel braccio della morte, una pratica iniziata a metà degli anni 80. E nel luglio 2006 la Cina ha approvato una legge che proibisce la vendita di organi senza il consenso del donatore. Ciò nonostante, gli espianti illegali di organi in Cina pare siano continuati. In base a una revisione del codice penale adottata nel febbraio 2011, il “prelievo forzato di organi, la donazione forzata di organi e il prelievo di organi da minorenni” sono diventati reati penali, paragonati all’omicidio. Ma, nel marzo 2012, l’allora Vice-Ministro della Salute Huang Jiefu ha ribadito che i prigionieri giustiziati continuano a essere in Cina la principale fonte di organi per i trapianti, a causa della carenza di donatori volontari. Nel dicembre 2014, Huang Jiefu, nel frattempo divenuto capo dell’ufficio trapianti di organi del Ministero della Sanità, ha dichiarato che a partire dal 1° gennaio 2015 potranno essere usati nei trapianti solo organi volontariamente donati da civili.
Ma gli organi dei prigionieri, compresi quelli nel braccio della morte, possono ancora essere utilizzati per i trapianti in Cina, con il pieno appoggio dei responsabili politici, secondo notizie della stampa cinese. Nel gennaio 2015, il Quotidiano del Popolo ha riferito che le donazioni volontarie dei cittadini erano diventate l’unica fonte di organi per il trapianto, ma ha anche citato il dottor Huang Jiefu, secondo il quale “i condannati a morte sono anche cittadini e la legge non li priva del loro diritto di donare i propri organi; se i prigionieri del braccio della morte sono disposti a donare i propri organi per espiare i loro crimini, allora dovrebbero essere incoraggiati”. Nel marzo 2015, il dottor Huang ha detto al Beijing Times che “una volta che gli organi donati volontariamente da condannati a morte entrano nel nostro sistema di distribuzione nazionale, essi sono computati come donazioni di cittadini volontari”. I commenti del Dr. Huang, riportati dai mezzi di informazione ufficiali cinesi a gennaio e marzo, sono stati citati in The New York Times il 15 novembre, sollevando l’indignazione generale di medici e difensori dei diritti umani, che hanno a lungo criticato la pratica cinese di prelevare gli organi da condannati a morte. A seguito di ciò, il dottor Huang ha negato che il nuovo sistema di trapianti del Paese permette l’espianto degli organi da prigionieri giustiziati, dicendo che i suoi commenti precedenti erano stati fraintesi. “Non ho mai detto questo”, ha dichiarato Huang in un’intervista. “È una bugia. Si distorcono le mie parole. Nel contesto, le mie parole sono da intendere su un piano filosofico.” “Come medico, non possiamo rifiutare l’atto di bontà e di coscienza dei prigionieri”, ha aggiunto. “Tuttavia, a livello pratico, non possiamo farlo, inserirli nel sistema di donazione civile.”
Il 20 giugno 2016, è stato pubblicato un nuovo rapporto secondo cui migliaia di persone continuano a essere uccise in Cina in segreto e i loro organi espiantati per l’impiego in operazioni di trapianto. Il rapporto – redatto dall’ex parlamentare canadese David Kilgour, dal difensore dei diritti umani David Matas e dal giornalista Ethan Gutmann – ha stimato che da 60.000 a 100.000 organi sono trapiantati ogni anno negli ospedali cinesi. I risultati del rapporto sono in netto contrasto con i dati ufficiali che fissano il numero di operazioni di trapianto a circa 10.000 l’anno. Secondo i dati ufficiali, 2.766 volontari hanno donato organi nel 2015, mentre 7.785 organi sono stati comprati. Secondo il rapporto, il divario è spiegato con il numero di prigionieri giustiziati, molti dei quali prigionieri di coscienza rinchiusi per le loro convinzioni religiose o politiche e appartenenti a minoranze religiose ed etniche, tra cui uiguri, tibetani, cristiani di chiese underground e praticanti del movimento spirituale fuorilegge Falun Gong. Secondo le statistiche ufficiali, ci sono più di 100 ospedali in Cina autorizzati a eseguire operazioni di trapianto d’organo, ma gli autori del Rapporto affermano di aver “verificato e confermato 712 ospedali che svolgono trapianti di rene e di fegato”.
La guerra al terrorismo
Il Governo cinese ha usato la lotta al terrorismo come pretesto per aumentare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. Sospetti separatisti o estremisti religiosi da anni rischiano detenzioni arbitrarie, l’isolamento, la tortura e, al termine di processi iniqui, il carcere o l’esecuzione. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni.
Il 27 dicembre 2015, la Cina ha approvato una nuova controversa legge anti-terrorismo che ha attirato profonda preoccupazione nelle capitali occidentali, non solo perché potrebbe violare i diritti umani, come la libertà di parola, ma anche per le disposizioni in ambito informatico. Anche se è stata rimossa nella bozza finale della legge la previsione iniziale per le aziende di mantenere i server e i dati degli utenti all’interno della Cina, le aziende tecnologiche dovranno ancora fornire informazioni sensibili se le forze dell’ordine le richiedono. La legge anti-terrorismo autorizza anche l’Esercito di Liberazione del Popolo a condurre operazioni anti-terrorismo all’estero. La nuova legge limita inoltre il diritto dei media a riportare dettagli su attacchi terroristici che potrebbero portare ad atti di emulazione o mostrare scene “crudeli e disumane”.
