IRAN: AHMADREZA DJALALI A RISCHIO DI IMMINENTE ESECUZIONE
un medico 45enne iraniano, Ahmadreza Djalali, è a rischio di imminente esecuzione in Iran, denunciano i suoi familiari.
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un medico 45enne iraniano, Ahmadreza Djalali, è a rischio di imminente esecuzione in Iran, denunciano i suoi familiari.
«Sono passati nove mesi dall’arresto di mio marito in Iran — dice Vida Mehrannia al Corriere della Sera. - All’inizio non ho denunciato la cosa perché un poliziotto ha chiamato la mia famiglia a Teheran avvertendo che non dovevo parlarne, e io temevo di danneggiare la situazione. Ma non posso più tacere: ieri Ahmad ha chiamato sua sorella, le ha detto che sarà giustiziato con l’accusa di collaborazione con Paesi nemici. Pensano che sia una spia. Ma è solo un ricercatore».
Vida Mehrannia ha parlato al telefono da Stoccolma, dove lei e i figli di 5 e 13 anni sono in fortissima ansia per la sorte di Ahmadreza. Si sono trasferiti in Svezia nel 2009 per ottenere un dottorato; poi hanno vissuto a Novara, dove dal 2012 al 2015 Ahmad è stato assegnato al «Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri» (Crimedim) dell’Università del Piemonte Orientale. Non ha mai tagliato i ponti con l’Iran, dove si recava ogni sei mesi, per tenere workshop universitari. «Non aveva mai avuto problemi». Ma lo scorso 24 aprile, mentre era a Teheran su invito dell’Università, è scomparso.
«Ad aprile non si è presentato a un incontro a Novara, e non è da lui», ha detto Francesco Della Corte, direttore del «Crimedim». «Abbiamo chiamato la moglie: ci ha detto che era stato coinvolto in un grave incidente ed era in coma». In realtà, Djalali era stato rinchiuso, senza processo, nella famigerata prigione di Evin.
«Per tre mesi — racconta ora la moglie — è stato tenuto in isolamento assoluto, e per altri quattro parziale, nel Reparto 209 gestito dal ministero dell’Intelligence. Mi chiamava per due minuti una volta al mese. Poi è stato spostato nel Reparto 7, con gli altri prigionieri e per la prima volta gli hanno permesso di avere un avvocato che però non ha accesso al suo file e non può parlarci del caso perché è di sicurezza nazionale».
Djalali ha detto alla moglie di essere stato forzato a firmare qualcosa. «Minacciavano di fare del male a me e ai bambini». Teme che si tratti di una confessione.
Il 26 dicembre, quando gli hanno detto che riceverà la «massima pena», ha iniziato uno sciopero della fame che gli ha fatto perdere 18 chili. «Preferisce morire così».
Infine, tre giorni fa lo hanno riportato nel Reparto 209 e qui, secondo la moglie, gli è stato confermato dal giudice del Tribunale della Rivoluzione Abolghasem Salavati che verrà impiccato dopo il processo che si terrà tra un paio di settimane.
I colleghi italiani e svedesi non credono affatto che Djalali sia una spia. Si chiedono se a metterlo nei guai possa essere stato il fatto di aver firmato articoli specialistici con ricercatori sauditi o di avere insegnato con professori israeliani nello stesso master e partecipato ad un progetto finanziato dall’Unione Europea (sulla gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari) insieme a un esperto israeliano. «L’unico suo scopo era migliorare la capacità operativa degli ospedali in Paesi poveri colpiti da terremoti e altri disastri», spiega Della Corte, che non gli ha mai sentito dire nulla di negativo sulla Repubblica Islamica.
«Quest’uomo è in grave pericolo», dice da Oslo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, una Ong contro la pena di morte. «Salavati è noto per le condanne a morte contro presunti oppositori politici. Nei Tribunali della Rivoluzione il livello di arbitrarietà è enorme. Il regime è paranoico e i mesi che precedono le elezioni presidenziali sono i più rischiosi». I colleghi fanno appello ai governi di Italia e Svezia, e all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini.
