La Costituzione egiziana non fa nessun riferimento alla pena di morte
La Costituzione egiziana non fa nessun riferimento alla pena di morte
10 MIN DI LETTURA
La Costituzione egiziana non fa nessun riferimento alla pena di morte. Ma nell’articolo 2 della Costituzione, emendato nel 1980, è scritto: "L’Islam è la religione dello Stato... La Sharia è la fonte principale della legge."
La pena di morte è applicabile in Egitto a oltre 40 reati.
La legislazione egiziana prevede infatti la pena capitale per diversi reati definiti dal Codice Penale, dal Codice di Giustizia Militare, dalla Legge sulle Armi e sulle Munizioni e dalla Legge contro il Traffico di Droga. L’Egitto ha esteso l’applicazione della pena capitale da quando l’ex Presidente Hosni Mubarak ha preso il potere nel 1981 e successivamente alla sua cacciata, nel 2011 e a quella di Morsi nel 2013.
In base al sistema legale del Paese, tutte le sentenze capitali devono essere preliminarmente sottoposte per un parere non vincolante al Gran Muftì di Al-Azhar, il massimo leader religioso del Paese. Le eventuali condanne di primo grado sono oggetto di ricorso in Cassazione, la quale può decidere di confermare le sentenze rendendole definitive o revocarle, nel qual caso il processo sarà ripetuto in un altro tribunale penale che appartiene a un circuito diverso. Se il secondo tribunale penale emette una seconda sentenza, essa può essere oggetto di ricorso presso la Corte di Cassazione, che può accettare il ricorso, ripetere il processo ed emettere una sentenza definitiva, oppure può respingere il ricorso, nel qual caso la seconda sentenza di un tribunale penale è considerata definitiva.
Le sentenze definitive sono infine trasmesse al Presidente della Repubblica, al quale la legge conferisce il potere di commutazione e di grazia. Le esecuzioni non possono aver luogo durante le feste nazionali o le festività religiose, tenuto anche conto della fede del condannato.
Le leggi d’emergenza imposte nel 1981 dopo che ufficiali dell’esercito assassinarono il Presidente Anwar Sadat, limitano drasticamente le libertà individuali e i diritti civili e hanno consentito al Governo di giudicare non solo i terroristi, ma anche appartenenti ai Fratelli Musulmani, in tribunali militari senza il diritto d’appello. Dal 1981, ne sono stati arrestati migliaia e dozzine di loro sono stati giustiziati.
I minori di 18 anni non possono essere condannati a morte e l’esecuzione di una donna incinta condannata può avvenire solo due mesi dopo il parto.
Le esecuzioni non possono aver luogo durante le feste nazionali o le festività religiose, tenuto anche conto della fede del condannato.
Nel 1999 il Governo ha abolito l’articolo del Codice Penale che permetteva di assolvere chi aveva commesso una violenza carnale se avesse sposato la vittima. La violenza carnale consumata tra le mura domestiche non costituisce reato.
Nel giugno 2003, il Governo ha abolito i lavori forzati come forma di punizione.
L’11 febbraio 2011, alla fine di una rivolta popolare durata 18 giorni, Hosni Mubarak è stato costretto a dimettersi.
Come conseguenza della “rivoluzione” del 2011, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) ha assunto il potere per “temporaneamente amministrare gli affari del Paese”. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha mantenuto lo stato di emergenza che era stato in vigore per tre decenni e, da quando ha assunto il potere nel febbraio 2011, migliaia di civili sono stati processati in tribunali militari. Questi tribunali speciali, che vedono spesso decine di imputati processati insieme da un giudice militare, sono tristemente noti per le loro sentenze rapide e pesanti. Agli imputati è negato regolarmente l’accesso a un avvocato e alle sentenze non può essere presentato ricorso. Nel luglio 2011, il CSFA ha insistito sul fatto che solo i casi di “delinquenza” a mano armata, di stupro e di aggressione a membri dell’esercito sono stati portati davanti ai tribunali militari. Tuttavia, questi tribunali hanno continuato a pronunciarsi su casi che vanno da piccoli furti a crimini violenti e a emettere sentenze che vanno dai sei mesi ai 25 anni di carcere.