Le condanne per reati contro la sicurezza dello Stato sono quasi raddoppiate nel 2015, ha reso noto la Corte Suprema, a seguito della campagna “colpire duro” finalizzata a reprimere i disordini nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang. Nel 2015 i tribunali cinesi hanno riconosciuto colpevoli 1.419 imputati per “aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e terrorismo violento”, ha detto Zhou Qiang, capo della Corte Suprema del Popolo, in un rapporto presentato il 13 marzo 2016 alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo. I tribunali cinesi hanno condannato 1.084 persone per “crimini terroristici violenti” e altre 335 per reati relativi alla “messa in pericolo della sicurezza nazionale”. La maggior parte delle condanne sembra essere correlato al lancio da parte di Pechino di una campagna “colpire duro” nello Xinjiang, volta a fermare disordini che hanno causato centinaia di morti. Da quando ha cominciato la campagna nel 2014, il Governo ha imprigionato centinaia di persone, giustiziato decine di prigionieri e forse ucciso centinaia di persone in azioni di polizia fermamente criticate dagli attivisti per i diritti umani.
Nel 2015, la Cina ha giustiziato almeno 3 Uiguri per “terrorismo”.
La pena di morte per reati nonviolenti, politici e di opinione
Il 18 aprile 2016, la Corte Suprema del Popolo e la Procura Suprema del Popolo, le più alte autorità giudiziarie del Paese, hanno stabilito che la pena di morte sarà applicabile ai funzionari che si appropriano di fondi o accettano tangenti per oltre 463.000 dollari. Il provvedimento si propone di chiarire l’ultima revisione del Codice Penale entrata in vigore nel novembre 2015, che non prevedeva le quantità esatte per le quali potrebbe essere applicata la pena di morte e lasciava la decisione finale alla discrezionalità dei giudici. L’emendamento del 2015 aveva eliminato i riferimenti a cifre precise parlando invece di pena di morte per “somme molto ingenti di denaro,” un criterio soggettivo che le due autorità hanno ora deciso di rivedere per evitare confusione. Le due istituzioni hanno anche precisato che nel caso l’accusato collabori nelle indagini, confessi il crimine o restituisca la somma sottratta, la pena di morte potrebbe essere sospesa per due anni, il che equivale ad una commutazione della pena in ergastolo, la punizione più comune in Cina nei casi di corruzione. Le nuove norme prevedono che anche gli alti funzionari possano essere processati per complicità, se non denunciano pratiche di corruzione dei loro stretti collaboratori o dei membri della loro stessa famiglia.
Le autorità hanno continuato ad attuare politiche repressive nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang nei confronti della popolazione uigura. I funzionari cinesi nello Xinjiang hanno continuato il loro impegno per reprimere le cosiddette “tre forze”: “estremismo religioso”, “separatismo” e “terrorismo”. Il possesso di pubblicazioni o materiali audiovisivi che parlano di indipendenza, autonomia o altri temi sensibili continua a essere vietato.
I tribunali cinesi hanno concluso il 50 per cento in meno dei processi relativi alla Sicurezza dello Stato nel 2015, secondo l’analisi della Fondazione Dui Hua dei dati diffusi nella Relazione 2016 Corte Suprema del Popolo. La Dui Hua stima che i tribunali cinesi hanno concluso più di 500 processi di primo grado nel 2015, a fronte di oltre 1.000 nel 2014. La Dui Hua ritiene che al calo di questo tipo di processi, che comprendono la sovversione, separatismo, spionaggio e violazioni al segreto di stato, corrisponde però a un aumento di processi per attivismo politico. La Regione autonoma uigura dello Xinjiang solitamente ha la più alta percentuale dei processi relativi alla Sicurezza dello Stato di qualsiasi regione cinese. Secondo la Relazione annuale dell’Alta Corte del Popolo dello Xinjiang, i tribunali della regione autonoma hanno trattato circa 100 processi relativi alla Sicurezza dello Stato nel 2015, rispetto ai circa 300 nel 2014 e nel 2013. La stessa relazione rivela però che i processi per reati relativi a casi di “terrorismo” sono aumentati del 25 per cento nel 2015. La Dui Hua ritiene che molti dei processi per terrorismo erano stati precedentemente trattati come processi relativi alla Sicurezza dello Stato.
La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali
Le autorità cinesi ammettono a parole che la libertà di religione rappresenta un fondamentale diritto umano riconosciuto dalla Costituzione e dai principali trattati internazionali. Nei fatti, la libertà religiosa è fortemente ridotta in Cina.
Le minoranze religiose ed etniche sono state un obiettivo chiave della repressione anche nel 2015, in particolare gli appartenenti a movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato: protestanti e cattolici, musulmani uiguri e buddisti tibetani. Il Governo ha continuato anche la repressione dei movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong.
Le nuove “misure per la regolamentazione delle questioni religiose”, approvate dalla Commissione governativa permanente per il Tibet nel settembre 2006 ed entrate in vigore il 1° gennaio 2007, anziché garantire la libertà religiosa rafforzano i poteri dei funzionari cinesi nella restrizione, controllo e repressione del credo buddista.
Il grado di libertà di culto è diverso a seconda delle regioni. Per esempio, nello Xinjiang vi è un controllo ferreo sui musulmani che nel resto del Paese godono invece di una maggior libertà. Lo stesso vale per i buddisti della Mongolia Interna e del Tibet rispetto a quelli di altre zone. Nell’Henan sono stati perseguitati in particolare i protestanti, mentre nell’Hebei i cattolici legati al Vaticano.
Secondo le norme sulle attività religiose, i luoghi in cui si esercita il culto devono essere autorizzati dal Governo e le forze dell’ordine sono spesso intervenute in abitazioni private dove si radunavano dei credenti per interrompere le funzioni con la scusa che disturbavano i vicini o provocavano disordini sociali, anche arrestando i partecipanti e diffidandoli dal riunirsi nuovamente in quel luogo. A volte chi dice messa subisce duri trattamenti come la detenzione, veri e propri arresti e condanne alla rieducazione o al carcere. E anche in questo caso la repressione è stata diversa a seconda delle aree.
Nella Regione Autonoma dello Xinjiang a maggioranza uigura, a seguito gli scontri etnici del 2009, la presenza di forze e dispositivi di sicurezza è rimasta consistente e le autorità hanno intensificato i controlli sull’Islam nella regione.
