IRAQ: MILIZIANO DELL’ISIS CONDANNATO A MORTE PER LO STUPRO RIPETUTO DI UNA YAZIDA
Un tribunale iracheno il 2 marzo 2020 ha condannato a morte un ex miliziano dello Stato Islamico per aver ripetutamente violentato una prigioniera yazida.
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Un tribunale iracheno il 2 marzo 2020 ha condannato a morte un ex miliziano dello Stato Islamico per aver ripetutamente violentato una prigioniera yazida. Il caso segna un cambiamento fondamentale nel perseguimento dello Stato Islamico, considerata la preminente difesa di una singola vittima e il riconoscimento specifico del trattamento subito dalla minoranza yazida sotto lo Stato Islamico. Ashwaq Haji Hamid Talo, una donna yazida di 20 anni, ha testimoniato davanti al tribunale della sua esperienza come prigioniera dello Stato Islamico e in particolare come vittima dell'imputato. Hamid fu rapita da miliziani dello Stato Islamico nel 2014 nella regione montuosa di Sinjar, nel nord dell'Iraq, quando aveva solo 14 anni. Lei e le sue sorelle vennero quindi regalate o vendute a miliziani dello Stato Islamico. L'imputato, Mohammed Rashid Sahab, è un cittadino iracheno di 36 anni. È stato dichiarato colpevole di aver fatto parte di un'organizzazione terroristica, nonché di stupro e rapimento di donne yazide, compreso lo stupro ripetuto di Hamid, che ha poi sposato forzatamente sulla base della Legge Islamica, che non riconosce lo stupro coniugale.
Il caso è eccezionale sia nel modo in cui si è concentrato su una singola vittima sia nel modo in cui ha accusato l'imputato. L'accusa in Iraq contro i miliziani dello Stato Islamico è stata spesso considerata ampia e superficiale. La maggior parte dei miliziani sono accusati genericamente di terrorismo piuttosto che di reati specifici. I detrattori di questo approccio hanno notato che viene limitata l'opportunità di un giusto processo, difficilmente le vittime possono trovare una conclusione e la gravità di specifici reati non diviene nota alla opinione pubblica.
Questo caso si discosta nettamente da questa tradizione in quanto non solo c’è un’accusa specifica di stupro, ma viene anche messo in evidenza il ruolo che lo status della vittima come Yazida ha svolto nel crimine. Molte vittime dello Stato Islamico hanno ancora paura di testimoniare pubblicamente sulle accuse di stupro poiché la cultura irachena pone un forte stigma sullo stupro che potrebbe persino mettere in pericolo alcune vittime. Avendo Hamid affrontato il proprio aggressore e testimoniato, più vittime possono ora essere ispirate a farsi avanti e cercare giustizia attraverso il sistema giudiziario.
Il caso è eccezionale sia nel modo in cui si è concentrato su una singola vittima sia nel modo in cui ha accusato l'imputato. L'accusa in Iraq contro i miliziani dello Stato Islamico è stata spesso considerata ampia e superficiale. La maggior parte dei miliziani sono accusati genericamente di terrorismo piuttosto che di reati specifici. I detrattori di questo approccio hanno notato che viene limitata l'opportunità di un giusto processo, difficilmente le vittime possono trovare una conclusione e la gravità di specifici reati non diviene nota alla opinione pubblica.
Questo caso si discosta nettamente da questa tradizione in quanto non solo c’è un’accusa specifica di stupro, ma viene anche messo in evidenza il ruolo che lo status della vittima come Yazida ha svolto nel crimine. Molte vittime dello Stato Islamico hanno ancora paura di testimoniare pubblicamente sulle accuse di stupro poiché la cultura irachena pone un forte stigma sullo stupro che potrebbe persino mettere in pericolo alcune vittime. Avendo Hamid affrontato il proprio aggressore e testimoniato, più vittime possono ora essere ispirate a farsi avanti e cercare giustizia attraverso il sistema giudiziario.
— FONTI
- (Fonti: Jurist: 05/03/2020)
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