Il CSFA ha detto che i processi militari sono stati necessari a causa del tasso crescente di criminalità che ha accompagnato la rivolta che ha portato alla cacciata di Mubarak. “Nessun civile deve essere processato di fronte a tribunali militari”, aveva dichiarato il generale Mamdouh Shaheen, membro del CSFA. “Ma in questa situazione di emergenza ... i tribunali militari hanno preso il posto dei tribunali civili finché questi non saranno in grado di funzionare.”
Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha anche aggiunto nuovi reati alla già vasta gamma di reati capitali. Il 10 marzo 2011, il CSFA ha emanato un decreto (Legge N° 7 del 2011), che modifica il codice penale del 1937 con due articoli su “Teppismo, Terrorizzare e Delinquenza”, per cui “la pena è la morte se il reato è preceduto o accompagnato o associato con o seguito dal reato di omicidio”.
Il 1° aprile 2011, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha deciso di autorizzare la pena di morte per gli stupratori le cui vittime hanno meno di 18 anni o nei casi in cui l’autore ha un legame particolare con la vittima, come esserne il tutore o dipendente.
Il CSFA ha ceduto il potere il 30 giugno 2012, subito dopo l’elezione di Mohamed Morsi, figura di spicco dei Fratelli Musulmani, come nuovo Presidente dell’Egitto. Ma Mohamed Morsi è stato in carica solo un anno, perché il suo mandato si è concluso nel luglio 2013 quando l’Esercito lo ha deposto dopo le proteste di massa contro il suo Governo. Il 27 maggio 2014, l’ex capo dell’Esercito dell’Egitto, Abdel-Fattah al-Sisi, è stato eletto nuovo Presidente del Paese.
La “guerra al terrorismo”
Il rovesciamento del Presidente islamista Mohamed Morsi da parte dell’Esercito nel luglio 2013 ha scatenato un’ondata di attentati contro le forze di sicurezza nel Sinai del Nord e più a ovest nelle città della Valle e del Delta del Nilo. Il Governo dei militari ha accusato i Fratelli Musulmani di Morsi e i loro alleati islamici di aver orchestrato le violenze e tramato contro il Paese. I Fratelli Musulmani sono stati sciolti come movimento dal tribunale amministrativo supremo nel settembre 2013 e dichiarati gruppo terroristico nel dicembre 2013.
Il 9 agosto 2014, il tribunale amministrativo supremo ha sciolto anche il Partito Libertà e Giustizia (PLG), l'ala politica dei Fratelli Musulmani, costituita nel giugno 2011, all'indomani della rivolta che ha rimosso Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere ininterrotto. La sentenza esclude quindi in toto la Fratellanza dalla partecipazione formale alle elezioni, di fatto costringendo il movimento alla clandestinità.
Il 3 aprile 2014, il Governo egiziano ha approvato una nuova legge anti-terrorismo, all’indomani di un attacco terroristico all’esterno dell’Università del Cairo, avvenuto il 2 aprile. La legge antiterrorismo è stata modificata alla Camera ed è stata inviata al Presidente ad interim Adly Mansour per la ratifica. La legge aumenta le pene per i reati legati al terrorismo e amplia l’ambito dei reati che rientrano in questa categoria. Gli emendamenti hanno introdotto la pena di morte per qualsiasi persona condannata per crimini connessi al terrorismo e hanno ampliato i poteri degli agenti di sicurezza nell’applicazione delle leggi antiterrorismo. La nuova legge impone pene detentive più severe per il reato di promozione di organizzazioni terroristiche, anche mediante Internet.
La Legge sulle Entità Terroristiche, emanata nel febbraio 2015, ha creato le norme di procedura per i tribunali nell’approvare le proposte dei pubblici ministeri di inserimento di singoli o gruppi nelle liste ufficiali del terrorismo.