In base ai dati diffusi nel rapporto annuale dell’Alta Corte dello Xinjiang ed elaborati dalla Fondazione Dui Hua, il numero di processi penali per reati relativi ad attivismo religioso sono aumentati del 35,5 nel 2015 rispetto al 2014. Questa categoria di reati può essere usata per colpire gruppi islamici e cristiani non autorizzati o “sette” e copre attività come la distribuzione di materiale religioso oppure casi di persone che hanno sfidato il divieto del Governo su barbe, veli e funzioni religiose.
L’11 marzo 2015, Heiner Bieledfeldt, relatore speciale sulla libertà di religione, ha criticato la repressione della Cina in Xinjiang, evidenziando le preoccupazioni per quelle che ha definito storie “inquietanti” di molestie e intimidazioni, “per esempio, intimidazioni durante il Ramadan – ai bambini nelle scuole è stato chiesto di interrompere il loro digiuno”. Ha anche detto che il suo ufficio non ha registrato alcun progresso nella sua richiesta di effettuare una visita ufficiale in Cina. L’ultima volta che è stata accettata è stato nel 2004.
Pechino permette la pratica del protestantesimo solo all’interno del Movimento delle Tre Autonomie (MTA), nato nel 1950 dopo la presa del potere di Mao e l’espulsione dei missionari stranieri e dei leader delle Chiese anche cinesi. Le statistiche ufficiali dicono che in Cina vi sono 10 milioni di protestanti ufficiali, tutti uniti nell’MTA.
Ma, negli ultimi trenta anni, le “chiese domestiche” protestanti sono diventate un fenomeno importante, con oltre 50 milioni di fedeli che si radunano nelle case o altri luoghi privati per pregare, svolgere cerimonie e tenere assemblee. Il loro amore per il libero culto li ha portati a rifiutare le Chiese protestanti ufficiali, colpevoli ai loro occhi di “adorare il partito” piuttosto che Dio. Le autorità cinesi hanno cercato di sopprimere questo movimento incontrollato incarcerando pastori, torturando i credenti e distruggendo case e luoghi di culto. Nel 2012, la Cina ha lanciato una campagna a tutto campo contro le chiese domestiche, i ministri e i fedeli protestanti che dovrebbe essere completata in dieci anni con l’annientamento completo delle chiese domestiche, ha reso noto nell’aprile 2012 la China Aid Association sulla base di fonti e documenti del Partito comunista.
Il Governo ha continuato nella repressione dei cosiddetti “culti”, in particolare nei confronti dei praticanti del Falun Gong, i quali hanno continuato a subire arresti e detenzioni, e vi sono attendibili prove di persone morte a causa di torture e abusi subiti. I praticanti che si rifiutano di abiurare spesso subiscono dure punizioni in carcere, condanne alla rieducazione in campi di lavoro e in campi extra-giudiziari.
Aderenti al Falun Gong che si trovano all’estero affermano che, a partire dalla dura repressione avviata nei loro confronti nel 1999, centinaia di migliaia – se non milioni – di praticanti sono ancora sotto custodia nei campi di lavoro o in prigione, il che farebbe di loro la più grande comunità di prigionieri di coscienza del Paese. Decine di migliaia hanno subito torture per mano della polizia e degli agenti della sicurezza.
Il sito ufficiale del Falun Gong, en.minghui.org, al 5 giugno 2016, ha registrato un totale di 3.906 morti confermate di praticanti in seguito a varie forme di persecuzione dal 1999. Per le difficoltà a ottenere informazioni dalla Cina, è probabile che questo dato sia significativamente più alto.
Nazioni Unite
Nell’ottobre 2013, la Cina è stata sottoposta al Riesame Periodico Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nel marzo 2014, nella sua risposta alle richieste pervenute, il Governo cinese ha respinto le raccomandazioni volte a: proseguire le riforme verso l’abolizione della pena di morte, tra cui una maggiore trasparenza sul suo utilizzo; pubblicare o rendere disponibili informazioni precise sull’identità e il numero delle persone in attesa di esecuzione e di coloro che sono stati giustiziati; istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte, come primo passo verso la sua abolizione definitiva.
Il 19 dicembre 2016, la Cina ha votato contro la Risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali.
Il 29 agosto 2015, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha modificato il codice penale, eliminando la pena di morte per nove reati. I nove reati comprendono il contrabbando di armi, munizioni, materiali nucleari o denaro contraffatto; contraffazione di denaro; raccolta di fondi per mezzo di frodi; favorire o costringere un’altra persona a prostituirsi; ostacolare un comandante o una persona di turno nell’esercizio dei suoi compiti; invenzione di voci per indurre in errore altri in tempo di guerra. La pena massima per questi reati sarà l’ergastolo. L’eliminazione della pena di morte per questi nove reati incide poco e nulla sulla pratica della pena capitale in Cina, che si concentra in gran parte su casi di omicidio, stupro, rapina e reati di droga. Tuttavia, mostra che il Governo continua a fare passi in avanti verso la graduale abolizione.
Inoltre, il Comitato ha inserito all’ultimo minuto una disposizione che riguarda i reati di corruzione e di aver accettato tangenti.
La disposizione autorizza i tribunali ad aggiungere una condizione al momento della condanna, stabilire cioè che il condannato passi la vita in prigione senza possibilità di riduzione della pena o di liberazione condizionale. La condizione può essere applicata solo nel caso in cui il condannato per corruzione abbia ricevuto la pena capitale con due anni di sospensione, alla fine dei quali, è possibile la sua commutazione in ergastolo e, quindi, potenzialmente uscire dal carcere dopo aver trascorso un periodo di tempo che non può essere superiore al massimo della pena della reclusione a tempo determinato, ovvero circa 18 anni. L’introduzione dell’ergastolo senza condizionale in gravi casi di corruzione potrebbe anche spianare la strada in Cina per eliminare del tutto la pena di morte per corruzione, ma può avere implicazioni più ampie per l’abolizione della pena di morte perché potrebbe essere esteso ad altri tipi di reati, tra cui reati violenti.
