MALESIA: RISOLUZIONE PER MORATORIA SU PENA DI MORTE
una risoluzione che chiede in Malesia un’immediata moratoria sulla pena di morte obbligatoria
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una risoluzione che chiede in Malesia un’immediata moratoria sulla pena di morte obbligatoria è stata approvata da una tavola rotonda che si è svolta nel Parlamento malese per discutere sul tema.
La risoluzione chiede inoltre che la pena di morte venga rivista da un “caucus” parlamentare formato da Ong, ex giudici, avvocati e altri soggetti coinvolti.
In un comunicato, i partecipanti alla tavola rotonda sostengono che i reati legati alla droga non siano classificabili come “crimini tra i più gravi” e che non dovrebbero essere affrontati con la pena di morte, inoltre – continua il comunicato – non c’è alcuna prova che la pena capitale sia particolarmente efficace nel ridurre il crimine.
“La pena di morte obbligatoria nei confronti di trafficanti di droga e corrieri non ha avuto alcun impatto sul narcotraffico, viceversa i reati legati alla droga e alla dipendenza stanno aumentando in Malesia da quando nel 1983 l’emendamento alla Legge sulle Droghe Pericolose del 1952 ha introdotto la pena di morte obbligatoria”, si legge.
Il comunicato evidenzia inoltre che, essendo la pena di morte una punizione irreversibile, la condanna capitale è una responsabilità troppo grande da attribuire al giudice.
Il comunicato riporta essere 696 il numero dei prigionieri del braccio della morte malese al 22 febbraio di quest’anno, di cui 676 uomini e 20 donne, al 90% di età compresa tra 21 e 50 anni.
I prigionieri sono stati condannati a morte soprattutto per reati legati alla droga (479), omicidio (204) e possesso illegale di armi da fuoco (13).
La tavola rotonda, presieduta da Gobind Singh Deo, parlamentare di Puchong, aveva quattro partecipanti: l’ex giudice federale Seri Gopal Sri Ram, il presidente dell’ordine degli avvocati Lim Chee Wee, il presidente della Commissione Diritti Umani malese (Suhakam) Tan Sri Hasmy Agam, e Nordin Hassan della Procura Generale.
La risoluzione chiede inoltre che la pena di morte venga rivista da un “caucus” parlamentare formato da Ong, ex giudici, avvocati e altri soggetti coinvolti.
In un comunicato, i partecipanti alla tavola rotonda sostengono che i reati legati alla droga non siano classificabili come “crimini tra i più gravi” e che non dovrebbero essere affrontati con la pena di morte, inoltre – continua il comunicato – non c’è alcuna prova che la pena capitale sia particolarmente efficace nel ridurre il crimine.
“La pena di morte obbligatoria nei confronti di trafficanti di droga e corrieri non ha avuto alcun impatto sul narcotraffico, viceversa i reati legati alla droga e alla dipendenza stanno aumentando in Malesia da quando nel 1983 l’emendamento alla Legge sulle Droghe Pericolose del 1952 ha introdotto la pena di morte obbligatoria”, si legge.
Il comunicato evidenzia inoltre che, essendo la pena di morte una punizione irreversibile, la condanna capitale è una responsabilità troppo grande da attribuire al giudice.
Il comunicato riporta essere 696 il numero dei prigionieri del braccio della morte malese al 22 febbraio di quest’anno, di cui 676 uomini e 20 donne, al 90% di età compresa tra 21 e 50 anni.
I prigionieri sono stati condannati a morte soprattutto per reati legati alla droga (479), omicidio (204) e possesso illegale di armi da fuoco (13).
La tavola rotonda, presieduta da Gobind Singh Deo, parlamentare di Puchong, aveva quattro partecipanti: l’ex giudice federale Seri Gopal Sri Ram, il presidente dell’ordine degli avvocati Lim Chee Wee, il presidente della Commissione Diritti Umani malese (Suhakam) Tan Sri Hasmy Agam, e Nordin Hassan della Procura Generale.
— FONTI
- (Fonti: The Star, 28/06/2011)
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