Un numero senza precedenti di condanne a morte è stato inflitto in Egitto dopo la cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi. In risposta, un gruppo di personaggi pubblici egiziani, tra cui il noto scrittore Ahdaf Soueif, i difensori dei diritti umani Gamal Eid ed Emad Mubarak, lo scrittore e regista Khaled al-Khamissi e l’esponente politico Amr Hamzawy, hanno lanciato una campagna contro la pena capitale. Il gruppo ha denunciato in una dichiarazione “l’evidente deterioramento della giustizia e del sistema giuridico in Egitto”, così come l’uso della tortura per estorcere confessioni in diversi casi, che è “preoccupante quando si tratta di una pena che non può essere rivista”. Anche altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui la Rete Araba per l’Informazione sui Diritti Umani, l’Iniziativa Egiziana per i Diritti emesso rilasciato un comunicato congiunto esprimendo preoccupazione per “l’uso massiccio della pena di morte, alla luce della recente escalation delle misure repressive contro l’opposizione politica”.
Dalla cacciata di Morsi nel luglio 2013, il Governo sostenuto dai militari ha intrapreso un giro di vite implacabile nei confronti del dissenso politico – colpendo in gran parte i sostenitori di Morsi – che ha visto centinaia di morti, migliaia di persone incarcerate e un numero senza precedenti di condanne a morte.
Dal luglio 2013, su un totale di circa 1.700 condanne a morte preliminari per reati di violenza politica sottoposte al Gran Muftì, più di 1.000 non hanno trovato conferma e gli imputati sono stati invece condannati a pene diverse dalla pena di morte o assolti. Delle 687 persone inizialmente condannate a morte, più di 500 sono state riprocessate dopo che i loro verdetti sono stati esaminati e respinti dalla Corte di Cassazione.
Le condanne a morte con ricorso pendente presso la Corte di Cassazione includevano quelle nei confronti del Presidente Mohamed Morsi e della guida spirituale Mohamed Badie, condannati per il caso di evasione dei capi della Fratellanza Musulmana nel gennaio 2011 (tutte le condanne a morte sono state confermate il 16 giugno 2015).
Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso preoccupazione e messo in discussione l’equità dei procedimenti – spesso durati solo poche ore – contro tanti imputati. Human Rights Watch ha descritto i processi come una “palese e fondamentale violazione del diritto a un processo equo sancito dalla Costituzione egiziana e dal diritto internazionale”.
Nel 2015, sono state giustiziate 7 persone per atti di “terrorismo” o violenza politica.
La pena di morte “top secret”
Ci sono pochissimi dati ufficiali disponibili su condanne a morte ed esecuzioni in Egitto, dove le notizie – in particolare sulle esecuzioni – raramente filtrano dai giornali locali.
Le esecuzioni sono rese pubbliche solo quando sono già state effettuate. Ai condannati non viene comunicata né la data né l’ora in cui saranno giustiziati e, in pratica, i familiari si rendono conto dell’avvenuta esecuzione solo quando sono chiamati per andare a recuperare il cadavere, checché ne dicano le autorità egiziane secondo cui i parenti possono visitare il condannato il giorno previsto per l’impiccagione.
Come pure, le autorità non hanno mai reso pubblico quante sono le persone in attesa di esecuzione.
Dopo una moratoria di fatto che risaliva al 2011, nel 2014 l’Egitto ha compiuto almeno 15 esecuzioni, di cui solo 8 sono state rese note su giornali locali.
Le ultime esecuzioni conosciute prima del 2014 sono state effettuate nel 2011 (almeno 1), nel 2010 (almeno 4) e nel 2009 (almeno 5).
Nel 2015, sono state impiccate almeno 22 persone, di cui sette per fatti di violenza politica.
Almeno 538 condanne a morte sono state comminate nel 2015, secondo Amnesty International.
Le Nazioni Unite
Nel novembre 2014, l’Egitto è stato esaminato nell’ambito della Revisione Periodica Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il Governo ha respinto le raccomandazioni a considerare la ratifica del Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e a stabilire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte.
Il 18 dicembre 2014, l'Egitto ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La pena di morte è applicabile in Egitto a oltre 40 reati.