È stata la seconda volta che la Cina ha ridotto il numero di reati capitali dal 1979, quando è entrato in vigore l’attuale Codice Penale. Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo aveva già emendato il Codice Penale riducendo di 13 il numero dei reati punibili con la pena di morte, portandoli a 55. Erano per lo più reati di natura economica e non violenta. Nel 2011 inoltre si è stabilito che la condanna a morte non possa essere imposta a persone che al momento del processo abbiano 75 anni e oltre, fatta eccezione per i casi di omicidio commesso con eccezionale crudeltà. In precedenza, solo i minori di 18 anni al momento del crimine e donne incinte al momento del processo non erano passibili di morte.
Primatista di esecuzioni, anche se in netta diminuzione.
Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali condanne a morte ed esecuzioni sarebbero via via diminuite rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema.
La Fondazione statunitense Dui Hua ha stimato che la Cina ha giustiziato circa 2.400 persone nel 2015, lo stesso numero di esecuzioni stimato nel 2014 e nel 2013. Questo dato rappresenta un calo del 20 per cento rispetto alle circa 3.000 esecuzioni del 2012 e un calo più significativo rispetto alle 6.500 nel 2007 e alle 12.000 del 2002.
Secondo la Dui Hua, la riduzione è stata probabilmente determinata da un maggiore utilizzo della pena di morte con due anni di sospensione (che è quasi sempre commutata nel carcere a vita o a una pena detentiva a termine), dai miglioramenti in materia di giusto processo recentemente codificati nelle revisioni al codice di procedura penale dalla Corte Suprema del Popolo che ha continuato a riesaminare le sentenze capitali e dalla decisione di abbandonare l’uso di prigionieri giustiziati come fonte primaria in Cina per la donazione di organi.
La politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”
Il 13 marzo 2016, presentando il suo rapporto alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Zhou Qiang, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni.
Nel 2015, i tribunali cinesi a vari livelli hanno definito 1.099.205 casi penali, che hanno coinvolto 1.232.695 persone, un incremento del 7,45 e del 4,06 per cento rispettivamente in rapporto al 2014. I tribunali penali hanno trattato 187.993 casi di crimini violenti, mostrando un calo nella maggior parte dei casi: omicidio intenzionale, 10.187 casi, in calo del 5,81%; lesioni, 122.209, in calo del 3,04%; stupro, 21.252, in calo del 9,39%; sequestro di persona, 787, in calo del 24,54%; esplosioni, 131, in calo del 18,13%; scippo, 6.839, in calo del 12,80%; rapina, 26.588, in calo del 16,27%. Condanne a cinque anni e più di carcere, condanne a morte o condanne a morte sospese sono state comminate a 115.464 persone, pari al 9,37% dei condannati.
Nel 2015, la Corte Suprema ha trattato 15.985 cause e ha concluso 14.135 casi, in crescita del 42,6 e 43 per cento, rispettivamente, rispetto al 2014.
Considerato che, sin dal febbraio 2010, la Corte Suprema ha raccomandato di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”, suggerendo ai tribunali che i criminali non meritevoli di immediata esecuzione debbano essere condannati a morte con due anni di sospensione, è realistico ritenere che le esecuzioni nel 2015 siano state circa 2.400, come stimato dalla Fondazione Dui Hua.
Le riforme della Corte Suprema
La riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007 è ritenuta una delle più importanti sulla pena di morte in Cina e segna un’inversione rispetto alle campagne del “colpire duro” avviate negli anni 80 e che avevano portato nel 1983 la Corte Suprema a delegare alle corti provinciali la definizione in ultima istanza dei casi capitali.
In base alla riforma del 2007, la revisione di ogni caso giudiziario è effettuata da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che devono riesaminare tutte le prove, la legge applicata, la commisurazione della pena, il dibattimento nel precedente processo e devono sentire l’imputato di persona o per lettera prima di giungere alla decisione finale. Se i giudici reputano insufficienti le prove, non commisurata la pena o illegale il dibattimento, devono sottoporre il caso al comitato giuridico della Corte Suprema, il quale è tenuto a esaminarlo con un magistrato della Procura Suprema. I casi capitali che non abbiano avuto un processo d’appello pubblico non sono rivisti dalla Corte Suprema ma sono rinviati alla corte di seconda istanza per lo svolgimento di un pubblico processo.
Dopo la riforma del 2007, la Cina ha continuato ad adottare nuove misure per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate.
Nel maggio 2008, la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia cinesi hanno emanato congiuntamente un regolamento sul ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali, il quale dispone che le istituzioni di sostegno legale debbano designare avvocati esperti di casi capitali e che questi ultimi non possano trasferire il caso ai propri assistenti.
Nel 2011, la Corte Suprema ha raccomandato ai tribunali di “sospendere la condanna a morte per due anni in tutti i casi che non richiedono l’esecuzione immediata”. Nella normale pratica giudiziaria, in questi casi la condanna è commutata in ergastolo dopo due anni. La Corte Suprema ha raccomandato inoltre di “applicare la pena di morte solo a un’estrema minoranza di criminali responsabili di crimini molto gravi”.
Nel marzo 2012, il Congresso Nazionale del Popolo ha riformato la legge di procedura penale in senso più garantista. Secondo la riforma, la Corte Suprema, nel corso del procedimento di verifica, può interrogare l’imputato e deve sentire le argomentazioni dell’avvocato difensore, se ne fa richiesta. Inoltre, per la prima volta, la riforma chiarisce che le confessioni estorte con mezzi illegali, come la tortura, le deposizioni dei testimoni e delle vittime ottenute illegalmente devono essere escluse dai processi. Per evitare le confessioni estorte illegalmente, gli indagati, dopo essere stati fermati o arrestati, devono essere condotti in un centro di detenzione per la custodia cautelare e l’interrogatorio deve essere audio o video-registrato.