«Sono passati nove mesi dall’arresto di mio marito in Iran — dice Vida Mehrannia al Corriere della Sera. - All’inizio non ho denunciato la cosa perché un poliziotto ha chiamato la mia famiglia a Teheran avvertendo che non dovevo parlarne, e io temevo di danneggiare la situazione. Ma non posso più tacere: ieri Ahmad ha chiamato sua sorella, le ha detto che sarà giustiziato con l’accusa di collaborazione con Paesi nemici. Pensano che sia una spia. Ma è solo un ricercatore».
Vida Mehrannia ha parlato al telefono da Stoccolma, dove lei e i figli di 5 e 13 anni sono in fortissima ansia per la sorte di Ahmadreza. Si sono trasferiti in Svezia nel 2009 per ottenere un dottorato; poi hanno vissuto a Novara, dove dal 2012 al 2015 Ahmad è stato assegnato al «Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri» (Crimedim) dell’Università del Piemonte Orientale. Non ha mai tagliato i ponti con l’Iran, dove si recava ogni sei mesi, per tenere workshop universitari. «Non aveva mai avuto problemi». Ma lo scorso 24 aprile, mentre era a Teheran su invito dell’Università, è scomparso.
«Ad aprile non si è presentato a un incontro a Novara, e non è da lui», ha detto Francesco Della Corte, direttore del «Crimedim». «Abbiamo chiamato la moglie: ci ha detto che era stato coinvolto in un grave incidente ed era in coma». In realtà, Djalali era stato rinchiuso, senza processo, nella famigerata prigione di Evin.
«Per tre mesi — racconta ora la moglie — è stato tenuto in isolamento assoluto, e per altri quattro parziale, nel Reparto 209 gestito dal ministero dell’Intelligence. Mi chiamava per due minuti una volta al mese. Poi è stato spostato nel Reparto 7, con gli altri prigionieri e per la prima volta gli hanno permesso di avere un avvocato che però non ha accesso al suo file e non può parlarci del caso perché è di sicurezza nazionale».
Djalali ha detto alla moglie di essere stato forzato a firmare qualcosa. «Minacciavano di fare del male a me e ai bambini». Teme che si tratti di una confessione.
Il 26 dicembre, quando gli hanno detto che riceverà la «massima pena», ha iniziato uno sciopero della fame che gli ha fatto perdere 18 chili. «Preferisce morire così».
Infine, tre giorni fa lo hanno riportato nel Reparto 209 e qui, secondo la moglie, gli è stato confermato dal giudice del Tribunale della Rivoluzione Abolghasem Salavati che verrà impiccato dopo il processo che si terrà tra un paio di settimane.
I colleghi italiani e svedesi non credono affatto che Djalali sia una spia. Si chiedono se a metterlo nei guai possa essere stato il fatto di aver firmato articoli specialistici con ricercatori sauditi o di avere insegnato con professori israeliani nello stesso master e partecipato ad un progetto finanziato dall’Unione Europea (sulla gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari) insieme a un esperto israeliano. «L’unico suo scopo era migliorare la capacità operativa degli ospedali in Paesi poveri colpiti da terremoti e altri disastri», spiega Della Corte, che non gli ha mai sentito dire nulla di negativo sulla Repubblica Islamica.
«Quest’uomo è in grave pericolo», dice da Oslo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, una Ong contro la pena di morte. «Salavati è noto per le condanne a morte contro presunti oppositori politici. Nei Tribunali della Rivoluzione il livello di arbitrarietà è enorme. Il regime è paranoico e i mesi che precedono le elezioni presidenziali sono i più rischiosi». I colleghi fanno appello ai governi di Italia e Svezia, e all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini.
— FONTI
- (Fonte: Corriere della Sera, 02/02/2017)
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