La legislazione egiziana prevede infatti la pena capitale per diversi reati definiti dal Codice Penale, dal Codice di Giustizia Militare, dalla Legge sulle Armi e sulle Munizioni e dalla Legge contro il Traffico di Droga. L’Egitto ha esteso l’applicazione della pena capitale da quando l’ex Presidente Hosni Mubarak ha preso il potere nel 1981 e successivamente alla sua cacciata, nel 2011 e a quella di Morsi nel 2013.
In base al sistema legale del Paese, tutte le sentenze capitali devono essere preliminarmente sottoposte per un parere non vincolante al Gran Muftì di Al-Azhar, il massimo leader religioso del Paese. Le eventuali condanne di primo grado sono oggetto di ricorso in Cassazione, la quale può decidere di confermare le sentenze rendendole definitive o revocarle, nel qual caso il processo sarà ripetuto in un altro tribunale penale che appartiene a un circuito diverso. Se il secondo tribunale penale emette una seconda sentenza, essa può essere oggetto di ricorso presso la Corte di Cassazione, che può accettare il ricorso, ripetere il processo ed emettere una sentenza definitiva, oppure può respingere il ricorso, nel qual caso la seconda sentenza di un tribunale penale è considerata definitiva.
Le sentenze definitive sono infine trasmesse al Presidente della Repubblica, al quale la legge conferisce il potere di commutazione e di grazia. Le esecuzioni non possono aver luogo durante le feste nazionali o le festività religiose, tenuto anche conto della fede del condannato.
Le leggi d’emergenza imposte nel 1981 dopo che ufficiali dell’esercito assassinarono il Presidente Anwar Sadat, limitano drasticamente le libertà individuali e i diritti civili e hanno consentito al Governo di giudicare non solo i terroristi, ma anche appartenenti ai Fratelli Musulmani, in tribunali militari senza il diritto d’appello. Dal 1981, ne sono stati arrestati migliaia e dozzine di loro sono stati giustiziati.
I minori di 18 anni non possono essere condannati a morte e l’esecuzione di una donna incinta condannata può avvenire solo due mesi dopo il parto.
Le esecuzioni non possono aver luogo durante le feste nazionali o le festività religiose, tenuto anche conto della fede del condannato.
Nel 1999 il Governo ha abolito l’articolo del Codice Penale che permetteva di assolvere chi aveva commesso una violenza carnale se avesse sposato la vittima. La violenza carnale consumata tra le mura domestiche non costituisce reato.
Nel giugno 2003, il Governo ha abolito i lavori forzati come forma di punizione.
L’11 febbraio 2011, alla fine di una rivolta popolare durata 18 giorni, Hosni Mubarak è stato costretto a dimettersi.
Come conseguenza della “rivoluzione” del 2011, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA) ha assunto il potere per “temporaneamente amministrare gli affari del Paese”. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha mantenuto lo stato di emergenza che era stato in vigore per tre decenni e, da quando ha assunto il potere nel febbraio 2011, migliaia di civili sono stati processati in tribunali militari. Questi tribunali speciali, che vedono spesso decine di imputati processati insieme da un giudice militare, sono tristemente noti per le loro sentenze rapide e pesanti. Agli imputati è negato regolarmente l’accesso a un avvocato e alle sentenze non può essere presentato ricorso. Nel luglio 2011, il CSFA ha insistito sul fatto che solo i casi di “delinquenza” a mano armata, di stupro e di aggressione a membri dell’esercito sono stati portati davanti ai tribunali militari. Tuttavia, questi tribunali hanno continuato a pronunciarsi su casi che vanno da piccoli furti a crimini violenti e a emettere sentenze che vanno dai sei mesi ai 25 anni di carcere.
Il CSFA ha detto che i processi militari sono stati necessari a causa del tasso crescente di criminalità che ha accompagnato la rivolta che ha portato alla cacciata di Mubarak. “Nessun civile deve essere processato di fronte a tribunali militari”, aveva dichiarato il generale Mamdouh Shaheen, membro del CSFA. “Ma in questa situazione di emergenza ... i tribunali militari hanno preso il posto dei tribunali civili finché questi non saranno in grado di funzionare.”
Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha anche aggiunto nuovi reati alla già vasta gamma di reati capitali. Il 10 marzo 2011, il CSFA ha emanato un decreto (Legge N° 7 del 2011), che modifica il codice penale del 1937 con due articoli su “Teppismo, Terrorizzare e Delinquenza”, per cui “la pena è la morte se il reato è preceduto o accompagnato o associato con o seguito dal reato di omicidio”.
Il 1° aprile 2011, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha deciso di autorizzare la pena di morte per gli stupratori le cui vittime hanno meno di 18 anni o nei casi in cui l’autore ha un legame particolare con la vittima, come esserne il tutore o dipendente.
Il CSFA ha ceduto il potere il 30 giugno 2012, subito dopo l’elezione di Mohamed Morsi, figura di spicco dei Fratelli Musulmani, come nuovo Presidente dell’Egitto. Ma Mohamed Morsi è stato in carica solo un anno, perché il suo mandato si è concluso nel luglio 2013 quando l’Esercito lo ha deposto dopo le proteste di massa contro il suo Governo. Il 27 maggio 2014, l’ex capo dell’Esercito dell’Egitto, Abdel-Fattah al-Sisi, è stato eletto nuovo Presidente del Paese.
La “guerra al terrorismo”
Il rovesciamento del Presidente islamista Mohamed Morsi da parte dell’Esercito nel luglio 2013 ha scatenato un’ondata di attentati contro le forze di sicurezza nel Sinai del Nord e più a ovest nelle città della Valle e del Delta del Nilo. Il Governo dei militari ha accusato i Fratelli Musulmani di Morsi e i loro alleati islamici di aver orchestrato le violenze e tramato contro il Paese. I Fratelli Musulmani sono stati sciolti come movimento dal tribunale amministrativo supremo nel settembre 2013 e dichiarati gruppo terroristico nel dicembre 2013.
Il 9 agosto 2014, il tribunale amministrativo supremo ha sciolto anche il Partito Libertà e Giustizia (PLG), l'ala politica dei Fratelli Musulmani, costituita nel giugno 2011, all'indomani della rivolta che ha rimosso Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere ininterrotto. La sentenza esclude quindi in toto la Fratellanza dalla partecipazione formale alle elezioni, di fatto costringendo il movimento alla clandestinità.
Il 3 aprile 2014, il Governo egiziano ha approvato una nuova legge anti-terrorismo, all’indomani di un attacco terroristico all’esterno dell’Università del Cairo, avvenuto il 2 aprile. La legge antiterrorismo è stata modificata alla Camera ed è stata inviata al Presidente ad interim Adly Mansour per la ratifica. La legge aumenta le pene per i reati legati al terrorismo e amplia l’ambito dei reati che rientrano in questa categoria. Gli emendamenti hanno introdotto la pena di morte per qualsiasi persona condannata per crimini connessi al terrorismo e hanno ampliato i poteri degli agenti di sicurezza nell’applicazione delle leggi antiterrorismo. La nuova legge impone pene detentive più severe per il reato di promozione di organizzazioni terroristiche, anche mediante Internet.
La Legge sulle Entità Terroristiche, emanata nel febbraio 2015, ha creato le norme di procedura per i tribunali nell’approvare le proposte dei pubblici ministeri di inserimento di singoli o gruppi nelle liste ufficiali del terrorismo.
Un numero senza precedenti di condanne a morte è stato inflitto in Egitto dopo la cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi. In risposta, un gruppo di personaggi pubblici egiziani, tra cui il noto scrittore Ahdaf Soueif, i difensori dei diritti umani Gamal Eid ed Emad Mubarak, lo scrittore e regista Khaled al-Khamissi e l’esponente politico Amr Hamzawy, hanno lanciato una campagna contro la pena capitale. Il gruppo ha denunciato in una dichiarazione “l’evidente deterioramento della giustizia e del sistema giuridico in Egitto”, così come l’uso della tortura per estorcere confessioni in diversi casi, che è “preoccupante quando si tratta di una pena che non può essere rivista”. Anche altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui la Rete Araba per l’Informazione sui Diritti Umani, l’Iniziativa Egiziana per i Diritti emesso rilasciato un comunicato congiunto esprimendo preoccupazione per “l’uso massiccio della pena di morte, alla luce della recente escalation delle misure repressive contro l’opposizione politica”.