Il 22 gennaio 2015, la Corte Suprema del Popolo ha ribadito che i criteri per infliggere la pena capitale devono essere rigorosamente rispettati in modo da garantire che tale pena sia “utilizzata solo per pochissimi condannati i cui crimini siano estremamente gravi”.
Maggiore trasparenza nei processi giurisdizionali
Assoluzioni nel sistema giudiziario cinese sono state estremamente rare in passato, considerato che la quasi totalità degli imputati è stata sempre giudicata colpevole, secondo le statistiche ufficiali. La Cina ha di tanto in tanto esonerato detenuti condannati ingiustamente dopo che altri hanno confessato i loro crimini oppure, in alcuni casi, perché la presunta vittima di omicidio è stata poi ritrovata viva.
Nel 2015, tuttavia, i tribunali cinesi hanno “corretto” 1.357 verdetti, secondo il rapporto di Zhou Qiang alla sessione del 2016 del Congresso Nazionale del Popolo. Un totale di 1.039 accusati sono stati giudicati innocenti dai tribunali cinesi nel 2015, ha detto Zhou, rispetto ai 1.232.000 che sono stati giudicati colpevoli, un tasso di condanne del 99,92 per cento, quasi lo stesso dell’anno precedente. Il Paese deve trarre insegnamenti dalle assoluzioni e “migliorare i meccanismi che possono efficacemente prevenire e correggere i casi errati e falsi in modo tempestivo”, ha detto Zhou, il quale ha promesso per il 2016 miglioramenti al sistema di assistenza legale, per aiutare coloro che vogliono fare appello o ottenere la revisione della loro condanna a morte. Nel 2015, 31.527 prigionieri sono stati rilasciati in base ad un decreto di amnistia, che è stato adottato dal Congresso e firmato dal presidente Xi Jinping il 29 agosto 2015, prima di una commemorazione nazionale del 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale. Tra i rilasciati c’erano quasi 2.000 veterani di guerra così come alcuni prigionieri molto vecchi, molto giovani o disabili. “Sono stati liberati tutti coloro che erano qualificati per la liberazione anticipata, nessuno è stato tralasciato”, ha detto Zhou. L’amnistia è stata l’ottava dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, e la prima in 40 anni dopo la precedente del 1975.
Il 2015 ha visto anche un aumento di casi in cui i cittadini hanno citato in giudizio il Governo. Le corti hanno trattato 241.000 casi di questo tipo, con un incremento annuale del 59,2 per cento. I procuratori hanno cercato una “interazione costruttiva con gli avvocati”, ha detto il procuratore generale Cao Jianming presentando il rapporto della Procura della Corte Suprema alla sessione del Congresso. Per supportare gli avvocati della difesa è stato istituito un sistema on-line, che li ha aiutati a pianificare gli appuntamenti con i loro clienti e presentare azioni legali, mentre un database digitale di documenti legali è disponibile per 29 divisioni provinciali, aiutando gli avvocati ad accedere facilmente ai documenti. I pubblici ministeri hanno fatto notevoli sforzi per garantire la giustizia procedurale. Essi hanno presentato ricorsi contro circa 6.600 sentenze penali e circa 3.500 sentenze civili. Hanno inoltre spinto la polizia ad abbandonare circa 10.000 casi e impedito abusi di potere e la raccolta illegale di prove in circa 31.000 casi. Circa 25.000 sospetti non sono stati perseguiti a causa della mancanza di prove o perché i fatti non costituivano reato. I procuratori hanno anche stretto il controllo sulla polizia in relazione alle misure obbligatorie sui sospetti. Sono intervenuti sulla polizia per rilasciare o facilitare la custodia di quasi 30.000 sospetti. Il numero degli indagati, posti in custodia per più di tre anni senza essere accusati, si è ridotto da 4.459 nel 2013 a sei entro il 2015.
La guerra alla droga
Secondo la legge penale cinese, un trafficante di droga può essere condannato a morte per la produzione, il trasporto o il traffico di un quantitativo pari o superiore a 50 grammi di eroina o a un chilo di oppio. Anche i trafficanti catturati con 150 chili di marijuana rischiano la pena di morte. La condanna più mite per un tale reato è di 15 anni.
Il 7 aprile 2016, la Corte Suprema ha emesso una nuova interpretazione giudiziaria sulle norme relative a sentenze e condanne per droga, inasprendo le pene. Il documento ha previsto norme più severe per la ketamina abbassando della metà la soglia di criminalizzazione. Il nuovo documento ha anche aggiunto 12 nuovi tipi di droghe illegali soggette a sanzioni penali e ha abbassato la soglia sanzionatoria per l’uso illegale per 33 precursori chimici.
Il rapporto della Corte Suprema presentato il 13 marzo 2016 alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo mostra che le droghe (illegali) sono un problema crescente in Cina. I tribunali a tutti i livelli hanno concluso 139.024 casi di droga nel 2015, con un incremento di oltre il 30 per cento rispetto al 2014. Un totale di 137.198 imputati per droga sono stati condannati e quasi il 20 per cento di loro ha ricevuto pesanti sanzioni – dai cinque anni di reclusione in su, inclusa la pena di morte.
Il numero effettivo di esecuzioni per reati di droga è sconosciuto, anche se è apparentemente diminuito nel 2015-2016 rispetto agli anni precedenti per effetto della riforma del 1° gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione finale di tutte le condanne a morte, oltre che delle direttive della Corte Suprema che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a “un numero estremamente ridotto di criminali efferati”.
In ogni caso, com’è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali o di date simboliche internazionali come il 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga.
La civiltà dell’iniezione letale
Le sentenze capitali sono per lo più eseguite con un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata al cuore oppure alla nuca.
Nel 1996, con un emendamento al Codice di Procedura Penale, la Cina ha autorizzato esecuzioni tramite iniezione letale, per la quale sarebbe stato usato lo stesso cocktail di tre farmaci introdotto per la prima volta negli Stati Uniti. “L’iniezione è più umana, riduce la paura e la sofferenza”, hanno dichiarato le autorità cinesi. “È preferita sia dai condannati sia dai loro familiari.” Il nuovo sistema è “più pulito, più sicuro e più conveniente” rispetto all’uso di armi da fuoco, secondo il direttore del dipartimento ricerca della Corte Suprema del Popolo, Hu Yunteng.
L’iniezione letale è stata applicata per la prima volta il 28 marzo 1997 a Kunming, capoluogo della Provincia dello Yunnan.
È impossibile sapere quante persone sono state giustiziate con l’iniezione letale, dal momento che in Cina i dati sulla pena di morte sono coperti dal segreto di Stato.
In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni da 24 posti, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo. Questo evita il trasferimento dei condannati nei posti previsti per le esecuzioni, una procedura che implica notevoli misure di sicurezza. Il detenuto è assicurato con delle cinghie a un lettino di metallo posto sul retro del furgone. Una volta inserito l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata nella vena. Il mezzo è dotato anche di una telecamera che filma l’esecuzione, in modo che rimanga una registrazione audio-video da visionare in caso di eventuali contestazioni procedurali.
Secondo alcuni osservatori sui diritti umani, il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale avrebbe favorito il traffico illegale di organi dei condannati. Le iniezioni lasciano intatto il corpo e richiedono la presenza di medici. Gli organi possono essere espiantati in un modo più veloce ed efficace che nel caso in cui i detenuti siano fucilati.
In passato, le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il collegamento tra l’alto numero di esecuzioni in Cina e la crescente domanda di trapianti, accusando le autorità di costringere i condannati a morte a firmare autorizzazioni all’espianto. Il regime di Pechino ha ammesso nel 2005 di prelevare organi di prigionieri nel braccio della morte, una pratica iniziata a metà degli anni 80. E nel luglio 2006 la Cina ha approvato una legge che proibisce la vendita di organi senza il consenso del donatore. Ciò nonostante, gli espianti illegali di organi in Cina pare siano continuati. In base a una revisione del codice penale adottata nel febbraio 2011, il “prelievo forzato di organi, la donazione forzata di organi e il prelievo di organi da minorenni” sono diventati reati penali, paragonati all’omicidio. Ma, nel marzo 2012, l’allora Vice-Ministro della Salute Huang Jiefu ha ribadito che i prigionieri giustiziati continuano a essere in Cina la principale fonte di organi per i trapianti, a causa della carenza di donatori volontari. Nel dicembre 2014, Huang Jiefu, nel frattempo divenuto capo dell’ufficio trapianti di organi del Ministero della Sanità, ha dichiarato che a partire dal 1° gennaio 2015 potranno essere usati nei trapianti solo organi volontariamente donati da civili.
Ma gli organi dei prigionieri, compresi quelli nel braccio della morte, possono ancora essere utilizzati per i trapianti in Cina, con il pieno appoggio dei responsabili politici, secondo notizie della stampa cinese. Nel gennaio 2015, il Quotidiano del Popolo ha riferito che le donazioni volontarie dei cittadini erano diventate l’unica fonte di organi per il trapianto, ma ha anche citato il dottor Huang Jiefu, secondo il quale “i condannati a morte sono anche cittadini e la legge non li priva del loro diritto di donare i propri organi; se i prigionieri del braccio della morte sono disposti a donare i propri organi per espiare i loro crimini, allora dovrebbero essere incoraggiati”. Nel marzo 2015, il dottor Huang ha detto al Beijing Times che “una volta che gli organi donati volontariamente da condannati a morte entrano nel nostro sistema di distribuzione nazionale, essi sono computati come donazioni di cittadini volontari”. I commenti del Dr. Huang, riportati dai mezzi di informazione ufficiali cinesi a gennaio e marzo, sono stati citati in The New York Times il 15 novembre, sollevando l’indignazione generale di medici e difensori dei diritti umani, che hanno a lungo criticato la pratica cinese di prelevare gli organi da condannati a morte. A seguito di ciò, il dottor Huang ha negato che il nuovo sistema di trapianti del Paese permette l’espianto degli organi da prigionieri giustiziati, dicendo che i suoi commenti precedenti erano stati fraintesi. “Non ho mai detto questo”, ha dichiarato Huang in un’intervista. “È una bugia. Si distorcono le mie parole. Nel contesto, le mie parole sono da intendere su un piano filosofico.” “Come medico, non possiamo rifiutare l’atto di bontà e di coscienza dei prigionieri”, ha aggiunto. “Tuttavia, a livello pratico, non possiamo farlo, inserirli nel sistema di donazione civile.”
Il 20 giugno 2016, è stato pubblicato un nuovo rapporto secondo cui migliaia di persone continuano a essere uccise in Cina in segreto e i loro organi espiantati per l’impiego in operazioni di trapianto. Il rapporto – redatto dall’ex parlamentare canadese David Kilgour, dal difensore dei diritti umani David Matas e dal giornalista Ethan Gutmann – ha stimato che da 60.000 a 100.000 organi sono trapiantati ogni anno negli ospedali cinesi. I risultati del rapporto sono in netto contrasto con i dati ufficiali che fissano il numero di operazioni di trapianto a circa 10.000 l’anno. Secondo i dati ufficiali, 2.766 volontari hanno donato organi nel 2015, mentre 7.785 organi sono stati comprati. Secondo il rapporto, il divario è spiegato con il numero di prigionieri giustiziati, molti dei quali prigionieri di coscienza rinchiusi per le loro convinzioni religiose o politiche e appartenenti a minoranze religiose ed etniche, tra cui uiguri, tibetani, cristiani di chiese underground e praticanti del movimento spirituale fuorilegge Falun Gong. Secondo le statistiche ufficiali, ci sono più di 100 ospedali in Cina autorizzati a eseguire operazioni di trapianto d’organo, ma gli autori del Rapporto affermano di aver “verificato e confermato 712 ospedali che svolgono trapianti di rene e di fegato”.