Dalla cacciata di Morsi nel luglio 2013, il Governo sostenuto dai militari ha intrapreso un giro di vite implacabile nei confronti del dissenso politico – colpendo in gran parte i sostenitori di Morsi – che ha visto centinaia di morti, migliaia di persone incarcerate e un numero senza precedenti di condanne a morte.
Dal luglio 2013, su un totale di circa 1.700 condanne a morte preliminari per reati di violenza politica sottoposte al Gran Muftì, più di 1.000 non hanno trovato conferma e gli imputati sono stati invece condannati a pene diverse dalla pena di morte o assolti. Delle 687 persone inizialmente condannate a morte, più di 500 sono state riprocessate dopo che i loro verdetti sono stati esaminati e respinti dalla Corte di Cassazione.
Le condanne a morte con ricorso pendente presso la Corte di Cassazione includevano quelle nei confronti del Presidente Mohamed Morsi e della guida spirituale Mohamed Badie, condannati per il caso di evasione dei capi della Fratellanza Musulmana nel gennaio 2011 (tutte le condanne a morte sono state confermate il 16 giugno 2015).
Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso preoccupazione e messo in discussione l’equità dei procedimenti – spesso durati solo poche ore – contro tanti imputati. Human Rights Watch ha descritto i processi come una “palese e fondamentale violazione del diritto a un processo equo sancito dalla Costituzione egiziana e dal diritto internazionale”.
Nel 2015, sono state giustiziate 7 persone per atti di “terrorismo” o violenza politica.
La pena di morte “top secret”
Ci sono pochissimi dati ufficiali disponibili su condanne a morte ed esecuzioni in Egitto, dove le notizie – in particolare sulle esecuzioni – raramente filtrano dai giornali locali.
Le esecuzioni sono rese pubbliche solo quando sono già state effettuate. Ai condannati non viene comunicata né la data né l’ora in cui saranno giustiziati e, in pratica, i familiari si rendono conto dell’avvenuta esecuzione solo quando sono chiamati per andare a recuperare il cadavere, checché ne dicano le autorità egiziane secondo cui i parenti possono visitare il condannato il giorno previsto per l’impiccagione.
Come pure, le autorità non hanno mai reso pubblico quante sono le persone in attesa di esecuzione.
Dopo una moratoria di fatto che risaliva al 2011, nel 2014 l’Egitto ha compiuto almeno 15 esecuzioni, di cui solo 8 sono state rese note su giornali locali.
Le ultime esecuzioni conosciute prima del 2014 sono state effettuate nel 2011 (almeno 1), nel 2010 (almeno 4) e nel 2009 (almeno 5).
Nel 2015, sono state impiccate almeno 22 persone, di cui sette per fatti di violenza politica.
Almeno 538 condanne a morte sono state comminate nel 2015, secondo Amnesty International.
Le Nazioni Unite
Nel novembre 2014, l’Egitto è stato esaminato nell’ambito della Revisione Periodica Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il Governo ha respinto le raccomandazioni a considerare la ratifica del Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e a stabilire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte.
Il 18 dicembre 2014, l'Egitto ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
CONTINUA A LEGGERE
TUTTE LE NOTIZIE · PENA DI MORTE Sullo stesso fronte

PENA DI MORTE29 GIUGNO 2026
USA - Premiati i migliori studi legali che hanno difeso “pro bono”

PENA DI MORTE28 GIUGNO 2026
INDIA: DUE CONDANNE A MORTE COMMUTATE IN 30 ANNI DI CARCERE

PENA DI MORTE28 GIUGNO 2026
USA - Florida. Ex direttore di prigione esorta il personale penitenziario a non partecipare alle esecuzioni

PENA DI MORTE27 GIUGNO 2026
LETTERE DALL’INFERNO A SUOR GERVASIA, LA RINASCITA DI DOMENICO PAPALIA

PENA DI MORTE26 GIUGNO 2026
IRAN - Issa Rahmani impiccato a Zahedan il 21 giugno

PENA DI MORTE26 GIUGNO 2026