La guerra al terrorismo
Il Governo cinese ha usato la lotta al terrorismo come pretesto per aumentare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. Sospetti separatisti o estremisti religiosi da anni rischiano detenzioni arbitrarie, l’isolamento, la tortura e, al termine di processi iniqui, il carcere o l’esecuzione. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni.
Il 27 dicembre 2015, la Cina ha approvato una nuova controversa legge anti-terrorismo che ha attirato profonda preoccupazione nelle capitali occidentali, non solo perché potrebbe violare i diritti umani, come la libertà di parola, ma anche per le disposizioni in ambito informatico. Anche se è stata rimossa nella bozza finale della legge la previsione iniziale per le aziende di mantenere i server e i dati degli utenti all’interno della Cina, le aziende tecnologiche dovranno ancora fornire informazioni sensibili se le forze dell’ordine le richiedono. La legge anti-terrorismo autorizza anche l’Esercito di Liberazione del Popolo a condurre operazioni anti-terrorismo all’estero. La nuova legge limita inoltre il diritto dei media a riportare dettagli su attacchi terroristici che potrebbero portare ad atti di emulazione o mostrare scene “crudeli e disumane”.
Le condanne per reati contro la sicurezza dello Stato sono quasi raddoppiate nel 2015, ha reso noto la Corte Suprema, a seguito della campagna “colpire duro” finalizzata a reprimere i disordini nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang. Nel 2015 i tribunali cinesi hanno riconosciuto colpevoli 1.419 imputati per “aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e terrorismo violento”, ha detto Zhou Qiang, capo della Corte Suprema del Popolo, in un rapporto presentato il 13 marzo 2016 alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo. I tribunali cinesi hanno condannato 1.084 persone per “crimini terroristici violenti” e altre 335 per reati relativi alla “messa in pericolo della sicurezza nazionale”. La maggior parte delle condanne sembra essere correlato al lancio da parte di Pechino di una campagna “colpire duro” nello Xinjiang, volta a fermare disordini che hanno causato centinaia di morti. Da quando ha cominciato la campagna nel 2014, il Governo ha imprigionato centinaia di persone, giustiziato decine di prigionieri e forse ucciso centinaia di persone in azioni di polizia fermamente criticate dagli attivisti per i diritti umani.
Nel 2015, la Cina ha giustiziato almeno 3 Uiguri per “terrorismo”.
La pena di morte per reati nonviolenti, politici e di opinione
Il 18 aprile 2016, la Corte Suprema del Popolo e la Procura Suprema del Popolo, le più alte autorità giudiziarie del Paese, hanno stabilito che la pena di morte sarà applicabile ai funzionari che si appropriano di fondi o accettano tangenti per oltre 463.000 dollari. Il provvedimento si propone di chiarire l’ultima revisione del Codice Penale entrata in vigore nel novembre 2015, che non prevedeva le quantità esatte per le quali potrebbe essere applicata la pena di morte e lasciava la decisione finale alla discrezionalità dei giudici. L’emendamento del 2015 aveva eliminato i riferimenti a cifre precise parlando invece di pena di morte per “somme molto ingenti di denaro,” un criterio soggettivo che le due autorità hanno ora deciso di rivedere per evitare confusione. Le due istituzioni hanno anche precisato che nel caso l’accusato collabori nelle indagini, confessi il crimine o restituisca la somma sottratta, la pena di morte potrebbe essere sospesa per due anni, il che equivale ad una commutazione della pena in ergastolo, la punizione più comune in Cina nei casi di corruzione. Le nuove norme prevedono che anche gli alti funzionari possano essere processati per complicità, se non denunciano pratiche di corruzione dei loro stretti collaboratori o dei membri della loro stessa famiglia.
Le autorità hanno continuato ad attuare politiche repressive nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang nei confronti della popolazione uigura. I funzionari cinesi nello Xinjiang hanno continuato il loro impegno per reprimere le cosiddette “tre forze”: “estremismo religioso”, “separatismo” e “terrorismo”. Il possesso di pubblicazioni o materiali audiovisivi che parlano di indipendenza, autonomia o altri temi sensibili continua a essere vietato.
I tribunali cinesi hanno concluso il 50 per cento in meno dei processi relativi alla Sicurezza dello Stato nel 2015, secondo l’analisi della Fondazione Dui Hua dei dati diffusi nella Relazione 2016 Corte Suprema del Popolo. La Dui Hua stima che i tribunali cinesi hanno concluso più di 500 processi di primo grado nel 2015, a fronte di oltre 1.000 nel 2014. La Dui Hua ritiene che al calo di questo tipo di processi, che comprendono la sovversione, separatismo, spionaggio e violazioni al segreto di stato, corrisponde però a un aumento di processi per attivismo politico. La Regione autonoma uigura dello Xinjiang solitamente ha la più alta percentuale dei processi relativi alla Sicurezza dello Stato di qualsiasi regione cinese. Secondo la Relazione annuale dell’Alta Corte del Popolo dello Xinjiang, i tribunali della regione autonoma hanno trattato circa 100 processi relativi alla Sicurezza dello Stato nel 2015, rispetto ai circa 300 nel 2014 e nel 2013. La stessa relazione rivela però che i processi per reati relativi a casi di “terrorismo” sono aumentati del 25 per cento nel 2015. La Dui Hua ritiene che molti dei processi per terrorismo erano stati precedentemente trattati come processi relativi alla Sicurezza dello Stato.
La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali
Le autorità cinesi ammettono a parole che la libertà di religione rappresenta un fondamentale diritto umano riconosciuto dalla Costituzione e dai principali trattati internazionali. Nei fatti, la libertà religiosa è fortemente ridotta in Cina.
Le minoranze religiose ed etniche sono state un obiettivo chiave della repressione anche nel 2015, in particolare gli appartenenti a movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato: protestanti e cattolici, musulmani uiguri e buddisti tibetani. Il Governo ha continuato anche la repressione dei movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong.
Le nuove “misure per la regolamentazione delle questioni religiose”, approvate dalla Commissione governativa permanente per il Tibet nel settembre 2006 ed entrate in vigore il 1° gennaio 2007, anziché garantire la libertà religiosa rafforzano i poteri dei funzionari cinesi nella restrizione, controllo e repressione del credo buddista.
Il grado di libertà di culto è diverso a seconda delle regioni. Per esempio, nello Xinjiang vi è un controllo ferreo sui musulmani che nel resto del Paese godono invece di una maggior libertà. Lo stesso vale per i buddisti della Mongolia Interna e del Tibet rispetto a quelli di altre zone. Nell’Henan sono stati perseguitati in particolare i protestanti, mentre nell’Hebei i cattolici legati al Vaticano.
Secondo le norme sulle attività religiose, i luoghi in cui si esercita il culto devono essere autorizzati dal Governo e le forze dell’ordine sono spesso intervenute in abitazioni private dove si radunavano dei credenti per interrompere le funzioni con la scusa che disturbavano i vicini o provocavano disordini sociali, anche arrestando i partecipanti e diffidandoli dal riunirsi nuovamente in quel luogo. A volte chi dice messa subisce duri trattamenti come la detenzione, veri e propri arresti e condanne alla rieducazione o al carcere. E anche in questo caso la repressione è stata diversa a seconda delle aree.
Nella Regione Autonoma dello Xinjiang a maggioranza uigura, a seguito gli scontri etnici del 2009, la presenza di forze e dispositivi di sicurezza è rimasta consistente e le autorità hanno intensificato i controlli sull’Islam nella regione.
In base ai dati diffusi nel rapporto annuale dell’Alta Corte dello Xinjiang ed elaborati dalla Fondazione Dui Hua, il numero di processi penali per reati relativi ad attivismo religioso sono aumentati del 35,5 nel 2015 rispetto al 2014. Questa categoria di reati può essere usata per colpire gruppi islamici e cristiani non autorizzati o “sette” e copre attività come la distribuzione di materiale religioso oppure casi di persone che hanno sfidato il divieto del Governo su barbe, veli e funzioni religiose.
L’11 marzo 2015, Heiner Bieledfeldt, relatore speciale sulla libertà di religione, ha criticato la repressione della Cina in Xinjiang, evidenziando le preoccupazioni per quelle che ha definito storie “inquietanti” di molestie e intimidazioni, “per esempio, intimidazioni durante il Ramadan – ai bambini nelle scuole è stato chiesto di interrompere il loro digiuno”. Ha anche detto che il suo ufficio non ha registrato alcun progresso nella sua richiesta di effettuare una visita ufficiale in Cina. L’ultima volta che è stata accettata è stato nel 2004.
Pechino permette la pratica del protestantesimo solo all’interno del Movimento delle Tre Autonomie (MTA), nato nel 1950 dopo la presa del potere di Mao e l’espulsione dei missionari stranieri e dei leader delle Chiese anche cinesi. Le statistiche ufficiali dicono che in Cina vi sono 10 milioni di protestanti ufficiali, tutti uniti nell’MTA.
Ma, negli ultimi trenta anni, le “chiese domestiche” protestanti sono diventate un fenomeno importante, con oltre 50 milioni di fedeli che si radunano nelle case o altri luoghi privati per pregare, svolgere cerimonie e tenere assemblee. Il loro amore per il libero culto li ha portati a rifiutare le Chiese protestanti ufficiali, colpevoli ai loro occhi di “adorare il partito” piuttosto che Dio. Le autorità cinesi hanno cercato di sopprimere questo movimento incontrollato incarcerando pastori, torturando i credenti e distruggendo case e luoghi di culto. Nel 2012, la Cina ha lanciato una campagna a tutto campo contro le chiese domestiche, i ministri e i fedeli protestanti che dovrebbe essere completata in dieci anni con l’annientamento completo delle chiese domestiche, ha reso noto nell’aprile 2012 la China Aid Association sulla base di fonti e documenti del Partito comunista.
Il Governo ha continuato nella repressione dei cosiddetti “culti”, in particolare nei confronti dei praticanti del Falun Gong, i quali hanno continuato a subire arresti e detenzioni, e vi sono attendibili prove di persone morte a causa di torture e abusi subiti. I praticanti che si rifiutano di abiurare spesso subiscono dure punizioni in carcere, condanne alla rieducazione in campi di lavoro e in campi extra-giudiziari.
Aderenti al Falun Gong che si trovano all’estero affermano che, a partire dalla dura repressione avviata nei loro confronti nel 1999, centinaia di migliaia – se non milioni – di praticanti sono ancora sotto custodia nei campi di lavoro o in prigione, il che farebbe di loro la più grande comunità di prigionieri di coscienza del Paese. Decine di migliaia hanno subito torture per mano della polizia e degli agenti della sicurezza.
Il sito ufficiale del Falun Gong, en.minghui.org, al 5 giugno 2016, ha registrato un totale di 3.906 morti confermate di praticanti in seguito a varie forme di persecuzione dal 1999. Per le difficoltà a ottenere informazioni dalla Cina, è probabile che questo dato sia significativamente più alto.
Nazioni Unite
Nell’ottobre 2013, la Cina è stata sottoposta al Riesame Periodico Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nel marzo 2014, nella sua risposta alle richieste pervenute, il Governo cinese ha respinto le raccomandazioni volte a: proseguire le riforme verso l’abolizione della pena di morte, tra cui una maggiore trasparenza sul suo utilizzo; pubblicare o rendere disponibili informazioni precise sull’identità e il numero delle persone in attesa di esecuzione e di coloro che sono stati giustiziati; istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte, come primo passo verso la sua abolizione definitiva.
Il 19 dicembre 2016, la Cina ha votato contro la Risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali.
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